Better Call Saul: il primo episodio della quinta stagione

Better Call Saul ****

Su Netflix la quinta stagione di una serie che ha il sapore del cinema d’autore. La nostra recensione del primo episodio.

Better Call Saul può a buona ragione definirsi una delle serie più significative del decennio trascorso perché è uno show in grado come pochi altri di sintetizzare in maniera esteticamente rilevante temi e stilemi che hanno in-formato l’immaginario collettivo del primo decennio del nuovo secolo. Nato come spin off di Breaking Bad, lo show di Vince Gilligan racconta la storia di un anti-eroe, anche se è più preciso dire che esplora la genesi di un anti-eroe, andando oltre alla rappresentazione delle sue azioni, ma scavando fino alla fonte delle stesse. E’ la nascita sofferta di un “criminal” lawyer quella a cui stiamo assistendo da quattro stagioni e che ora nella quinta trova la sua naturale evoluzione nella scelta di utilizzare il nome d’arte Saul Goodman (il nome è evocativo, sia nel riferimento biblico a Saul sia nel significato letterale del cognome) invece di quello naturale di Jimmy McGill.

Un possibile eroe si trasforma in un anti-eroe per diversi motivi: non riesce ad esprimere il proprio potenziale per limiti personali o per vincoli esterni, la società gli impedisce di sentirsi accettato per quello che è e questo causa in lui un senso di rivalsa, segue un’inclinazione che non riesce a contenere, anche se ci prova, etc. Il personaggio interpretato magistralmente da Bob Odenkirk oscilla tra queste diverse casistiche, a secondo del punto di vista e della situazione considerata. La forte rilevanza morale delle azioni dell’anti-eroe interroga lo spettatore e lo chiama a negoziare la propria posizione rispetto a quanto vede rappresentato. La differenza nel giudizio il più delle volte la fanno le motivazioni che spingono l’anti-eroe ad agire in modo scorretto. L’obiettivo è il successo ad ogni costo o la rivendicazione di una parte di sé che la società non riesce ad accettare? L’interesse è del tutto privato o c’è la ricerca di una, benchè soggettiva, forma di giustizia? Le azioni più discutibili dipendono da una libera volontà che si autodetermina o sono figlie delle circostanze/imposte da un meccanismo esterno?

Che sia conscia od inconscia la negoziazione di valori si attiva in modo naturale di fronte ad una visione protratta nel tempo che presuppone l’instaurarsi di un rapporto privilegiato con uno o più personaggi. Questa forma di impegno ingaggia lo spettatore e ne completa il godimento: pensate a quanto avvenuto per Game of Thrones dove si sono create delle vere e proprie fazioni a favore dell’uno o dell’altro dei pretendenti al Trono di Spade! Saul piega quelle che potenzialmente potrebbero rappresentare virtù (la determinazione, il coraggio, lo spirito di sacrificio) e competenze (l’eloquenza, la capacità di ristrutturare il campo di fronte agli imprevisti, la conoscenza dei meccanismi di consumo) verso comportamenti tutt’altro che irreprensibili. Non è facile per lo spettatore dipanare il groviglio delle scelte compiute dal più piccolo dei fratelli McGill, ma lo stesso vale per molti altri caratteri rilevanti, come il fratello Chuck (Michael McKean) o il sicario Mike (un iconico Jonathan Banks). Le prospettive cambiano vorticosamente ed i punti fermi vacillano: si prova pietà per personaggi malvagi come il vecchio boss Hector Salamanca (Mark Margolis)  ed empatia per scelte tutt’altro che integerrime compiute da un avvocato idealista come Kim (Rhea Seehorn). L’identità morale dello spettatore è letteralmente gettata in una centrifuga e passa attraverso lo sviluppo della storia come sulle montagne russe.

