Venezia 2016. La battaglia di Hacksaw Ridge

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La battaglia di Hacksaw Ridge *
Fuori Concorso

Hacksaw Ridge è la storia vera di Desmond Doss che, a Okinawa, durante una delle più cruente battaglie della seconda guerra mondiale, salvò 75 uomini senza sparare un solo colpo. Convinto che la guerra fosse una scelta giustificata, ma che uccidere fosse sbagliato, fu l’unico soldato che in quel conflitto combatté in prima linea senza alcuna arma. Doss fu il primo obiettore di coscienza insignito della Medaglia d’Onore del Congresso.

Il ritorno alla regia di Mel Gibson, a 10 anni di distanza da Apocalypto, è uno dei film di guerra più ripugnanti e ipocriti, mai girati da Hollywood.

Profondamente, intimamente intriso di un fondamentalismo religioso da Antico Testamento, di una cultura della violenza e della battaglia e di un eroismo patriottico persino più fascista dei Berretti Verdi di John Wayne, Hacksaw Ridge, come tutti i film di Gibson pretende, diabolicamente, di raccontare la storia di un uomo giusto, un obiettore di coscienza, che affrontò la battaglia di Okinawa, senza armi in pugno.

Desmond Doss è figlio di un soldato che ha partecipato alla Prima Guerra Mondiale.

Quando i giapponesi attaccano a Pearl Harbor, decide di arruolarsi volontario assieme al fratello, nonostante la contrarietà dei genitori e nonostante la sua religione avventista gli proibisca di lavorare il sabato e, soprattutto, di imbracciare le armi.

Al campo di addestramento si distingue per le sue abilità sul campo, ma quando arriva il momento di sparare, disobbedisce agli ordini e si mette contro i compagni di reparto e i superiori.

Il suo caso finisce alla corte marziale. Lo salva una raccomandazione del Generale in Capo delle Forze Armate americane, che aveva combattuto in Francia con il padre di Desmond.

Arrivato in Giappone, Doss si distingue nel corso del disperato attacco di Okinawa, salvando decine di compagni feriti, nel corso della notte, approfittando della ritirata americana.

Gibson tuttavia calca la mano sin dalla prima scena con le parole d’ordine della destra conservatrice e gode sadicamente nella messa in scena della guerra con toni da film dell’orrore, che non risparmiano nulla e nessuno.

Il suo è un film radicale, ideologico. Per alcuni è proprio questo a renderlo interessante. Ma forse non si accorgono che la predica di Gibson è assai meno esplicita di quanto immaginino, assai più subdola e ipocritica, giocando con l’eroismo individuale, con il  coraggio e il sacrificio della collettività.

Il suo punto di vista è sempre figlio però di una visione unidirezionale e la scelta dell’anima bella Desmond Doss, di non sparare al nemico, è ampiamente compensata dall’inferno di fuoco che i suoi compagni scaricano sui giapponesi, dipinti – con la consueta leggerezza di toni – come bestie disumane, infami che non rispettano la bandiera bianca, pronti al suicidio al momento della sconfitta.

L’avversario qui non è un altro soldato, che combatte per una causa diversa, come nel sublime e definitivo Lettere da Iwo Jima del più grande dei registi conservatori, Clint Eastwood. L’altro, in Hacksaw Ridge, è un nemico e un infedele, riprovevole anche dal punto di vista etico.

Per Gibson infatti la guerra è innanzitutto un problema di fede. Solo quando il battaglione si sottomette alle preghiere di Desmond, può tentare di vincere.

La messa in scena del conflitto diventa così un problema che passa in secondo piano: quello che conta è lo spirito santo che illumina il protagonista sul campo di battaglia. L’obiettore non rifiuta la guerra, è anzi ben contento di portare il suo contributo per sfiancare il fronte dei giapponesi, purchè siano gli altri a sparare.

L’ipocrisia predicatoria di Gibson sarà anche originale – ma non poi così tanto nell’America di Donald Trump – eppure non cambia la nostra idea che il suo sia un cinema profondamente ottuso, estremista.

Qualcuno ha scritto che la messa in scena dell’orrore della battaglia è eloquente di per sè. Temo invece che il compiacimento e la retorica con cui Gibson ha ripreso quelle trincee e quei corpi, il manicheismo con cui ha scelto di esaltare l’eroismo di un fondamentalista, rafforzino solo la sua visione del mondo.

Su Stanze di Cinema cerchiamo sempre di evitare una critica strettamente ideologica, non guardiamo il mondo da una sola finestra e amiamo il confronto delle idee, ma a noi piace il cinema che invita a riflettere e non a subire, che esplicita le sue intenzioni, che si mette in discussione.

La battaglia di Hacksaw Ridge è un film chiuso, manicheo, che gioca scorrettamente le sue carte, che spinge lo spettatore a parteggiare istintivamente, manipolandolo in maniera sottile.

Desmond Doss non è un antesignano dei medici senza frontiere, non è un uomo che si pone in maniera critica rispetto all’impegno bellico e cerca di minimizzarne i danni collaterali sulla popolazione civile: è un soldato che aiuta i suoi e risponde alla lettera all’imperativo Dio, Patria e Famiglia. Diventa così uno strumento che Gibson utilizza, per mostrare la superiorità etica del fondamentalismo cristiano, destinato pertanto alla vittoria.

Che poi Doss sul campo si sia comportato da eroe, non ha molto valore, se non nella costruzione a tesi del film. Un film non ci risparmia neppure il ricatto di mostrare alla fine i volti e le parole dei veri soldati: cinquant’anni di cinema di guerra adulto, antimilitarista, democratico, tollerante, spazzate via dal manicheismo da Tea Party di Gibson.

Rivoltante.

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