O.J.: Made in America vs Making a Murderer

O.J.

I due migliori documentari della stagione che sta per concludersi, sono il frutto maturo della new wave televisiva e sono costruiti con i tempi lunghi e la scansione drammatica, tipica delle series: stiamo parlando di O.J.: Made in America e Making a Murderer.

Entrambi condividono il racconto di un duplice processo penale, entrambi in qualche modo intendono mostrare la fragilità vendicativa del sistema repressivo, la sua crudeltà e la sua fallibilità.

I teorici del carattere rieducativo della pena, del valore sociale del processo rimarranno inorriditi, nel vedere quanto invece il meccanismo della giustizia sia capace di stritolare ogni residuo di umanità e la stessa presunzione di non colpevolezza, ridotta a mero simulacro.

I due documentari non sono tuttavia semplici resoconti processuali, hanno l’ambizione di raccontare coraggiosamente due mondi lontanissimi –  la Los Angeles fiammeggiante e multiculturale e il midwest rurale e depresso – e due uomini che non potrebbero essere più diversi – l’eroe sportivo, capace di trascende le sue origini, e il poco di buono, travolto dal pregiudizio.

L’orizzonte si allarga a dismisura e l’affresco che piano piano si compone è quello di una grande tragedia shakespeariana, in cui i sentimenti primari lottano sul proscenio dell’aula, travolgendo ogni residuo di ‘giusto processo’ e mostrando il volto più amaro di una società, per molti versi ancora succube del puritanesimo delle sue origini e di un razzismo, apparentemente inestirpabile e ancestrale, giocato tuttavia – dentro e fuori dall’aula – con un cinismo e un’astuzia machiavellici.

O.J.Made poster

O.J.: Made in America ****

O.J.: Made in America è una serie in cinque puntate da 90 minuti, prodotta dalla ESPN, il canale sportivo per antonomasia. Arrivato sugli schermi televisivi e poi a cinema, dopo il bellissimo American Crime Story: The People Vs. O.J.Simpson, scritto da Scott Alexander e Larry Karaszewski per Ryan Murphy e FX – che ricostruiva drammaticamente il lungo processo intentato dal Procuratore di Los Angeles al notissimo campione di football cresciuto a USC – il documentario di Ezra Edelman, presentato in anteprima al Sundance, rappresenta la quintessenza del grande romanzo americano.

Orenthal James Simpson, nato e cresciuto nei prospects di Portrero Hill, un quartiere popolare di San Francisco diventa un idolo californiano già ai tempi del college, quando trascina i Trojans di USC ad una clamorosa vittoria contro gli odiati Bruins di UCLA: nell’ultimo anno di università, il caldissimo 1968, vince l’Heisman Trophy, come miglior giocatore.

Il football professionistico lo porta per dieci anni nella freddissima Buffalo: i primi tempi sono difficili, ma nel 1972 vince l’MVP della stagione e nel 1973 segna il record ancora imbattutto di 2000 yard percorse nella stagione, in sole 14 partite. Conclude la sua carriera nella squadra di casa, i San Francisco 49 ers.

Primo grande testimonial nero del secolo scorso, le sue pubblicità per Hertz e Chevrolet faranno storia.

Questo anche perchè, negli anni duri della contestazione e dei diritti civili, mentre Smith e Carlos alzano il pugno nero sul podio delle Olimpiadi di Città del Messico, mentre Alì passa i suoi anni migliori senza poter combattere per aver rifiutato la chiamata di leva, mentre Jim Brown, Bill Russell e Lew Alcindor si schierano a favore del movimento, O.J. ha sempre pensato solo a se stesso, alla sua carriera, ai suoi soldi e al suo successo.

Circondato da amici bianchi e influenti, illuso di poter diventare, come loro, un grande uomo d’affari a fine carriera, Simpson faustianamente ha abbandonato le sue radici e si è ricostruito una nuova identità, lontanissima da quella della gente che lo idolatrava, come simbolo e modello.

Il lungo documentario di ESPN ha l’ambizione del grande affresco storico e sociale: non solo la parabola di un campione che ha tradito se stesso, ma quello di una intera città, Los Angeles teatro di grandi battaglie per i diritti civili, dai tumulti di Watts, al pestaggio di Rodney King, dalla terra promessa per tutti gli uomini di colore, liberi dal giogo della schiavitù, ai soprusi di una polizia razzista e violenta, guidata con il pugno di ferro.

La città degli angeli è un agglomerato di contraddizioni e memoria, il sogno californiano è tuttavia un sogno quasi solo per bianchi, se non sei una star dello sport o dello spettacolo.

Nelle puntate centrali, Ezra Edelman si concentra sul processo del secolo, naturalmente, quello che vide O.J. imputato di aver massacrato e ucciso l’ex moglie Nicole Brown e l’amico Ron Goldman, una sera di giugno del 1994.

