American Horror Story 1984: una stagione sfortunata per una delle serie culto degli anni ’10

American Horror Story 1984 **

Le vicende di American Horror Story 1984 sono ambientate nei pressi di una Los Angeles in fermento per le imminenti Olimpiadi Estive. Un gruppo di cinque ragazzi decide di trascorrere qualche settimana lavorando nello staff di in un centro vacanze fuori città, Camp Redwood. Un alone di mistero circonda il campo e ben presto i ragazzi scoprono che 14 anni prima era stato teatro di una serie di orrendi omicidi compiuti da un dipendente impazzito, Mr. Jingles (John Carroll Lynch che alcuni ricorderanno come il clown Twisty ed altri come John Wayne Gacy). Già dalla prima notte è chiaro a tutti che non sarà un soggiorno rilassante, dal momento che ci sono ben due serial killer assetati di sangue:  Mr. Jingles è infatti fuggito dall’ospedale in cui era rinchiuso ed è tornato a Camp Redwood per completare quanto lasciato in sospeso 14 anni prima, ma non è solo. Nel campo estivo si muove anche un altro serial killer: The  Night Stalker (un assassino realmente esistito, qui interpretato dalla new entry Zach Villa) intenzionato a dare la caccia ai nostri malcapitati e soprattutto all’ingenua Brooke (Emma Roberts, volto storico della serie, Madison Montgomery e Maggie Esmeralda tra le altre) che gli è già sfuggita una volta. Candidata principale al ruolo di sopravvissuta, in gergo Final girl, riuscirà Brooke ad evitare ben due serial killer?

E’ con questo interrogativo che si conclude l’episodio pilota che sembra prefigurare un percorso intrigante, anche se più o meno prevedibile, nel genere slasher. Le numerose citazioni esplicite a questa particolare tipologia di horror, come il viaggio fuori città, la spensieratezza avventata di un gruppo di giovani, la difficoltà a credere agli avvertimenti di  un membro del gruppo, gli inseguimenti estenuanti con il cuore in gola: ci sono insomma tutti gli ingredienti previsti dalla ricetta, ma ben presto ci accorgiamo che sono utilizzati in dosi così eccessive da perdere ogni reale sapore narrativo. Essi contano più per quello che richiamano alla mente dello spettatore che per lo sviluppo della vicenda.

Nella lunga storia di questo show, arrivato alla nona stagione, Ryan Murphy e Brad Falchuck hanno cercato di coprire tutte le declinazioni del filone horror ripercorrendo, con spunti, omaggi e citazioni, i principali percorsi di un genere tra i più prolifici, sempre però senza perdere di vista l’obiettivo  di raccontare, tramite le nostre paure, la società in cui viviamo. La nona stagione di AHS è invece un omaggio agli slasher movie degli anni ’80 (Venerdì 13 di Cunningham è il principale modello) fine a se stesso, confermando la sensazione di involuzione iniziata con l’ottava stagione, Apocalypse.

La discutibile scelta di condire le vicende con una forte dose di parodia stempera quasi completamente l’effetto horror e trasporta lo spettatore in una terra di nessuno in cui non si prova apprensione per i personaggi, l’empatia scarseggia e non ci si preoccupa nemmeno troppo della coerenza di quello che si vede. Chi prosegue la visione lo fa soprattutto per il gusto visivo (che permane) e per la curiosità di vedere come andrà a finire. Un discorso a parte vale per i nostalgici degli anni’80 che però si sono già gustati il meglio e cioè una splendida sigla di apertura, tra immagini sgranate, mangianastri e sessioni di aerobica. Sul finire della stagione, quando le vicende si spostano nel 1989, la scrittura cerca di descrivere e di sintetizzare gli anni ’80: cosa hanno rappresentato, per cosa sono stati scambiati. Ma non è con un paio di frasi brillanti che si può riempire il vuoto di idee che percorre tutta la stagione.

Qualche spunto interessante lo hanno fatto intravedere i personaggi. All’inizio volutamente rappresentati come un branco di giovanotti tutt’altro che brillanti, con il prosieguo della visione si rivelano tormentati e carichi di ambiguità. A metà della stagione, con una delle celebri giravolte che sono tra i marchi di fabbrica di Murphy & Co, sembrano volersi ribellare alla maschera, al clichè che lo sceneggiatore gli ha cucito addosso nei primi episodi: Montana (Billie Lourd figlia di Carrie Fischer) non è una bionda senza cervello e priva di capacità strategica come del resto Chet (Gus Kenworthy) non è interessato solo ai muscoli ed all’aspetto estetico.

