First Man – Il primo uomo

First Man ***

“Abbiamo deciso di andare sulla luna. Abbiamo deciso di andare sulla luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese, non perché sono semplici, ma perché sono ardite”.

Sono le parole di John Kennedy alla Rice University a dare sostanza politica e ideale al nuovo film di Damien Chazelle, che racconta quasi dieci anni nella vita del pilota e ingegnere Neil Armstrong, dai primi voli per la NASA in California, passando al progetto Gemini a Houston e poi alle missioni Apollo.

Chazelle lascia sullo sfondo le immagini dei successi russi, i rapporti con i colleghi astronauti, quelli con la politica e l’opinione pubblica, gli errori commessi e il sacrificio di molti, per concentrarsi solo sul suo protagonista, sui suoi demoni, le sue malinconie private.

Introverso e di pochissime parole, Armstrong è tormentato dalla perdita della piccolissima figlia Karen, che lo spinge ancora di più a chiudersi nel suo lavoro, nei suoi libri, nei suoi calcoli. Solo la moglie Janet sembra condividere il senso dei suoi silenzi.

Lontano dalla levità nostalgica di La La Land, sempre claustrofobicamente addosso ai suoi personaggi, dentro e fuori gli angusti moduli spaziali, soprattutto sfruttando la libertà elettrica della camera a mano, First Man prosegue invece in modo significativo il percorso autoriale di Chazelle, inaugurato da Whiplash.

Anche questa volta il suo protagonista è un uomo ossessionato dalla sua missione, dal tentativo di mettere a frutto il suo talento per fare quelle cose difficili, ardite, di cui parlava il Presidente Kennedy. Un’ossessione che sembra dare una risposta al sacrificio e alle attese di un intero paese: in uno dei momenti più drammatici del film, Armstrong è a Washington a convincere senatori, lobbisti e congressmen della necessità di sostenere il costoso programma spaziale, anche di fronte alle proteste di piazza ed alle più prosaiche richieste elettorali, proprio mentre l’equipaggio della prima missione Apollo viene carbonizzato da un incendio, durante uno dei test.

Chazelle evita ogni spettacolarità e resta il più possibile fedele alla scelta realista, che accompagna il film sin dalla sua prima scena, lasciandoci quasi sempre a soffrire a fianco di Armostrong, all’interno degli spazi stretti delle cabine di pilotaggio.

Il film indugia spesso sulle viti, sui bulloni, sui rivetti, sugli interruttori di quelle cabine, sempre sull’orlo di superare il loro punto di rottura: una tecnologia assai poco futurista e asettica, ma assolutamente artigianale, meccanica, con tutte le sue precarietà.  Gli astronauti diventano così pionieri coraggiosi e incoscienti, quasi come i coevi piloti di formula uno e il film ci tiene a farci travolgere dalle stesse loro emozioni.

Lo sguardo di Chazelle si apre infine solo sulla superficie lunare, sul grigio sabbioso e sul nero che ne incornicia l’orizzonte, nel silenzio assordante di un paesaggio assoluto e irripetibile, in cui anche il dolore di Armstrong sembra trovare finalmente pace.

Ryan Gosling è forse alle prese con il ruolo più complesso della sua carriera, proprio perchè il ritratto di Armstrong è quello di un antieroe sfuggente, triste e solitario, che nulla regala alla sua famiglia, come alle persone che gli sono accanto. L’attore attraversa il film con spirito stoico e sguardo contrito, senza alcun glamour e senza alcuna retorica. Ancor meno ne ha Claire Foy, che interpreta la moglie Janet con compassionevole determinazione.

Forse il film avrebbe beneficiato di una maggiore concentrazione drammatica, perchè questa durata da kolossal mal si concilia con la scelta anti-epica di Chazelle, che lascia allo straordinario sound design e alla colonna sonora tutta l’enfasi, che le immagini sembrano voler costantemente evitare.

Pregevole il lavoro di Mary Ellis sul sonoro e bellissima e pastosa la fotografia di Linus Sandgren, costretto qui ad un tour de force con spazi e illuminazioni improbabili.

Sin dalla Mostra di Venezia il film è stato oggetto, in patria, di attacchi e letture politiche di rara stupidità: se i trumpiani gli rimproverano la mancanza della scena iconica del posizionamento della bandiera americana sul suolo lunare, alcuni liberal, guidati dal New Yorker, in modo ancor più surreale contestano la scelta di Chazelle di raccontare un Armstrong, pioniere dalle straordinarie capacità di resistenza, lontano dal contesto sociale, politico e culturale del suo tempo, che non ascolta i Beatles (?), non scende in strada a protestare contro il Vietnam (?!), è patriottico e antisovietico (!!!) e lavora in una NASA senza neri e senza donne, assorto nei suoi calcoli e nelle sue ossessioni.

E così, raccontare in modo realistico il concretizzarsi di quel viaggio sulla luna – che sin dall’inizio della storia del cinema e molto prima, è stato una grande e feconda utopia – si è improvvisamente trasformato in una pericolosa manovra di intelligenza con il nemico, politicamente scorretta e di propaganda involontaria, per il diavolo, che siede alla Casa Bianca.

Il livello di queste argomentazioni lascia francamente di stucco e mostra quanto inquinato sia ormai il dibattito culturale e cinematografico negli Stati Uniti A.D. 2018.

Difficile tuttavia che First Man ripeta l’exploit di La La Land: non c’è, in effetti, nessuna concessione romantica, nè afflato retorico, nel ritratto di un uomo solo, introverso, con lo sguardo costantemente attraversato dalla malinconia. Un grande personaggio tragico, a cui la storia ha assegnato il ruolo, diverso e impossibile, dell’eroe omerico.

Regia:

Damien Chazelle

Durata: 135’
Paesi:

Usa

Interpreti: Ryan Gosling, Jason Clarke, Claire Foy
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