Green Book. Recensione in anteprima!

Green Book **1/2

The Negro Motorist Green Book era una piccola guida, scritta nel 1936 e poi rinnovata fino al 1966, da Victor Hugo Green, per segnalare alle persone di colore dove poter alloggiare e mangiare. Erano gli anni della segregazione strisciante e vigliacca negli Stati del Sud, gli anni delle Jim Crow laws, che consentivano sotto la linea Mason-Dixon di perpetuare la discriminazione più vergognosa nei confronti degli afroamericani.

Quando il buttafuori del Copacabana di New York, Tony ‘Lip’ Vallelonga, viene incaricato di fare d’autista al grande pianista Don Shirley, impegnato in una lunga tournée con il suo trio nel profondo sud, la casa discografica, assieme alle chiavi dell’auto, gli consegna anche una di quelle Green Book.

I due non potrebbero essere più diversi: uno italoamericano, dai modi spicci e dalla fame portentosa, di ben poca cultura, ma in grado di risolvere ogni problema lungo il viaggio; l’altro elegantissimo, che vive in una sorta di reggia sopra la Carnegie Hall, affettato nei modi, poliglotta, con studi a Leningrado e Washington, non solo di musica, ma anche di psicologia.

Costretti a convivere, per due mesi, nell’inverno del 1962, scopriranno molte cose l’uno dell’altro, finiranno per accantonare le barriere di classe e i pregiudizi reciproci, ciascuno venendo in soccorso dell’altro nei momenti più critici del viaggio. O almeno questo è quello che ci racconta il film…

Dal punto di vista narrativo, Peter Farrelly – sì, proprio uno dei due fratelli, responsabili di Tutti pazzi per Mary, Scemo e più scemo e Amore a prima svista – segue un copione quanto più classico e tradizionale si possa immaginare.

Un road movie con due personaggi, che sembrano lontanissimi e che poi finiscono per avvicinarsi sempre di più. Il viaggio come metafora della scoperta, non solo del paese, ma anche di sè stessi, dei propri limiti, delle proprie risorse. La coppia quale meccanismo drammatico d’antonomasia, per raccontare metaforicamente, l’intero paese.

Nel film non manca nulla: il successo delle serate, gli stereotipi culturali e culinari, gli hotel separati e i bagni rigorosamente per bianchi, i pestaggi e gli arresti insensati.

Dev’essere vero che gli Stati Uniti di fine anni ’10 assomigliano tragicamente a quelli degli anni ’50 e ’80 del Novecento, perchè il loro cinema medio, si assomiglia sempre di più.

Questo Green Book avrebbe infatti potuto benissimo essere un film con Sidney Poitier, girato sessant’anni fa, e tanto assomiglia anche al quel lavoro di Bruce Beresford, così odiato dalla comunità di colore, che è stato A spasso con Daisy, premio Oscar nel 1989.

Manca un po’ del paternalismo di quei film, ma il resto c’è tutto. Ci si commuove anche, si parteggia per la strana coppia, ci si arrabbia con i redneck ripuliti del sud o con la polizia razzista, ma alla fine…

Tutto giusto, per carità. Tranne il fatto che, come sempre accade nel peggior cinema hollywoodiano, la realtà viene piegata alle necessità di scrittura.

Gli eredi di Shirley infatti si sono affrettati a dichiarare che il maestro e l’autista non sono mai diventati davvero amici, ma hanno sempre mantenuto semplici rapporti professionali, indicando il film come una symphony of lies. Come a dire che la distanza di censo e di classe è rimasta sempre intatta. Così come il posto in auto: Tony alla guida e Don sul sedile posteriore.

Perchè, alla fine, quello che conta di più non è forse il colore della pelle, ma il verde delle banconote. Quello sì davvero immutabile. Si nota almeno in un paio di scene, ad esempio quella in cui Tony si rifiuta di caricare le valige di Don, in presenza del suo maggiordomo indiano: progressismo sulle origini etniche, ma la gerarchia di classe deve rimane intatta.

È curioso poi come il film dipinga Shirley – originario della Giamaica – estraneo a qualsiasi solidarietà con altri afroamericani e persino a qualsiasi dialogo con loro.

Dobbiamo infatti attendere il prefinale a Birmingham, per vedere Shirley suonare il jazz con una band di colore… anche qui in modo sin troppo simbolico.

Ma se la nostra società ha ancora bisogno di questi film, per mettere la sordina ad un razzismo, mai così recrudescente, e il cinema si piega ad utilizzare strumenti vecchi, che speravamo superati, c’è davvero qualcosa che non va.

C’è ancora bisogno di film esemplari e semplici come Green Book, che arrivino a tutti, senza particolari sottigliezze e con un messaggio popolare e anti-intellettuale, che invece è una prerogativa di questi tempi marci? Forse sì.

Il critico, a questo punto, fa un passo indietro e si piega al mainstream necessario.

Perfetto Mahershala Ali nella parte del fiero Don Shirley, completamente miscast invece Viggo Mortensen, ingrassato e imbolsito, per interpretare l’italo-americano Tony Lip, che compensa con la simpatia e la fisicità, da attore consumato qual è.

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