L’interesse morboso e ossessivo dei media, la popolarità del campione, la questione razziale giocata senza remore dal team dei suoi avvocati, il senso di rivalsa di un’intera comunità e gli errori della procura plagiarono irreversibilmente  il racconto della giustizia.

La deriva impudica e spettacolare di allora è diventata tuttavia proverbiale ed ha costruito un canovaccio che continua imperterrito a ripetersi, anche a vent’anni di distanza, in altri contesti e in altri paesi.

Le riprese televisive dell’intero processo trasformarono tutti in attori di una recita, che si rivolgeva ai giurati popolari, almeno quanto ad un’intera nazione, affamata non di verità, ma della conferma dei propri pregiudizi.

Il verdetto, per molti versi sorprendente, fu in ogni caso, l’inizio della fine per O.J. Simpson: ed è proprio nel racconto di quello che è accaduto dopo il termine di quell’incubo giudiziario, che il documentario della ESPN mostra il suo volto più ambizioso.

Perchè il campione, apparentemente salvo, perse in realtà se stesso, definitivamente.

Perse la fama e i suoi privilegi, perse gli amici e la stima che lo circondava, perse i contratti pubblicitari e la sua casa di Brentwood, perse fondamentalmente il rispetto della comunità a cui aveva scelto di appartenere: quella bianca e influente di Beverly Hills.

Consentendo ai suoi avvocati di usare la carta razziale in modo così spregiudicato, Simpson si era condannato a ritornare metaforicamente ai prospects di Portrero Hill, lì dove tutto era cominciato, a quella cultura di strada, fatta di violenza e armi da fuoco.

In un paese che ha fatto della seconda opportunità, il fondamento della sua storia e della sua fortuna, il perdono non può prescindere dall’ammissione della colpa e dalla sua espiazione: O.J. Simpson era diventato così un paria, un rinnegato, un reietto costretto ad abbracciare l’unica famiglia rimastagli, la comunità nera che aveva sempre rinnegato.

Un abbraccio insincero e fatuo, che si è rivelato alla fine fatale.

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Making a Murderer ****

Making a Murderer, prodotto invece da Netflix e diretto da due laureate della Columbia University, Laura Ricciardi e Moira Demos, a partire dal 2005 e nel corso degli ultimi 10 anni è un’opera altrettanto colossale, che condivide con O.J.: Made in America una profonda riflessione sul sistema giudiziario americano, sulle sue storture, sui suoi enormi difetti, sulla sua intransigenza.

Il protagonista non è un rispettato e idolatrato campione sportivo, ma un poco di buono del Wisconsin, Steven Avery: i genitori hanno uno sfaciacarrozze nella contea di Manitowoc. Sono puro white trash, campagnoli, poco istruiti, malvisti dall’intera comunità.

Nonostante avesse un chiaro alibi, Steven viene arrestato nel 1985, accusato e condannato per aver violentato una donna. Dopo 18 anni di carcere, grazie alla prova del DNA e all’aiuto di una serie di attivisti viene liberato, ma lo smacco per la comunità e la sua polizia è troppo grande.

Due anni dopo, quando la causa civile di risarcimento contro la contea sta arrivando a conclusione, Steve viene accusato per la sparizione e poi l’omicidio di una fotografa, Teresa Halbach, assieme al nipote, neppure maggiorenne.

Le due registe hanno seguito per anni Steve Avery e la sua famiglia, hanno filmato il secondo processo e messo assieme un enorme monumento alla fragilità e alle contraddizioni della giustizia americana.

I dieci episodi nei quali il racconto è suddiviso, seguono le regole della detection di genere alla perfezione, inanellando una serie pressochè infinita di colpi di scena.

Nel farlo, evidentemente hanno finito per parteggiare, in qualche modo, per Avery e la sua famiglia: ma quello che davvero importa non è tanto comprendere se la corte ha sbagliato una seconda volta, quanto considerare la tragica fallibilità del sistema, le manipolazioni evidenti, gli errori ottusi e ripetuti, l’assenza di alcuna umanità nel meccanismo della giustizia: i criminali sono tali per carattere, per cultura, per aspetto, prim’ancora che per quello che hanno davvero fatto.

Avery doveva essere colpevole. Cesare Beccaria e Thomas Jefferson si rivolterebbero nella tomba se potessero constatare come i loro principi hanno trovato attuazione nell’odierno sistema giuridico americano. E’ il trionfo ultimo e implicito del pregiudizio, sull’accertamento della verità, delle teorie lombrosiane, sull’illuminismo giuridico.

Making a Murderer è un incubo ad occhi aperti, nel quale il giudizio morale si sovrappone a quello giuridico, in cui la protervia degli inquisitori si mostra, alla fine, in tutta la sua cocciuta ipocrisia.

E’ un incubo kafkiano quello di Steven Avery, con la sola differenza che il protagonista non è un personaggio di fantasia come Josef K..

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