The Deuce: luci rosse sulla Grande Mela

È il 1971, Stati Uniti d’America, New York City. L’era Nixon è al suo apice. La guerra del Vietnam spacca la nazione. A Times Square e nelle sporchissime vie adiacenti, gli unici che discutono di politica internazionale sono i papponi neri, seduti in poltrona in attesa del lustrascarpe o nelle sale d’attesa delle stazioni, perfetto appostamento per adocchiare ignare ragazze di provincia appena sbarcate nella Grande Mela. “Sono tutte in vendita”, dice Reggie a Cee Cee. In fondo, Nixon “è un pappone pure lui”, si dicono. Stessa mentalità, stessa strategia. Il Presidente spaventa i vietcong agitando davanti ai loro occhi a mandorla la bomba atomica, ma mica la sgancia!, così anche i magnaccia terrorizzano le protette per farle stare in riga, però, alla prova dei fatti, non le fanno fuori… È questa una delle scene iniziali di The Deuce, la nuova serie televisiva americana firmata da David Simon e da George Pelecanos e trasmessa dal potente canale HBO, per un totale di otto puntate. Giunta ormai in patria al giro di boa (già trasmesse 5 puntate su 8), in Italia è programmata sul canale satellitare Sky Atlantic a partire dal 24 Ottobre.

Simon e Pelecanos, ideatori di The Deuce, non sono esattamente dei pivellini. Nel loro curriculum c’è (almeno) un gioiello assoluto, The Wire, sessanta episodi andati in onda tra il 2002 e il 2008 per un totale di cinque stagioni. Il primo fu il produttore esecutivo della serie, il secondo vi lavorò come soggettista e sceneggiatore. Se The X-Files, a cavallo tra anni Novanta e Duemila rappresentò un geniale cavallo di Troia per riabilitare la più folle e oscura controcultura americana in tempi di clintonismo rampante (a proposito, qualcuno dica al bravo Chris Carter che i revival non sempre funzionano…), The Wire ne fu l’ideale contrappunto hard-boiled, schiacciata com’era su canoni estetici iperrealistici, fino a sconfinare nell’inchiesta sociologica. Caratterizzata da uno sviluppo corale delle storie e da un’attenzione, perfino eccessiva, ossessiva, alla connessione (wire = legame) dei fatti e alle dinamiche di potere interne a una grande città (Baltimora, dove i luoghi di ambientazione della serie sono diventati meta di pellegrinaggio turistico), The Wire scandagliava gli intrecci tra malavita e amministrazione, inseguiva gli estesi fenomeni corruttivi interni alla polizia, descriveva l’organizzazione dello spaccio. Lo sguardo si poggiava più sugli spazi della vita cittadina che sui singoli personaggi, dai quartieri periferici al porto, dalle scuole alle redazioni dei giornali.

[Attenzione, da questo punto in avanti ci sono degli SPOILER]

The Deuce non indaga il mondo della droga, ma l’universo del porno. Per la precisione, esplora la genesi dell’industria “a luci rosse” nei primi anni Settanta. James Franco ha il physique du rôle per interpretare l’intraprendente barista Vincent Martino, deciso a sfondare nel quartieraccio attorno a Times Square, perfettamente ricostruita e irriconoscibile rispetto agli sfarzi attuali post-gentrificazione. La moglie di Vincent si trascina di notte in sale da biliardo polverose, lo tradisce, vorrebbe che lui si affiliasse alla mafia, come suo padre e i suoi fratelli, però Vincent, a sua volta un traditore seriale, attirato dalle belle donne, decide di lasciare casa e di trasferirsi in una lurida pensione. Intanto, si licenzia dal bar e prende in gestione un ristorante sudcoreano sull’orlo del fallimento, trasformandolo in luogo di ritrovo per i disperati della notte. Qui, ha l’idea che gli cambia la vita: “migliorare” il look delle cameriere, renderle sexy e discinte, per attirare nuova clientela e soldi, soldi veri. Anche perché Vincent ha un problema di nome Frankie, suo fratello gemello, ex promessa del baseball, indebitato fino al collo con la mafia siciliana. Frankie è senza un dollaro, randagio e attaccabrighe. A chi può chiedere aiuto, se non al fratello Vincent?

Le protagoniste di The Deuce sono soprattutto le meravigliose puttane, Darlene, Candy, Lori, Ashley, bianche e nere, di diversa estrazione sociale, accomunate da disperazione e disincanto, stritolate dai protettori. A un certo punto alcune fiutano l’affare, la via del porno. La serie affonda il coltello nei paradossi del sistema americano e si fa (ci fa) una domanda, terribile e ingenua: se il corpo è l’unica fonte di sostentamento, vuoi per costrizione sociale, vuoi per necessità personale, perché non rompere le catene del bisogno, promuovendo la propria sessualità a motore di guadagno, rendendola consapevole preda dello sguardo maschile? “Lei controlla i suoi mezzi di produzione”, dice il pappone marxista (!) Richie ad un collega, a proposito di una prostituta finalmente imprenditrice di stessa. Se esiste una possibilità di riscatto, in The Deuce, è incarnata dall’elemento femminile. I magnaccia interessati al facile guadagno, i viscidi poliziotti in cerca di una botta e via, i laidi mafiosi elargitori di mazzette non comprendono la portata della rivoluzione, semmai reprimono e poi, latori di una doppia morale, entrano nel giro avviato o consumano passivamente.

