La redazione dei Cahiers du Cinéma si dimette in blocco dopo il passaggio di proprietà

Solo qualche settimana fa annunciavamo il passaggio di proprietà dei Cahiers du Cinéma dall’editrice inglese Phaidon, che li ha curati per dieci anni, ad un nuovo gruppo indipendente di imprenditori, banchieri e produttori, venti personalità francesi unitesi apposta, per salvare la rivista e rilanciarla.

Evidentemente alla redazione degli austeri Cahiers la cosa non sta bene, perchè si sono dimessi tutti e quindici, a cominciare dal direttore Stéphane Delorme, approfittando della legge francese, che lo consente in caso di cambi di proprietà.

Il comunicato che accompagna le dimissioni sembra espressione di un sindacalismo anni ’70, lontano dalle sfide attuali del mondo dell’editoria e tutto chiuso in una logica del sospetto.

“Tra i nuovi proprietari ci sono otto produttori, e questo pone un problema di conflitto d’interessi per una rivista di critica cinematografica. A prescindere dal tipo, gli articoli pubblicati sui film di questi produttori desterebbero automaticamente sospetti.

L’indipendenza annunciata da questi nuovi proprietari è già stata contraddetta dalla brutale notizia che avremmo dovuto “rifocalizzarci” sul cinema francese. La nomina a direttore generale della delegata generale dell’SRF (NDR: il potente sindacato dei registi francesi, responsabile tra l’altro della Quinzaine a Cannes), Julie Lethiphu, accresce i timori di un’influenza da parte della comunità cinematografica francese.”.

I Cahiers du Cinéma sono nati storicamente contro il cinema francese degli anni ’40 e ’50, quel cinema di qualità, che loro chiamavano ‘cinéma de papa‘ a cui contrapponevano il neorealismo italiano di Rossellini e il cinema classico americano di Hitchcock, Hawks, Welles, Lang.

Il saggio del gennaio 1954 ‘Una certa tendenza del cinema francese‘ di Francois Truffaut, pubblicato proprio dai Cahiers, sarebbe stato il manifesto di quella Nouvelle Vague che all’interno della rivista muoveva i suoi primi passi con Godard, Rohmer, Chabrol, Rivette.

Tuttavia non siamo più negli anni ’50.

Eric Lenoir, che presiede la cordata, ha negato che gli azionisti abbiano dato istruzioni ai giornalisti su cosa e come debbano scrivere:“La redazione deve scrivere ciò che vuole sul cinema; è fuori questione condizionare le loro scelte”.

Tuttavia è vero che la nuova proprietà avrebbe chiesto di tornare a raccontare il cinema francese in modo più puntuale, rispetto a quanto fatto negli ultimi quindici anni.

Secondo il vicedirettore Jean-Philippe Tessé:“I nuovi proprietari vogliono renderla una rivista ‘chic’ e ‘cordiale’: è un’assurdità assoluta”.

Questa timida ingerenza e il fatto che otto produttori francesi sono comunque nella compagine sociale della rivista, è evidentemente parsa già troppo opprimente per Delorme e compagni.

In edicola sull’ultimo numero campeggia Martin Scorsese a cui la rivista ha fatto una lunga intervista: speriamo non sia l’ultimo numero della sua storia gloriosa…

AGGIORNAMENTO 4.3.2020

Sul Manifesto, Eugenio Renzi, già collaboratore dei Cahiers, aveva scritto un bell’intervento già il 12 febbraio, raccontando in modo più approfondito le questioni che hanno agitato la redazione. Vi consigliamo di recuperarlo. Qui:

https://ilmanifesto.it/le-crisi-dei-cahiers-e-lo-spirito-del-tempo/

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