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Cannes 2016. Elle

 

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Elle ***1/2

Michèle seems indestructible. Head of a leading video game company, she brings the same ruthless attitude to her love life as to business. Being attacked in her home by an unknown assailant changes Michèle’s life forever. When she resolutely tracks the man down, they are both drawn into a curious and thrilling game—a game that may, at any moment, spiral out of control.

Ultimo film del concorso ufficiale, Elle segna il ritorno in grande stile di Paul Verhoven. Regista di piccoli film d’autore alla fine degli anni ’70, il successo de Il quarto uomo lo spinge a rincorrere le sirene hollywoodiane. Dopo il capolavoro Robocop e il chiacchieratissimo e altrettanto seminale Basic Instinct, riferimento imprescindibile per tutta l’estetica del thriller di fine secolo, arrivano i flop clamorosi – e in gran parte ingiustificati – di Showgirls e Starship Troopers.

Riposte così le ambizioni americane, Verhoven torna a lavorare in Europa, con il notevole Blackbook, presentato a Venezia nel 2006.

Dopo il mediometraggio sperimentale Tricked, ospitato dal Festival di Roma nel 2012, Elle è il suo primo film in un decennio. Dopo aver tentato inutilmente di produrlo negli Stati Uniti, Sais Ben Said ha spinto Verhoven a ripiegare su un cast e una troupe francesi, guidati con ironia impeccabile dall’eterna Isabelle Huppert. E ha fatto benissimo, perchè dopo averlo visto, sarebbe impossibile immaginare il film con un’altra protagonista.

Elle e’ tratto dal romanzo di Philippe Djian ‘Oh…’.

E’ stato adattato per lo schermo da David Birke e racconta al storia di una donna risoluta e intraprendente, Michèle, a capo di una società che si occupa di videogames. Il suo passato tragico continua però a tormentarla: quando era bambina, il padre aveva fatto a pezzi i vicini di casa e le loro famiglie e da quarant’anni è in carcere per la strage. La madre invece è un tipo eccentrico, che frequenta improbabili toyboy, con l’intenzione di risposarsi presto.

Il film si apre con un’aggressione, che Michèle subisce nella propria villa: un uomo mascherato si introduce con la forza e la violenta brutalmente.

Michèle e’ una donna forte, incapace di versare lacrime, con un senso della vergogna e della morale del tutto originale, lontanissimo da ogni ideologia sociale dominante. Non denuncia il fatto alla polizia, aspetta due giorni per raccontarlo anche al marito ed all’amica di sempre, che lavora con lei nella loro società di produzione.

La vita di Michèle continua, con i suoi amanti, i suoi figli bamboccioni, i nuovi cattolicissimi vicini e il progetto di un videogioco, che stenta a decollare. Solo che l’aggressore si rifà vivo, le scrive dei messaggi, si introduce di nuovo in casa sua…

Il film di Verhoven è un thriller inconsueto e tutto al femminile, di fattura impeccabile, con un tono deciso e spiazzante, da commedia francese. Il mix potrebbe sembrare curioso, ma incredibilmente funziona, anche grazie all’interpretazione sontuosa della Huppert, che vive il suo incubo privato, con una leggerezza stoica e un’amoralità esibita, perfettamente credibili.

Nulla riesce davvero a spaventare Michèle, nulla le sembra davvero impossibile. Temeraria, a dir poco, affronta la vita con spirito laico e con la giusta dose di coraggio e incoscienza.

Il suo è uno dei personaggi più forti di questo festival, uno di quei ruoli che si ricordano e segnano una carriera, già leggendaria, come quella della grande icona francese, che ha nel suo palmarès tre Coppe Volpi veneziane ed un premio per la migliore interpretazione a Cannes, che potrebbe facilmente bissare anche quest’anno.

Il film non è forse il capolavoro che i francesi hanno annunciato per tutto il festival, dopo averlo visto a Parigi in anteprima, ma è certamente, nel panorama piuttosto mediocre del concorso, un’opera veramente impeccabile, scritta magnificamente, interpretata da un cast in stato di grazia e diretta da Verhoven con la solita ribalderia e il solito gusto per le situazioni estreme, anche dal punto di vista più squisitamente sessuale.

Il suo lavoro sui corpi è ancora una volta illuminante e  assai poco rassicurante: non ha nulla da invidiare al più celebrato Cronenberg. Il suo film comincia con una violenza e continua, senza tregua, a squarciare ogni ipocrisia e ogni certezza precostituita, con un andamento implacabile e con uno spirito risoluto e iconoclasta.

Verhoven riesce a sabotare ogni correttezza borghese, ogni sicurezza familiare, ogni ideologia sociale. Il suo film spiazza, fa saltare sulla sedia, sorprende ad ogni svolta narrativa, grazie ad una rottura dei rapporti di causalità, che la violenza iniziale mette in moto.

Il suo sguardo rimette in discussione ruoli sociali e scelte personali, sommersi e salvati sono tutti parte dello stesso naufragio, vittime e carnefici non riescono più a definire e contenere l’orrore.

Un po’ d’aria fresca a chiudere il concorso e ad aprirlo finalmente sul mondo.

Da non perdere.

Elle 1

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