Venezia 2015. Marguerite

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Marguerite **1/2

Il nuovo film del francese Xavier Giannoli (A l’origine, Superstar) prende spunto da un fatto realmente accaduto e dall’ossessione per la fama immeritata, che pervade l’opera del regista.

Il soprano Florence Foster Jenkins visse effettivamente negli Stati Uniti nella prima metà del ventesimo secolo. Cantò e incise dischi, nonostante fosse assai poco intonata e completamente priva di senso del ritmo. L’atteggiamento ambiguo dei critici e quello compiacente e divertito dei suoi amici del Verdi Club, la convinsero a torto delle sue doti canore. Un concerto alla Carnegie Hall, aperto al pubblico e dall’esito disastroso, fu il preludio alla sua scomparsa.

Nel suo circolo di amici e nelle numerose occasioni mondane e di beneficienza la Jenkins era oggetto di ironia e scherno, rigorosamente occultati da un perbenismo ipocrita e di facciata.

Il film pur cambiando radicalmente il contesto storico-geografico e le premesse culturali e sociologiche della sua affermazione, sembra ripercorrere la storia della Jenkins con l’intento di dirci qualcosa sui meccanismi del successo artistico e sulle sue deviazioni.

La protagonista qui si chiama Marguerite ed è la moglie di un nobile decaduto a cui ha fornito sostegno economico e morale nel corso dei lunghi anni assieme.

Siamo nella Parigi degli anni ’20, ancora dominata da un’aristocrazia snob e feroce, ma ricca di nuovo fermento avanguardista e rivoluzionario in campo artistico.

I cabaret parigini ospitano performance dadaiste e gruppi anarchici, che sposano con entusiasmo la causa di questo curioso soprano dilettante tanto ingenua quanto stonata.

Un critico musicale, dopo averla sentita in una serata benefica non ha il coraggio di stroncarne la performance, forse intravvedendo nel munifico mecenatismo di Marguerite un’occasione da sfruttare.

La donna è protetta da un marito che non la ama più e che vive colpevolmente il suo tradimento e da un cameriere devoto e solerte nel far sparire qualsiasi eccezione e qualsiasi critica al talento della protagonista.

Il film è ambientato un secolo fa, ma i suoi interrogativi appaiono ancora attualissimi: cosa distingue un artista da un ciarlatano? qual è il confine tra avanguardia e burla? quanto conta la consapevolezza dell’artista nel processo creativo? che ruolo ha la critica nell’indirizzare il gusto del pubblico? che effetto può avere l’illusione del successo, su chi non ha alcun talento?

Il film di Giannoli tocca un nervo scoperto della nostra società, sempre più priva di strumenti per comprendere non solo l’arte, ma persino la realtà.

Il proliferare di strumenti di comunicazione diretta, capaci di veicolare un’autopromozione pressoché costante e senza limiti e l’importanza smisurata del marketing e delle sue strategie applicate, corrono il rischio di trasformare sempre più spesso abili comunicatori in artisti affermati, con il rischio di generare fenomeni tanto brucianti ed improvvisi quanto effimeri.

La complessità delle riflessioni suggerite da Marguerite ne fanno certamente un’opera capace di parlare dello spirito del nostro tempo.

Interpretato magistralmente da una Catherine Frot, capace di restituire l’ingenuità e la fragilità del suo personaggio, il film di Giannoli è una bella sorpresa del concorso ufficiale.

Marguerite

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