CANNES 2009 – 7

Film di venerdì 22 maggio

Nymph – Les erbes folles – Polytechnique – À l’origine – The white ribbon

Nymph **1/2

Presentato ad Un certain regard, il film thailandese è indubbiamente affascinante e misterioso.

Si apre con un lunghissimo piano sequenza nella foresta, con la macchina da presa che sembra volare attraverso la fittissima vegetazione, mentre due uomini violentano una donna in campo lungo.

Ratanaruang si allontana dalla scena, sembra disinteressarsi degli uomini, ma poi finisce per inquadrare in plongèe i corpi dei due, riversi in un torrente.

Una dissolvenza in bianco ci porta in città: il protagonista è un fotografo che vuole scoprire le bellezze della giungla e convince la giovane moglie a seguirlo in un weekend d’avventura.

Lei lo tradisce con in suo capo ed appare subito riluttante ad integrarsi nella natura ostile…

Durante la prima notte in tenda, lui si avventura all’esterno e scompare. Una misteriosa ninfa sembra averlo rapito.

A nulla varranno le ricerche della moglie, fino a quando, una mattina il marito si ripresenta a casa.

Nymph, pur nella evidente povertà di mezzi, indovina tre protagonisti credibili, immersi un un racconto fantastico e surreale.

Les-Herbes-folles-21194

Les erbes folles ***

Dopo lo splendido Coeurs, presentato a Venezia due anni fa, Resnais ritorna in concorso a Cannes con un’altra commedia surreale e leggerissima, che comincia con delle scarpe ed il furto di una borsa, per chiudersi su un piccolo aereo da diporto.

Agli immancabili Dussolier e Azema, si uniscono Emmanuelle Devos e Matthieu Almaric, i due volti simbolo del cinema di Desplechin, in due ruoli minori, ma efficacissimi.

La commedia, piena di incontri cercati e poi mancati, di dialoghi bruscamente interrotti e motivazioni solo accennate, si chiude con uno sberleffo nerissimo.

Resnais sembra ancora divertirsi e noi con lui, in questo ennesimo girotondo amoroso, senza gelosie e senza domande inutili.

 Polytechnique

Polytechnique ***

Due ragazze scherzano davanti ad una fotocopiatrice, siamo all’Università di Montreal nel 1989.

Un colpo di fucile le raggiunge alla spalla ed alla testa.

Si apre così con il film di Denis Villeneuve, che racconta la strage compiuta da un giovane studente  nel dicembre di venti anni fa.

Il ragazzo è spinto da un odio irrazionale verso le donne ed è convinto di una cospirazione femminista ai suoi danni, così come recita la lettera d’addio, scritta il giorno dell’irruzione in università.

Il film girato in un potente bianco e nero, segue il punto di vista del giovane solo nella prima parte, sposando invece successivamente quello di due dei sopravvissuti, una giovane ingegnere aerospaziale ed un suo amico.

Per entrambi la vita non potrà essere la stessa, dopo quel giorno di dicembre del 1989, ma la loro reazione sarà terribilmente differente.

Polytechnique, presentato alla Quinzane è un film teso, rigoroso e audace, che segue un percorso, lontano sia da Elephant, sia da Bowling a Columbine, per raccontare il trauma ed il riscatto.

Coraggioso.

a l'origine

À l’origine ***

Il film di Xavier Gianolli è una delle sorprese più felici del festival. Un racconto commovente ed una riflessione amara sulla seconda opportunità.

Il protagonista è Paul, un piccolo criminale, appena uscito dal carcere.

In cerca di un lavoro e frustrato dai continui rifiuti, Paul si inventa una nuova identità, per mettere in piedi l’ennesima truffa, finchè, spacciandosi per un manager di una multinazionale – la CGI – non finisce per imbattersi in una comunità, che aspetta da due anni che quella società riprenda i lavori, per un nuovo tratto d’autostrada.

Il blocco dei lavori ha causato una crisi gravissima in tutta la zona e la presenza di un manager è vista come una benedizione.

Più Paul evita di prendere posizione, più l’attesa cresce all’interno della comunità, tra le piccole imprese appaltatrici, tra i politici locali e tra la gente, che cerca un modo dignitoso di uscire dalla crisi.

Quella che era cominciata come una truffa per ottenere qualche mazzetta dalle imprese locali, finirà per travolgere Paul, entrato in un gioco più grande di lui ed incapace di tradire la fiducia di un’intera comunità.