Nessuno è davvero quello che sembra, a cominciare dalla proprietaria del campus, Margaret che passa agli occhi dello spettatore da eccentrica (ma rispettabile) imprenditrice ad invasata religiosa a perfida manipolatrice delle menti più deboli. Rita da coraggiosa infermiera si trasforma ai nostri occhi in ambigua ricercatrice, disposta a sacrificare tutto e tutti per raggiungere il proprio obiettivo; infine Mr. Jingles, prima mostro senza pietà e poi vittima incolpevole delle macchinazioni di Margaret. Diverso è il caso dell’ingenua Brooke: più che rivelare di essere qualcuno di diverso,  lo diventerà con l’esperienza della prigione: sarà la sete di vendetta (e la disperazione per essersi persa gran parte degli anni ’80!) a spingerla sulle tracce di Margaret con il sostegno di Rita.

Nonostante questi spunti, potenzialmente interessanti, il racconto non riesce a suscitare una reale empatia per i protagonisti che osserviamo con distacco e per i quali proviamo al massimo simpatia umana, ma sempre con una distanza emotiva che ci impedisce di immedesimarci con loro. Il tono farsesco ed irreale prevale e non ci permette di attivare meccanismi di negoziazione efficaci. Anche quando vengono ripercorsi avvenimenti del passato che dovrebbero non solo spiegare il comportamento nel presente, ma anche dare spessore ai personaggi, non siamo mai davvero coinvolti: ci troviamo di fronte ad un accumulo di informazioni più che ad un’esplorazione di anime.

La relazione tra i protagonisti è carica di non detto e di elusioni: non c’è tra di loro una vera amicizia e questo emerge chiaramente nel momento del pericolo, quando ciascuno cerca il proprio bene senza preoccuparsi degli altri: conseguenza, una brutta fine. Quello che funziona è invece la relazione sincera in cui ci si prende cura gli uni degli altri, come dimostrano Brooke e Rita nella seconda parte della stagione. I protagonisti sono molto soli. Anche quando sono costretti a stare insieme non sembra esserci un reale spirito di comunità, ma semplice vicinanza indotta dalle circostanze. E’ un mondo freddo quello che Murphy ci descrive, con poche relazioni e comunque subordinate ai bisogni individuali. Anche chi viene marginalmente a contatto con Camp Redwood si muove nello spettro ristretto del proprio interesse, come la giornalista dell’Enquire il cui motto è: “Non lasciare che i fatti intralcino la realtà, né che la verità intralci una storia che vende ”.

L’aspetto visivo si conferma sui livelli delle precedenti stagioni e ci cala perfettamente negli anni ’80 riuscendo a dare verosimiglianza alla narrazione e ad affascinare con una fotografia vintage che si adatta al variare della luce e degli ambienti.  La qualità tecnica è confermata dall’ottima colonna sonora che alterna hit del periodo come Cruel Summer  e Never Ending Story a sonorità elettriche, contribuendo a dare alla visione quel senso di sospensione e spaesamento voluto dagli autori.

Nel complesso di uno show spesso incostante nella resa qualitativa, ma capace, anche in annate meno riuscite, di proporre singoli episodi dal grande impatto visivo e narrativo, dobbiamo rilevare che complessivamente 1984 non riesce mai ad uscire da una monotonia di fondo in cui domina un senso di farsa irreale più che di paura.

Insomma quest’anno è andata male … la speranza è che la decima stagione sia in grado di ripagare i fan delusi e di aggiungere nuovi fasti a quelle 96 nomination agli Emmy che meglio di tante parole rendono l’idea del peso specifico di AHS nel panorama seriale della prima decade del secolo.

Titolo originale: AHS 1984
Durata media episodio: 60 minuti
Numero degli episodi: 9
Distribuzione streaming: FOX – Sky
Genere: Horror, Drama

Consigliato: ai fan della serie, giusto per non lasciare un tassello vuoto e per poter poi sparare a zero sulla stagione con gli altri appassionati.

Sconsigliato: a quanti amano le storie horror solide e tradizionali, senza sconfinamenti in altri territori, ammiccamenti postmoderni e situazioni volutamente farsesche.

Visioni parallele:

Scream di Wes Craven, uno dei più famosi slasher movie anche se di una decade successiva (1996) a quella rappresentata nella serie. La storia è presto detta: un serial killer mascherato uccide brutalmente i ragazzi di una cittadina della provincia americana. L’unica che in qualche modo riesce a resistergli è la Sidney Prescott (Neve Campbell) con cui il killer sembra avere un legame particolare.

Un’immagine: la sigla granulare, con colori fluo e scandita dalla musica di Mac Quayle (Mr. Robot): il meglio della stagione.

Un pensiero riguardo “American Horror Story 1984: una stagione sfortunata per una delle serie culto degli anni ’10”

  1. Caspita, io ho visto l’anteprima della nona stagione in occasione di FEST – Il Festival delle Serie TV – e la serie è ancora nella lista “to watch”! Farò un tentativo, magari iniziando proprio dalla nona stagione?

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