Moonlight miglior film, Chazelle miglior regista, ma un clamoroso errore rovina la notte degli Oscar e imbarazza l’Academy

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A mente fredda, svanita l’incredulità di quel finale clamoroso e inaspettato, quello che rimane è, in fondo, la poesia di un momento del tutto surreale, che richiama proprio le ultime scene di La La Land, quel what if, che si spalanca quando Seb e Mia si rincontrano, il vero musical nel musical.

Quell’improbabile scambio di buste ha creato, sia pure per pochi minuti, una realtà ipotetica, alternativa, in cui il sogno hollywoodiano si compie fino in fondo e come da tradizione, grazie anche alla collaborazione involontaria di due icone assolute, due corpi di cinema, Warren Beatty e Faye Dunaway, che rievocano i loro ruoli di Bonnie & Clyde, i due rapinatori romantici e sognatori di 50 anni fa…

E’ in fondo la magia del cinema che li ha ingannati. Poi la realtà ha ripreso il suo corso…

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Nella nostra lunghissima esperienza di Oscar-watchers pensavamo di aver visto davvero tutto: disturbatori nudi correre sul palco, attori famosi rifiutare il premio, altri saltare sulle sedie, un’indiana che ritira il premio di Marlon Brando, Jack Palance che fa le flessioni e Cuba Gooding jr che salta e urla per la felicità. Tanti pianti, molte gaffes, discorsi ispirati e banalità assortite.

Mai però era stato compiuto un errore clamoroso come quello accaduto questa notte. Un errore che rende amari e incredibili questi Oscar, sia per i vinti, sia per i vincitori.

Un errore tuttavia che imbarazza soprattutto l’Academy e la Price Waterhouse Cooper, che sovrintende alla legalità del voto e della consegna dei premi.

Arrivati all’ultimo premio, quello per il miglior film, Warren Beatty e Faye Dunaway, riuniti sul palco a 50 anni da Bonnie & Clyde, si ritrovano in mano la busta sbagliata. Quando la apre, Beatty trova scritto “Emma Stone per La La Land“: è il premio per la migliore attrice, non quello per il miglior film.

Temporeggia, guarda Faye Dunaway. Nessuno gli viene in soccorso. La Dunaway non capisce l’errore e annuncia La La Land. Salgono sul palco i produttori, salutano commossi, ringraziano. Proprio alla fine del loro discorso qualcuno dalle quinte arriva con la busta corretta.

Non è La La Land il miglior film dell’anno, ma Moonlight.

L’epic fail non avrebbe potuto essere più grande. Beatty ci mette la faccia e lo spiega. Con grazia e determinazione sono gli stessi produttori di La La Land a richiamare sul palco Barry Jenkins e tutto il cast di Moonlight, nell’incredulità generale.

L’ordine è ristabilito, ma la festa è irrimediabilmente rovinata.

Sono ormai passate oltre due ore, ma l’Academy è ancora sotto shock: nessun comunicato ufficiale è stato ancora rilasciato dopo l’incidente.

E’ un peccato, per la serata, condotta magistralmente da Jimmy Kimmel e prodotta da Michael De Luca. Una serata che era stata sino a quel momento, sì lunga, ma tra le migliori degli ultimi dieci anni, con la giusta dose di humor, spettacolo, trovate musicali, speech politici e nonsense. Una cerimonia perfetta nell’era della comunicazione social, con infiniti momenti da ricordare.

Tutto però azzerato dalla catastrofe finale: come sia potuta finire la busta con il premio alla migliore attrice nelle mani di Warren Beatty è un mistero. Anche perchè l’originale la teneva Emma Stone con sè, come ha poi confermato.

Dopo aver sbeffeggiato il presidente Trump per le quasi quattro ore di diretta, gli Oscar sono inciampati in una sorta di maledizione da fake news, che resterà come una macchia indelebile nella loro storia e che già impazza sui social. Una valanga di risate sta seppellendo una delle istituzioni cinematografiche e culturali più importanti del pianeta.

Aperta da un numero strepitoso di Justin Timberlake, proseguita con lancio di caramelle e ciambelle dal soffitto del Dolby Theatre, resa impareggiabile dal feud di Jimmy Kimmel con Matt Damon e dall’arrivo in platea di ignari turisti, improvvisamente catapultati in prima fila, la cerimonia aveva sino a quel momento visto l’affermazione di La La Land con sei premi, per la regia, la migliore attrice Emma Stone, la fotografia, la scenografia, la colonna sonora e la miglior canzone, City of Stars.

Moonlight si era aggiudicato i premi per la migliore sceneggiatura non originale e quello per il miglior attore non protagonista Mahershala Ali.

Due premi anche per Manchester By The Sea, miglior attore Casey Affleck e migliore sceneggiatura originale, e per La battaglia di Hacksaw Ridge per montaggio e sonoro.

Gli italiani del trucco Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini si erano imposti per Suicide Squad, mentre Gianfranco Rosi non era riuscito a strappare al capolavoro di Ezra Edelman O.J.: Made in America, il premio al miglior documentario.

In una serata moderatamente politica, ma non infiammata come si sarebbe potuto pensare, Asghar Farhadi, assente per protestare contro il bando provvisorio imposto dal presidente Trump a sei nazioni musulmane, compresa l’Iran, si era invece imposto con il suo Il cliente, tra i film stranieri.

