Boy Erased – Vite cancellate. Recensione in anteprima!

Boy Erased – Vite cancellate **1/2

Il secondo film da regista per Joel Edgerton, dopo l’esordio con il thriller The Gift – Regali da uno sconosciuto, è tratto dal romanzo autobiografico del 2016 di Garrard Conley, cresciuto in Arkansas in una famiglia rigidamente battista, che lo costrinse a ‘curare’ la sua omosessualità in un centro in cui si praticava la cosiddetta ‘terapia di conversione’.

Ancora oggi in 36 stati americani questi centri sono pienamente leciti e operanti. Si stima che circa 700.000 ragazzi americani siano stati spinti a frequentarli.

Basterebbero queste poche righe per mettere i brividi al più conservatore dei nostri lettori. E a segnalare l’urgenza del lavoro di Edgerton, che è pure il secondo film uscito quest’anno che affronta di petto questa pagina nera, dopo La diseducazione di Cameron Post.

Boy Erased racconta la storia di Jared, un giovane studente, in procinto di lasciare la casa dei genitori in Arkansas, per frequentare il college. Il padre è un pastore battista che gestisce un autosalone della Ford. La madre è una parrucchiera, devota al marito e alla sua chiesa.

Jared lascia la fidanzata dell’high school e si trasferisce nel dormitorio del college: qui fraternizza con uno studente più grande Henry, che una notte lo violenta e poi confessa di averlo fatto anche altre volte in passato. Timoroso delle conseguenze, Henry telefona ai genitori di Jared e lo mette nei guai.

Il padre Marshall si affida così a due membri anziani della sua comunità che gli suggeriscono di far rinchiudere Jared in questo centro chiamato Love in Action, che si occupa di riconvertire all’eterosessualità i suoi pazienti.

A capo della scuola c’è il mellifluo e inquietante Victor Sykes: la sua terapia è un misto di religiosità da Antico Testamento, psicologia for dummies e metodi coercitivi.

La Love in Action assomiglia al centro per malattie mentali che Soderbergh aveva messo al centro del suo Unsane: un incubo concentrazionario, in cui tortura psicologica, metodi spicci e fede si mescolano in un mix rivoltante.

In questo caso con l’aggravante di voler pretendere di curare persone che certamente non hanno alcuna malattia, vittime indifese di pregiudizi, ignoranza, fondamentalismo, superstizione e fascismo strisciante.

E’ curioso tuttavia come siano più terrificanti degli spazi del centro, gli interni della casa di Jared: è nelle mura domestiche, nelle cucine spaziose, nei tinelli tutti uguali, che si annidano le peggiori nefandezze. Di quelli bisogna aver davvero paura, così come di quelle bandiere americane, che campeggiano dovunque e che sembrano sventolate come armi improprie.

Edgerton lascia quasi sempre fuori campo violenze e soprusi del cialtrone Victor Skyes, mostrandone tuttavia i segni sui volti e la psiche dei suoi pazienti.

Jared, il classico bravo ragazzo, quello che al di là dell’oceano chiamano all american boy tuttavia trova la forza di ribellarsi solo quando finalmente intravvede nella madre un alleato, sia pure titubante, capace di rompere quella cappa conformista da cui è circondato, dentro e fuori il centro.

Ed è solo allora che Jared trova la sua vera voce, il coraggio di affrontare la sua vera identità, si raccontare se stesso e finalmente il coraggio di parlare a suo padre.

Edgerton scegli una messa in scena assolutamente classica, lineare, invisibile, rotta solo dai flashback che raccontano le relazioni di Jared al college. Da attore, si affida poi interamente ai suoi protagonisti: Lucas Hedges, volto acqua e sapone, modi gentili, ma sin da Manchester By The Sea un po’ troppo abituato a ruoli di figlio problematico, come dimostra anche il prossimo Ben is Back, quindi Nicole Kidman, madre coraggio, che sembra aver ritrovato l’efficacia di un tempo, e Russell Crowe, sempre più imbolsito e impacciato, ma capace della ruvidezza, che il ruolo richiedeva.

Privo di scene madri e, almeno sino al finale, di dialoghi troppo scritti ed esemplari, Boy Erased è un prodotto discreto, che fa luce su un microcosmo inquietante e soffocante.

Peccato che costruisca il suo percorso identitario in modo un po’ troppo perfetto e schematico e alla fine, un po’ consolatorio.

Con le migliori intenzioni.

In Italia il 14 marzo 2019 per Universal

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