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Cannes 2016. Il cliente

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Il cliente ***1/2

Forced out of their apartment due to dangerous works on a neighboring building, Emad and Rana move into a new flat in the center of Tehran. An incident linked to the previous tenant will dramatically change the young couple’s life.

Il ritorno in patria di Asghar Farhadi, dopo la trasferta francese per Il passato, gli fornisce una nuova occasione per raccontare il suo paese, le contraddizioni della sua giustizia e della sua morale.

Come sempre e’ un evento rimosso, che avviene in un’ellissi del racconto, quello attorno al quale ruota l’intreccio.

Emad e Rana sono una coppia di attori: a teatro mettono in scena Morte di un commesso viaggiatore di Miller. Una notte, i lavori di scavo accanto al condominio dove vivono, provoca enormi crepe nell’edificio. Il rischio di crollo è imminente e tutti sono costretti a fuggire.

Un attore della compagnia si offre di ospitare Emad e Rana in un appartamento di sua proprietà, che si è appena liberato. La precedente inquilina – che i vicini descrivono come una poco di buono – ha lasciato ancora molte sue cose in una delle stanze e non sembra intenzionata a liberarla.

Una sera, per la fretta di infilarsi nella doccia, Rana apre il portone e la porta di casa ad uno sconosciuto, pensando fosse il marito. Quello che succede non lo sapremo mai. Pochi minuti dopo però, Emad, rientrando a casa, trova tracce di sangue lungo le scale e nel bagno. Rana non c’è. I vicini accorsi l’hanno portata in ospedale, con una larga ferita alla testa.

Ma non solo le ferite fisiche a preoccupare, quanto lo shock dell’aggressione, i cui confini restano poco chiari: Rana non vuole ricordare, non vuole parlare col marito, ha paura persino ad entrare in bagno, ma non vuole neppure denunciare l’accaduto alla polizia.

L’aggressore, nella fretta di fuggire, ha dimenticato il proprio furgone, le chiavi e dei soldi. In attesa che si ripresenti a recuperare il pick-up, Emad e Rana cercano di rimettere assieme i pezzi della loro vita, ma la frattura sembra insanabile…

Il film di Farhadi ancora una volta si gioca tutto in interni, negli spazi che dovrebbero essere familiari e che diventano un inferno di dolore e recriminazione, esattamente come nel grande teatro eduardiano. Questa volta il regista iraniano sdoppia, triplica addirittura lo spazio scenico: ci sono infatti due appartamenti, quello che Emad e Rana lasciano all’inizio e dove si svolge il lungo straordinario confronto finale, e quello che occupano provvisoriamente, dove avviene l’aggressione.

A questi si aggiunge infine il palcoscenico teatrale, la casa di Willy Loman, dove i personaggi si trovano a recitare un nuovo conflitto.

Anche questa volta è un interrogativo morale quello che opprime i protagonisti: come reagire alla violenza che si è insinuata nelle loro vite e fino a che punto è legittimo perseguire la propria vendetta?

La giustizia è tuttavia un affare privato, familiare: lo Stato, la polizia sono completamente assenti. Quello che conta davvero è l’onore personale, la reputazione riconosciuta all’interno della propria famiglia, tra gli amici e i vicini di casa, nella propria comunità.

In una delle scene più forti del film, i due protagonisti cercano di ricostituire la propria armonia familiare, cenando con il figlio di una delle attrici della compagnia, quando bruscamente si accorgono che il cibo di quella cena frugale è stato acquistato – per errore – con i soldi dimenticati dall’aggressore…

Per Emad, la vendetta è una questione metafisica, che riguarda il colpevole quanto la vittima, ma è anche una questione che solo un uomo può risolvere: il protagonista, attraverso la punizione, si illude di ricostruire quel clima di serenità e fiducia, corrotto dall’aggressione.

Ma è una speranza vana, perchè la vendetta è solo un gioco sottile di umiliazione pubblica: il fardello delle proprie colpe è invece l’unica cosa che conta.

Farhadi costruisce il suo film con un’impeccabile struttura in tre atti: il primo funziona egregiamente con la presentazione dei protagonisti, colti in media res, nella fuga precipitosa dal loro appartamento e nella loro quotidianità di artisti e si chiude con l’aggressione di Rana; il secondo è forse un po’ troppo macchinoso e programmatico, mostrando il conflitto che rompe la serenità dei protagonisti e il loro equilibrio familiare, nella ricerca del colpevole; il terzo toglie il fiato, grazie alla tensione che monta, nel corso del lacerante confronto finale.

Come sempre nei suoi film, non c’è una verità sola, ma molte possibili, che faticosamente si fanno strada nella coscienza dei personaggi: Farhadi sembra voler comprende le ragioni di tutti, ma sottraendo al nostro sguardo l’evento chiave, ancora una volta finisce per rappresentare un labirinto sempre più soffocante e claustrofobico, da cui non si può che uscire sconfitti.

Di fronte alla crudeltà di Emad tutto passa in secondo piano: non è importante sapere se l’aggressore è davvero entrato nel bagno dove si trovava Rana, se l’ha colpita o violentata.

Farhadi sembra così respingere radicalmente il rigido rituale del protagonista, che cerca la sua giustizia privata nella vendetta e nell’umiliazione.

E se anche i due protagonisti sono solo attori che si truccano per recitare una parte – come mostra il bellissimo finale – rappresentano tuttavia le maschere di una commedia più grande, che si gioca sul palcoscenico della vita.

The Salesman 4

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