Green Book è il film dell’anno, Cuaron migliore regista, primo Oscar a Spike Lee

The ref made a bad call“, ovvero l’arbitro ha commesso un errore.

Basterebbero le parole carpite alla fine della cerimonia a Spike Lee per commentare il Premio Oscar per il miglior film dell’anno assegnato a Green Book, accolto molto, molto tiepidamente dal pubblico in sala.

Every time somebody’s driving somebody, I lose!” aveva detto anche il regista di Brooklyn, evocando il paragone con un altro vincitore dimenticato, quell’A spasso con Daisy che rimane uno dei peggiori vincitori della storia degli Oscar.

Justin Chang del Los Angeles Times ha rincarato la dose scrivendo che Green Book “was clearly a palatable brand of godawful…  I find [it[ both dishonest and dispiritingly retrograde, a shopworn ideal of racial reconciliation propped up by a story that unfolds almost entirely from a white protagonist’s incurious perspective”.

Si volevano Oscar più ‘popolari’. E’ stato il tormentone degli ultimi 12 mesi, dopo i pessimi ascolti della cerimonia dell’anno scorso. E allora avanti tutta con i filmoni old style, quei pochi ancora prodotti dai grandi studios. Alla faccia della qualità vera, sono stati Oscar Pop, o se volete qualcosa di più raffinato, sono stati il trionfo del mid-cult.

Ma il finale scioccante non può far dimenticare il resto della cerimonia che si è aperta con un medley dei Queen con Adam Lambert sulle note di We will rock you e We are the champions, seguite da un monologo iniziale, breve ed efficace di quelle che avrebbero potuto essere e forse un giorno saranno davvero le presentatrici della serata, Amy Pohler, Tina Fay e Maya Rudolph, un trio comico surreale che ha portato un po’ di calore, in una serata che si è rivelata breve, appena 3 ore e 15 minuti, ma priva di alcun brivido vero: i discorsi dei vincitori troncati bruscamente, spegnendo addirittura il microfono, una voce off ad introdurre i diversi presentatori e un copione minimale, che ciascuno si è limitato a leggere sul gobbo.

I primi dati televisivi confermano un aumento del 7% rispetto all’anno scorso e un pubblico di 29,6 milioni, due in più rispetto all’anno scorso, il peggiore di sempre. Un poco meglio, ma non tanto da stappare champagne, insomma, nonostante la cerimonia si state più corta di 35 minuti e sia stata trasmessa per la prima volta anche in streaming.

Poche le vere eccezioni: Samuel L.Jackson che consegna il primo Oscar per il miglior adattamento a Spike Lee, che gli salta in braccio, oppure Olivia Colman premiata come migliore attrice, che appariva del tutto impreparata alla vittoria, dopo aver visto Glenn Close vincere tutti i premi possibili, da dicembre ad ora.

Il sentimento generale è stato quello che ha attraversato Hollywood e l’Academy nel corso di tutta la stagione: women empowerment, attenzione a tutte le minoranze, inclusività.

Tutto questo però si è tradotto in un trionfo di buoni sentimenti e di conformismo politicamente corretto.

Difficile infatti immaginare costumi più belli di quelli ideati da Sandy Powell, due volte candidata e battuta dalla costumista di Black Panther. Incomprensibile l’Oscar al montatore John Ottman per un film palesemente mal montato come Bohemian Rhapsody, ma riconosciuto come il vero professionista, in grado di confezionare un film di successo planetario, nonostante il licenziamento del suo regista e le troppe ingerenze creative della produzione.

L’unico momento di grande, grandissimo spettacolo è stata la performance di Lady Gaga e Bradley Cooper. La loro versione di Shallow è stata un capolavoro di regia televisiva e di tensione emotiva. Posta strategicamente a due terzi dello show, ha introdotto magnificamente la cavalcata finale dei premi.

Nel complesso ci sono stati molti vincitori: oltre a Green Book che chiude con 3 premi, per il miglior film, la migliore sceneggiatura e il miglio non protagonista con Mahershala Ali, capace di vincere due Oscar in tre anni, naturalmente abbiamo Roma di Cuaron, che partito come grande favorito, si è dovuto accontentare dei premi per la regia, la fotografia e il miglior film straniero, tutti raccolti dal regista messicano che ha ringraziato le sue attrici e la sua terra nativa, senza particolari accenti politici.

Bohemian Rhapsody ha chiuso la serata con 4 statuette, la più prestigiosa delle quali, quella per Remi Malek. L’attore noto sinora quasi solo per Mister Robot, non somiglia granchè all’originale, ha limitato il trucco al minimo ed è stato doppiato nelle parti musicali. Praticamente ha fatto il mimo di Freddy Mercury, in una storia piena zeppa di errori e travisamenti storici.  Tant’è.

Peccato per Christian Bale, uno dei giganti della sua generazione, a cui dovrebbero dare un premio per ogni film che fa.

Black Panther ha tenuto alto l’orgoglio black, assieme a Spike Lee, confermandosi fenomeno vero, almeno negli States.