Denzel Washington era persino riuscito a celebrare un matrimonio in diretta e a vedere premiata Viola Davis per il suo Barriere.

Forse solo la classe del gruppo di La La Land e il fair play reciproco con il team-Moonlight ha evitato imbarazzi ancora peggiori.

Ma il tono politico – democratico, tollerante e inclusivo – questa volta viene più dalle scelte dell’Academy, che dai discorsi di presentatori e vincitori: è evidente un fil rouge che lega la vittoria di Moonlight – un film sull’educazione alla vita di un ragazzino omosessuale, cresciuto nell’inferno delle case popolari di South  Miami – con i premi assegnati a Farhadi, al documentario di Edelman, ai due attori di colore, Ali e Davis, ed allo stesso Zootropolis. 

Nonostante l’amore innegabile per il musical di Chazelle, che chiude la serata con ben sei statuette, non era l’anno giusto per proclamare miglior film il sogno di celluloide di La La Land: nessuna chance anche per gli altri due grandi film americani della stagione, la fantascienza umanista di Arrival e il clamoroso e sottovalutato Jackie.

Ci voleva un film invece che fosse il manifesto di un conflitto sempre più lacerante con quella cultura bianca, che la destra sovranista e populista incarna senza più timori, con il suo machismo esibito e il suo razzismo sempre meno occultato.

Moonlight non è un film militante, la sua eleganza, che si ispira al formalismo di Wong Kar Wai, fa a pugni con ogni tentativo di ridurlo a strumento di parte, ma certamente era il candidato ideale, per mettere d’accordo la Hollywood democratica e segnare un punto.

Resta tuttavia la sensazione, per chi ha vinto e chi ha perso, di una vittoria sfregiata e di una sconfitta beffarda, celebrata con una surreale alternanza sul palco: l’importanza del premio Oscar e la sua autorevolezza deriva in gran parte proprio dalla serietà impeccabile della sua organizzazione, capace sino ad ora di gestire ogni imprevisto.

Quando si assiste ad un finale così tragicomico, tutto sembra invece perdere di senso.

E’ incredibile che sul sito dell’Academy e sui suoi social, tutto sembri essersi fermato. Sul sito manca persino la lista dei vincitori, come se lo shock fosse così grande da aver bloccato ogni reazione.

La presidente, Cheryl Boone Isaacs deve reagire con fermezza, esattamente come ha fatto l’anno scorso dopo le polemiche di #oscarsowhite.

E magari introdurre finalmente più trasparenza sui voti e i risultati, proprio come ha fatto la nostra Accademia del David di Donatello dall’anno scorso, in modo che tutto possa avvenire alla luce del sole, restituendo chiarezza e credibilità all’istituzione che presiede.

AGGIORNAMENTO: L’Academy ancora tace, ma la PWC ha rilasciato un comunicato:

“We sincerely apologize to “Moonlight,” “La La Land,” Warren Beatty, Faye Dunaway, and Oscar viewers for the error that was made during the award announcement for Best Picture. The presenters had mistakenly been given the wrong category envelope and when discovered, was immediately corrected. We are currently investigating how this could have happened, and deeply regret that this occurred.

We appreciate the grace with which the nominees, the Academy, ABC, and Jimmy Kimmel handled the situation.

—PwC”

Un ultima nota: anche quest’anno, come avviene dal 2010, il premio al miglior film è stato assegnato con il sistema del preferential ballot, che invita i votanti a mettere in ordine dal primo all’ultimo, i nove film nominati e premia non il film che ha avuto più indicazioni come numero uno sulle schede, ma elimina via via le schede dei film meno votati, ripartendole secondo le preferenze espresse al secondo, terzo, quarto posto e così via, fino a che uno dei film non ottenga una maggioranza assoluta.

Questo sembrerebbe far prevalere non il film più amato, ma quello paradossalmente meno divisivo. Un premio che, usando il linguaggio delle corse, sembra andare più al piazzato, che non al vincente.

Questo ha determinato una divergenza, in particolare, tra il premio al miglior regista e quello al miglior film, tradizionalmente appaiati nella lunga storia degli Oscar, e che invece negli ultimi 5 anni ha visto solo Birdman riuscire nell’impresa doppia, mentre Moonlight, Spotlight, 12 anni schiavo e Argo si sono dovuti accontentare di una vittoria, in qualche modo, monca. Nei 40 anni precedenti al 2010 lo split era accaduto invece solo 7 volte.

Ecco comunque tutti i vincitori e i link alle nostre recensioni:

Best Picture

Best Director

Best Actress

Best Actor

Best Supporting Actress

Best Supporting Actor

Best Adapted Screenplay

Best Original Screenplay

Best Foreign Language Film

Best Animated Feature

  • Zootropolis

Best Film Editing

Best Cinematography

Best Original Score

Best Original Song

Best Makeup and Hairstyling

Best Costume Design

  • Animali fantastici e dove trovarli

Best Documentary Feature

Best Production Design

Best Visual Effects

  • The Jungle Book

Best Sound Editing

Best Sound Mixing

Best Short Film, Animated

  • Piper

Best Documentary, Short Subject

  • The White Helmets

Best Short Film, Live Action

  • Sing

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