A complicare ulteriormente la situazione arriva, inatteso, anche l’amore per una donna, sindaco di uno dei paesi interessati dai lavori.

Il film è uno straordinario racconto di rinascita: quella di Paul, che scopre insospettate doti manageriali e quella di un’intera area depressa.

Il valore supremo del lavoro, l’amore per il proprio mestiere, la forza che nasce dal fare squadra, sono temi che il cinema ha sempre frequentato poco.

Ma che à l’origine si incarica di testimoniare, con una forza narrativa ed una vitalità straordinarie, perfettamente incarnate dal protagonista Francois Cluzet: prima attonito e silenzioso, poi entusiasta e generoso, finisce per travolgere tutti con la forza della determinazione.

Se non ci fosse il meraviglioso Waltz di Tarantino, ci batteremmo per un meritatissimo premio per la migliore interpretazione.

White ribbon

The white ribbon ***1/2

Confesso di aver sempre detestato il cinema di Michael Haneke.

Se avessi visto Funny Games in sala, sarei fuggito dopo il disgustoso rewind, La pianista non mi ha mai entusiasmato ed anche Niente da nascondere mi è sembrato insignificante.

Non solo, ma ho sempre pensato che il ‘grande significato metaforico’ dei suoi film fosse dovuto più alle spiegazioni delle cartelle stampa, che alle immagini delle sue opere.

Nel suo cinema della crudeltà e della cattiva coscienza, Haneke si limita a quasi sempre a mettere in scena i fatti, lasciando alla fantasia spericolata dei critici ed all’eventuale interpretazione autentica del ‘maestro’ il compito di aggiungere senso e valore, ad opere che spesso ne sono del tutto prive.

E nelle quali il regista austriaco non si preoccupa di usare mezzi ricattatori e di genere, per scioccare il suo pubblico.

The white ribbon è stato presentato come l’opera in cui Haneke ha cercato di rappresentare i primi segni della tragica violenza nazionalsocialista.

Di tutto questo, naturalmente, nel film non v’è traccia.

Ma per una volta invece il racconto è serrato, coerente, lucido.

Siamo in Germania alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, in un piccolo villaggio, in cui vige una ferrea disciplina protestante e dove i bambini vengono educati con precetti severissimi e corollari di frustate, mani legate al letto e nastri bianchi appuntati al braccio, a memento dell’innocenza della gioventù.

La legge morale e l’ordine costituito vengono rigidamente mantenuti dal pastore, ma c’è qualcosa che non va.

Un cavo invisibile teso tra due alberi provoca una rovinosa caduta al dottore, una donna muore perché cede un’asse del pavimento, un campo di cavoli viene distrutto, il figlio del barone, che regna sul villaggio, viene brutalmente picchiato.

Fatti apparentemente inspiegabili e non correlati, senonchè la primavera successiva porta nuovi soprusi: un bambino down viene accecato e il canarino del pastore viene ucciso con una forbice.

Gli episodi cominciano ad essere troppi e qualcuno inizia ad indagare…

Il film è girato in digitale ed il bianco e nero di Christian Berger è sontuoso, di una bellezza e profondità che lascia senza fiato.

Haneke utilizza volutamente uno stile piano, senza troppi movimenti, curando in maniera maniacale la composizione del quadro, la scenografia ed i costumi.

Per una volta il suo film, al di là delle interpretazioni dovute, riesce a comunicare un senso di oppressione, non indotto meccanicamente e fine a se stesso.

Se dal punto di vista narrativo Haneke non cerca una soluzione definitiva ai misteri seminati nel corso della storia – così come avveniva anche in Cachè, la sua riflessione sul senso di colpa e l’ipocrisia occidentale non è mai stata così chiara. 

Il racconto crudele della gioventù è disturbante e lascia inquieti: qualcuno direbbe che dietro ai capelli biondi ed al sorriso angelico della figlia del pastore, così come dietro l’apparente bonomia del medico pedofilo, si cela l’animo della futura gens hitleriana.

Ma la realtà è qui assai più complessa ed universale.

Per Haneke l’orrore e la violenza sono parte della natura umana: l’assolutizzazione di principi etici o politici, difesi con la repressione, finisce per creare i presupposti di una reazione fondamentalista ancor più terribile e distruttiva.

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15 pensieri riguardo “CANNES 2009 – 7”

  1. […] creare con il suo andamento lento, non consente mai una catarsi. Diversamente dai suoi ultimi film, Polytecnique, La donna che canta e Prisoners, Villeneuve sceglie di raccontare un orrore del tutto […]

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