Il cinema iraniano perde il suo maestro: addio a Abbas Kiarostami

epa05407935 (FILE) A file picture dated 26 February 2015 shows Iranian filmmaker Abbas Kiarostami smiling during an interview wih Spanish international press agency Agencia EFE in Barcelona, Spain. According to media reports, Kiarostami has died in Paris on 04 July 2016, where he was undergoing medical treatment for cancer. He was 76. EPA/MARTA PEREZ

E’ morto a Parigi, dove si trovava per curarsi da un tumore, Abbas Kiarostami, maestro e padre del cinema iraniano, faro indiscusso dei cinéphiles negli anni ’90, aveva saputo interpretare e cambiare il cinema del suo paese e quello internazionale, con la forza del suo sguardo.

Lontani da un realismo di maniera, i suoi film sono sempre stati riflessioni sui limiti della rappresentazione, sulla distanza e sulle sovrapposizioni tra finzione e realtà, sulle rispettive influenze, sul contesto storico e culturale.

Nato a Teheran nel 1940, dopo la Laurea all’Università di Belle Arti viene assunto da una casa di produzione di film pubblicitari. Per loro disegna manifesti, fa l’illustratore e scrive moltissimi cortometraggi  Nel 1969 inizia a collaborare all’Istituto per lo sviluppo intellettuale per bambini e adolescenti, nella sezione cinematografica. In quegli anni formativi comincia a lavorare con attori non professionisti, spesso bambini o adolescenti.

I suoi primi lavori sono molto influenzati dal neo-realismo italiano. Rimane in Iran anche dopo la rivoluzione khomeinista e nella seconda metà degli anni ’80 conosce la fama internazionale, grazie a Dov’è la casa del mio amico, Pardo di Bronzo a Locarno, che fa conoscere al grande pubblico europeo il suo sguardo originalissimo e la sua impareggiabile sensibilità nel dirigere i bambini.

Il film del 1987 è il primo della cosiddetta ‘trilogia di Koker’ a cui seguiranno E la vita continua (1992) girato negli stessi luoghi dopo il terremoto del 1990 e Sotto gli ulivi (1994), che mette in scena il set e le storie nate tra i personaggi, durante le riprese. Kiarostami ritorna sui temi della vita e della morte, dello spirito della comunità,  con un’originalità e una freschezza narrativa travolgente.

La sua capacità di leggere il paesaggio attraverso le persone che ci vivono, la ricerca ossessiva di cui i suoi personaggi sono protagonisti, spingono i suoi film verso una ricchezza di interpretazioni, che spesso si affianca al mistero della vita.

Il realismo del contesto sociale e dell’ambientazione non va confuso con una messa in scena controllatissima, perfettamente consapevole di sè, capace di svelare il meccanismo del cinema e mettere una distanza di sicurezza tra realtà e rappresentazione.

In anni in cui il trionfo del postmoderno tarantiniano sembrava l’unica risposta alla dissoluzione delle narrazioni, il suo cinema dava una soluzione diversa alle stesse domande.

Il suo capolavoro è probabilmente Close Up (1990) nel quale Kiarostami racconta – tra documentario e ricostruzione – la vera storia di un appassionato di cinema, Hossain Sabzian, che si fa passare per il grande regista Mohsen Makhmalbaf, convince una famiglia di Teheran a finanziargli il suo prossimo film, progetta di usare la loro casa come set e di far recitare il loro figlio più grande.

L’inganno è smascherato da un giornalista e Sabzian finirà sotto processo, prima che Kiarostami stesso convinca Makhmalbaf ad intercedere presso la famiglia…

Il film è un’atto di amore per il cinema e al contempo una riflessione acutissima sulla celebrità e sui suoi inganni, sull’irruzione della macchina cinema all’interno della realtà. Kiarostami riprende il processo a Sabzian, cerca di capirne le motivazioni e convince tutti i protagonisti a reinterpretare se stessi, rimettendo in scena i fatti già accaduti.

Il film debutta al Festival Giovani di Torino dove vince il premio FIPRESCI e ha una piccola distribuzione anche in Italia.

E la vita continua debutta a Cannes ad Un certain regard, mentre Sotto gli ulivi è in concorso. Kiarostami scrive nel frattempo per Panahi Il palloncino bianco, che vince la Camera D’Or a Cannes nel 1995.

Torna sulla Croisette nel 1997 con Il sapore della ciliegia e conquista una meritatissima Palma d’Oro.

Dal punto di vista stilistico Kiarostami è stato un grande innovatore, capace di imporre una grammatica nuova, rompendo l’alternanza classica tra campo e controcampo, usando le auto e i camera-car come nessun altro, creando spesso un luogo altro, puramente cinematografico per i suoi protagonisti.

Nei suoi film la macchina da presa si muove pochissimo e quasi sempre sull’asse. Kiarostami ha sempre preferito il movimento interno alla scena, rispetto a quello dello sguardo. Sotto gli ulivi ne è l’esempio più limpido.

Nel 1999 porta a Venezia Il vento ci porterà via, che conquista il Leone d’Argento.

Con la recrudescenza del regime iraniano i suoi film si diradano. Kiarostami si dedica al documentario: ABC Africa, Ten, Five.

Nel 2003 scrive ancora per Panahi: Oro rosso, premiato ad Un certain regard, è forse il suo ultimo capolavoro.

Nel 2005 dirige un episodio di Tickets, assieme a Ermanno Olmi e Ken Loach.

Nel 2008 porta a Venezia Shirin, un esperimento tutto al femminile, su uno dei poemi più famosi della Persia.

Copia certificata è girato in Toscana con Juliette Binoche nel 2010. Diviso in due parti, apparentemente contigue e con gli stessi due protagonisti, impegnati in un tour de force tra passione e straniamento, è forse il suo testamento artistico.

Il successivo, finale, Qualcuno da amare (2012), girato in Giappone, è un piccolo divertissement formalista e su commissione, che non aggiunge nulla ad una carriera leggendaria.

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