Su tutte, brilla la stella di Maggie Gyllenhaal, splendida nel ruolo di Candy, proveniente da una buona famiglia e unica tra le “belle di giorno” a rifiutare protezione, gelosa della propria diversità. Emblematica, quasi iconica, la scena in cui, alla fine della seconda puntata, Maggie/Candy siede sul letto della sua vecchia cameretta, di spalle, con i poster di Elvis Presley e Marilyn Monroe alle pareti. Ecco la fine del sogno americano. E l’inizio di una nuova avventura, basata sui soldi. E di fiuto per gli affari, Candy, ne ha molto. Perché vende il suo corpo? Perché non mantiene il figlio in un altro modo? La vediamo alle prese con una madre/nonna al corrente di tutto. “Dico a tuo figlio che sua madre lavora per i servizi segreti”. Un giorno Loretta, sua compagna di strada, le chiede di sostituirla sul set, e questo evento casuale la spinge verso il porno. Sul set de Il buon giorno si vede dal vichingo, Simon e Pelecanos si divertono a decostruire il mito americano con perversa ironia. Lasciamo allo spettatore scoprire quale uso creativo venga fatto della zuppa di patate Campbell. Sì, sono proprio i famosi barattoli immortalati da Andy Warhol… Inizia così la promettente carriera di Candy.

Nelle donne di The Deuce c’è sempre una forza insopprimibile, un granello residuo di energia, una sensibilità non repressa o un’intelligenza pronta ad avvolgere il maschio inerte: ci imbattiamo nella dolcezza di Darlene, capace di emozionarsi mentre guarda in televisione il vecchio film in bianco e nero Le due città, insieme ad un anziano cliente; conosciamo la scaltrezza di Abby, seducente studentessa mangiaprofessori (la scena in cui fa sesso con il suo docente di linguistica potrebbe essere la riscrittura sexy della dialettica hegeliana servo-padrone); siamo spiazzati dalla scelta di Ashley, forse la più fragile di tutte, ma una delle prime a imboccare la strada alternativa del porno per sottrarsi alle minacce del violento Cee Cee; poi verifichiamo quanto sia aderente Candy ad un suo personale codice morale, quando asseconda le debolezze di un ragazzino alla sua primissima esperienza con una prostituta, ma solo davanti ad un assegno coperto.

Questa attenzione verso il lato femminile sottrae The Deuce a possibili critiche di maschilismo. Sceneggiatura e macchina da presa sono spesso affidate a donne, Maggie Gyllenhaal ha collaborato alla scrittura di alcune puntate, ha dichiarato di aver visitato “parecchi set porno” e di aver  stabilito “un rapporto con Annie Sprinkle, ex prostituta e pornostar, che con grande semplicità mi ha fatto capire molte cose di quel mondo”. Gli uomini, a parte il bel tenebroso Vincent, non fanno una gran figura in The Deuce. Cee Cee, a letto con Lori, si abbandona a una confessione: “Il pappone è l’uomo più solo che ci sia sulla faccia della terra”. I poliziotti neri si siedono di fianco ai criminali, vecchi amici di quartiere. L’agente bianco Flanagan sembra essere in servizio solo per rimediare qualche sveltina. Frankie Martino ruba i soldi dai juke-box per giocare un’altra mano di poker. Maschi vogliosi si aggirano nelle videoteche di Times Square, alla ricerca dell’eccitazione perduta. Le pellicole porno, avvolte nella pudica carta, sono la sanzione della sconfitta degli uomini di fronte all’immaginario erotico che le donne hanno apparecchiato per loro.

The Deuce mantiene di The Wire la stessa vocazione a inquadrare il contesto storico-sociale e a dissezionare, con occhi da entomologo, il fenomeno al centro della narrazione. Il contorno è la guerra del Vietnam, lo pseudo-patriottismo stars&stripes di chi non capisce i “capelloni”. E’ richiamato perfino John Lidsay, allora sindaco di New York e sfortunato candidato democratico alla Casa Bianca. Soprattutto, The Deuce è un affresco della Grande Mela alla fine dell’American Dream. “Questo bar è più morto di Bob Kennedy”, dice Vincent ad un barista gay (l’esplosione del movimento LGBT è da leggersi in parallelo con l’emancipazione della pornografia). Nelle strade le persone cadono come mosche, sparate o accoltellate. Sempre Maggie Gyllenhaal rivela che la produzione, per l’ambientazione, si è ispirata a  “film degli anni ’70 come Shaft, Il braccio violento della legge o Taxi Driver”. The Deuce contiene tracce musicali eclatanti, soul, funky e rithm&blues, mai sopra le righe. Rinnovato per una seconda stagione, non farà la fine immeritata di The Get Down, fiammeggiante prodotto Netflix sulla nascita del rap a NYC, zona Bronx, serie cancellata dopo undici puntate.

Come sappiamo, la fine dell’età dell’oro per il porno ha una causa precisa: l’AIDS. Con la diffusione del virus il mercato si sgonfierà e le luci rosse si spegneranno, poco a poco. La fine di tutto? Chissà. D’altronde, come dice Candy, “siamo americani, quando cazzo s’è mai visto che rinunciamo a fare soldi?” La filosofia di The Deuce è riassunta in queste parole. Un bel biglietto da visita.

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