Accanto al tema dell’anti-eroe l’altro aspetto rilevante è la capacità di mescolare generi e toni narrativi che rende la serie non identificabile in modo univoco, ma piuttosto ne fa un prodotto in grado di spaziare senza cadute di livello dal drama alla tragicommedia, dal thriller alla commedia noir. La fluidità del passaggio da un genere all’altro è un elemento diffuso nella serialità televisiva, ma anche in questo caso la qualità del prodotto è tale da essere un esempio molto efficace di una tendenza.

Al centro di tutto, motore della vicenda e nostro primo interlocutore, c’è Jimmy McGill.

Nel corso delle precedenti stagioni lo abbiamo visto passare da giovane ed impacciato avvocato schiacciato dall’ombra ingombrante del fratello ad uno che è meglio avere tra i propri amici, da contattare quando serve muoversi in una zona grigia tra legale ed illegale, quando la necessità supera ogni senso morale. Jimmy dopo la morte del fratello Chuck, ultimo fragile legame con una forma tradizionale di moralità borghese, si arrende a Saul. Egli ha tentato con tutte le proprie forze di diventare migliore, di avere successo percorrendo vie socialmente accettabili, ma alla fine si è convinto che questo approccio non fa per lui, che è destinato a raggiungere il successo per altre vie, cioè le vie tortuose ed ambigue di chi svolge la propria professione senza scrupoli.

Nell’episodio conclusivo della quarta stagione, “Winner”, Saul aveva ri-ottenuto la licenza grazie ad un discorso alla Commissione di reintegro emotivamente molto forte, in cui ripercorreva il sofferto rapporto con il fratello e la sua incapacità di sentirsi all’altezza di Chuck, con un tono così sincero e coinvolgente da emozionare anche Kim (Rhea Seehorn). Almeno fino alla scoperta che in realtà Jimmy aveva preso in giro tutti, anche lei, sfruttando il proprio travagliato rapporto con il fratello per poter tornare ad esercitare. Nel finale di stagione per la prima volta gli occhi di  Kim si trovano davanti Saul, non più Jimmy. Anche Mike ha affrontato un momento rilevante per l’evoluzione del suo personaggio: la gestione della fuga di Ziegler, l’ingegnere a capo dei misteriosi lavori programmati da Gustavo Fring (Giancarlo Esposito). Mike ha dovuto rintracciarlo e si è offerto di ucciderlo con le proprie mani al fine di garantirgli un commiato il più possibile sereno. Un momento rilevante anche per comprendere la differenza tra l’atteggiamento verso il male di Fring e quello di Mike. Ci sono davvero molte sfumature di nero tra i due.

Nella prima puntata della quinta stagione, “Magic Man”, assistiamo, così come era accaduto per le precedenti stagioni, ad una lunga introduzione in bianco e nero, ambientata in Nebraska, a più di 850 miglia da Albuquerque, nel periodo successivo agli avvenimenti di Breaking Bad. Ai rutilanti colori del passato si sostituiscono le tonalità spente di un presente incolore. Jimmy, che ora si fa chiamare Gene Takavic si è sentito male, è stato ricoverato per accertamenti e quindi dimesso dall’ospedale. Durante la pausa pranzo al centro commerciale dove lavora, egli  viene però riconosciuto da un tassista (Don Harvey) che insiste perché pronunci il suo celebre slogan, “Better call Saul”. E’ l’occasione per un’ultima apparizione di Robert Forster che interpreta Ed Galbraith, contattato dal nostro anti-eroe perché specializzato in documenti falsi e cambi d’identità. Alla fine Gene decide di risolvere tutto da solo. In che modo lo vedremo successivamente perché, passando dallo stacco con il tradizionale jingle, la serie ci riporta alle vicende lasciate in sospeso nel finale della quarta stagione. Questa splendida intro sancisce ancora una volta la qualità dell’interpretazione di Bob Odenkirk che rappresenta il suo personaggio non solo come istrionico e vulcanico avvocato, ma anche come uomo sconfitto e in fuga.