Nessuno torna a casa a mani vuote: persino Se la strada potesse parlare e First Man, i film dei due registi che battagliarono fino all’ultimo istante, alla cerimonia di due anni fa, questa volta palesemente snobbati dall’Academy, conquistano un Oscar ciascuno, così come Vice, A Star is Born e La favorita.

Tutto il resto sono coriandoli sparsi.

Forse la più delusa di tutti è Glenn Close, straordinaria attrice che da molto tempo si divide fra teatro, tv e cinema, ha perso anche questa volta, alla sua settima nominations: un sottile accanimento.

Se dobbiamo trovare davvero un vinto di questa cerimonia, questo è sicuramente Netflix a cui non riesce il colpo grosso, che tanto aveva sognato, da quando Roma ha debuttato al Festival di Venezia la scorsa estate. L’ingente e costosa campagna, messa in piedi da quella che era la storica stratega della Miramax e della Weinstein Company, Lisa Taback, non è riuscita a spingere Cuaron sino al traguardo finale.

Anche questa volta, come per Gravity, il regista messicano si è dovuto accontentare della miglior regia, senza il conforto del miglior film.

Da quando è stato introdotto il prefencial ballot nel 2010 e sono stati ampliati sino a dieci i possibili candidati al miglior film, lo split tra miglior film e miglior regia si è verificato sempre più spesso, diventando regola, da eccezione che era: addirittura 5 volte negli ultimi sette anni.

Invitando i membri dell’Academy a votare – solo nella categoria del miglior film – non il proprio titolo preferito, ma a mettere in classifica tutti i candidati, quello che si ottiene è sempre una vittoria del lavoro meno divisivo, più trasversale.

Una piccola nota di colore: quando rivedremo stralci di questa cerimonia tra 10 o 20 anni, rideremo dei look e degli abiti, almeno quanto non facciamo ora riguardando certi abiti delle cerimonie degli anni ’70. Da i calzoni corti con calze bianche di Pharrell ad una lunga teoria di enormi fiocchi, lunghi strascichi, colori sgargianti e improbabili sbuffi sugli abiti femminili, per non dire di certi smoking maschili o del berretto di lana calcato da Mahershala Ali: tanta inutile stravaganza sul palco. Pochissim vera eleganza.

Questi sono tutti i vincitori e i link alle nostre recensioni:

Best Picture:
Green Book,” Jim Burke, Charles B. Wessler, Brian Currie, Peter Farrelly and Nick Vallelonga

Director:
Alfonso Cuarón, “Roma”

Lead Actor:
Rami Malek, “Bohemian Rhapsody”

Lead Actress:
Olivia Colman, “The Favourite”

Supporting Actor:
Mahershala Ali, “Green Book”

Supporting Actress:
Regina King, “If Beale Street Could Talk

Adapted Screenplay:
BlacKkKlansman,” Charlie Wachtel, David Rabinowitz, Kevin Willmott, Spike Lee

Original Screenplay:
Green Book,” Nick Vallelonga, Brian Currie, Peter Farrelly

Animated Feature:
Spider-Man: Into the Spider-Verse,” Bob Persichetti, Peter Ramsey, Rodney Rothman

Best Foreign Language Film:
Roma” (Mexico)

Film Editing:
“Bohemian Rhapsody,” John Ottman

Cinematography:
“Roma,” Alfonso Cuarón

Sound Editing:
“Bohemian Rhapsody,” John Warhurst

Sound Mixing:
“Bohemian Rhapsody,” Paul Massey, Tim Cavagin and John Casali

Original Score:
“Black Panther,” Ludwig Goransson

Original Song:
“Shallow” from “A Star Is Born” by Lady Gaga, Mark Ronson, Anthony Rossomando, Andrew Wyatt and Benjamin Rice

Production Design:
“Black Panther,” Hannah Beachler

Costume Design:
“Black Panther,” Ruth E. Carter

Makeup and Hair:
“Vice,” Greg Cannom, Kate Biscoe and Patricia DeHaney

Visual Effects:
“First Man,” Paul Lambert, Ian Hunter, Tristan Myles and J.D. Schwalm

Best Documentary Feature:
“Free Solo,” Jimmy Chin, Elizabeth Chai Vasarhelyi

Best Documentary Short Subject:
“Period. End of Sentence.,” Rayka Zehtabchi

Best Live Action Short Film:
Skin,” Guy Nattiv

Animated Short:
“Bao,” Domee Shi

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WINS BY FILM

Bohemian Rhapsody: 4
Black Panther: 3
Green Book: 3
Roma: 3
BlacKkKlansman: 1
The Favourite: 1
First Man: 1
If Beale Street Could Talk: 1
Spider-Man: Into the Spider-Verse: 1
A Star Is Born: 1
Vice: 1
Free Solo: 1

WINS BY STUDIO

Disney: 4
Fox: 4
Netflix: 4
Universal: 4
Annapurna: 2
Fox Searchlight: 2
Focus Features: 1
National Geographic: 1
Sony: 1
Warner Bros.: 1

 

 

 

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