Mereghetti su I guardiani del destino

Paolo Mereghetti dedica la sua recensione della settimana a I guardiani del destino di George Nolfi.

Il film di Nolfi è un’altro degli esempi del ritorno a quella fantascienza distopica, che parla agli uomini di oggi, senza troppi scenari spettacolari. Un po’ come avveniva negli anni ’70 prima che il modello fantasy alla Star Wars avesse il sopravvento.

Una fantascienza come avevamo imparato ad amare negli anni Sessanta, più attenta ai problemi che ai trucchi, capace di interrogare lo spettatore più che «tramortirlo» a furia di meraviglie e sorprese.

Il confronto con Source Code e Moon è evidente anche per Mereghetti: Erano così i primi due film di Duncan Jones, è così I guardiani del destino con cui lo sceneggiatore George Nolfi (al suo attivo, tra l’altro, Ocean’s Twelve e The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo) ha scelto di esordire nella regia. All’origine c’è un corto racconto di Philip Dick, la cui lettura è istruttiva oltre che per ricordare la genialità «paranoica» dello scrittore di Blade Runner, anche per accorgersi del lavoro di scrittura che Nolfi ha saputo fare.

All’origine c’è l’idea che «qualcuno » si preoccupa del destino dell’umanità e compie una serie di «interventi » per indirizzare le azioni umane. Per il bene dell’umanità […]

Nel film resta l’idea che qualcuno intervenga nel destino degli uomini per modificarlo ma intanto il protagonista David Norris (un sempre ottimo Matt Damon) non è più il semplice impiegato di un’agenzia immobiliare ma un giovane ambizioso in corsa per la carica di senatore dello Stato di New York […]  Si scontreranno da una parte la voglia disperata di Norris di ritrovare la donna che ha incontrato quando la sua carriera politica aveva toccato il momento più basso e dall’altro gli sforzi dei misteriosi «agenti del destino » che fanno di tutto per impedire questo ricongiungimento, visto che Elise rischia di distogliere David dalla sua futura carriera politica (destinata a ben alte vette).

Come spesso avviene nelle opere di Dick, il confronto tra l’insopprimibile aspirazione alla libertà individuale ed il determinismo sociale e culturale  si pone in termini problematici. Ricordate i replicanti di Blade Runner? Siamo noi gli artefici della nostra esistenza o c’è qualcuno che la indirizza? Non scordiamoci che la paranoia americana per il controllo, così tipica negli anni ’50 e ’60, non è estranea all’universo di Dick.

Dall’Invasione degli Ultracorpi, sino a La conversazione e Perchè un assassinio, anche il cinema americano ha riflettuto a lungo su questi temi, che si sono spesso intrecciati con le ideologie politiche e culturali dominanti, negli anni della Guerra Fredda.

Al centro del film (come del racconto) c’è il nodo centrale di tanta cultura americana, quello del libero arbitrio e dell’«ossessione» per la libertà individuale, qui reso ancora più complesso dalla scoperta – che fa lo spettatore ma anche il protagonista – che gli interventi di questi strani «angeli» (riconoscibili perché portano un cappello) sono indirizzati al bene di Norris ma anche al bene dell’umanità. Legando così il «destino» di un singolo a quello di tutta la comunità […]

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