Ci ri-troviamo quindi con Jimmy che decide in modo ufficiale di utilizzare come nome per la professione Saul Goodman per togliersi di dosso in modo definitivo l’etichetta del fratello sfigato di Chuck e che sceglie di continuare a lavorare con le persone a cui aveva venduto i telefoni cellulari usa e getta. Jimmy si sente uno di loro e sa che corde toccare per convincerli a fidarsi di lui: “Ehi sapete che c’è? Il ragazzo dei cellulari è anche un avvocato e può esservi utile!”. Oltre alla fiducia Jimmy gioca la carta di uno sconto del 50% per reati minori, con conseguenze che vedremo descritte nella seconda puntata. In una spassosissima scena dal ritmo concitato assistiamo ad una vera e propria processione di ladri, tossici e mignotte a cui Saul regala un cellulare con preimpostato il proprio numero di telefono, così che possano rapidamente contattarlo in caso di necessità. Il cambiamento di nome è anche un cambiamento di stile: all’abbigliamento classico degli episodi precedenti ora si sostituiscono colori sgargianti che vogliono richiamare l’attenzione ed esibire una personalità che non vuole e non può passare inosservata. Nel frattempo il piano di Gustavo Fring per realizzare il laboratorio sotterraneo deve essere ristrutturato a causa delle indagini condotte dall’erede della famiglia Salamanca, Lalo (Tony Dalton). La squadra di scavatori europei è stata liquidata, sotto gli occhi di un impassibile Mike che risponde ad uno spavaldo Kim che si complimenta con lui per la scelta di aver fatto fuori Werner Ziegler, con un diretto ben assestato che lo scaraventa nella polvere.

La regia del primo episodio è affidata a Bronwen Hughes, che si muove, come già in passato, in piena continuità con la mano autoriale di Vince Gilligan ed al suo lessico fatto di inquadrature mai banali, con un preciso significato espressivo, sul modello del cinema di Sergio Leone. Se l’estetica di questa serie è così saldamente impressa nella mente e nello sguardo dello spettatore gran parte del merito va a lui ed alla sua fede nel valore assoluto dell’aspetto visivo, mai subordinato alla narrazione, ma ad esso intrinsecamente legato. Il principio è semplice: ogni inquadratura deve raccontare qualcosa grazie a valori intrinseci. La messa in scena, i tempi del racconto ed il montaggio tengono poi il tono della rappresentazione ad un livello quotidiano che anche nei momenti più drammatici è sintonizzato su frequenze basse e, per così dire, quotidiane.

Accompagnare Saul Goodman può essere frustrante ed irritante, ma certo non è mai qualcosa di banale o scontato. Da non perdere, come ci consiglia anche Odenkirk: “E’ sconvolgente sotto ogni punto di vista. E’ la migliore stagione che abbia mai fatto e vi lascerà a bocca aperta”.

Titolo originale: Better Call Saul
Durata dell’episodio: 54 minuti
Numero degli episodi programmati: 10
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: drama thriller crime noir comedy

Consigliato: per i palati raffinati che amano il grande cinema ed i sapori contrastanti, in particolare quel sottile senso di disagio che ci lasciano addosso gli anti-eroi e le loro scelte non facilmente etichettabili moralmente.

Sconsigliato: a chi ama non ama le contaminazioni dei generi e le storie in cui il sapore è nella preparazione più che nel punto di arrivo.

Visioni parallele: meglio non essere (troppo) banali ed evitare di citare Breaking Bad, quindi consigliamo un film di Sergio Leone, regista che come Gilligan brucia storie e personaggi sotto il sole implacabile di deserti naturali (ed emotivi): C’era una volta il West (Once Upon a time in West, 1968).

Un’immagine: la prendiamo in prestito dall’ottavo episodio della seconda stagione di Breaking Bad, che appunto si intitola Better Call Saul: “Seriously, when the going gets tough, you don’t want a criminal lawyer. You want a “criminal” lawyer. Know what I’m saying?” ovvero “Quando il gioco si fa duro, non ti conviene avere un avvocato penalista, ma un avvocato criminale. Hai presente cosa intendo?”

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