CANNES 2009 – 6

Film di giovedì 21 maggio

The wind journeys – Giù la testa – Vincere – Inglourious Basterds 

The wind journeys ***

Il notevole film Ciro Guerra, ambientato in Messico, racconta il viaggio di un suonatore di accordion, per riportare il suo strumento al vecchio maestro.

Dopo la morte della moglie, ha infatti deciso di non suonare più e vuole restituire quello strumento leggendario, su cui sono state apposte delle corna.

Lo accompagnano solo il suo mulo ed un giovane che vorrebbe imparare da lui l’arte della musica.

Come sempre accade il viaggio sarà un percorso di maturazione per il giovane e di serena accettazione della fine, per il musicista.

Il film, girato in formato panoramico, sfrutta la bellezza di una terra inesplorata cinematograficamente e la suggestione di uno strumento malinconico e struggente, soffermandosi più volte sulle pittoresche sfide tra suonatori.

 

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Giù la testa ***

La rivoluzione non è una cena di gala…. la rivoluzione è un atto violento.

Con le parole di Mao, si apre il film “rivoluzionario” di Sergio Leone.

Girato nel 1971, con lo sfondo della rivolta di Pancho Villa, Giù la testa ha subito un nuovissimo restauro in 2K, che lo ha riportato alla bellezza originaria, pur tenendo in considerazione che, come tutti i film degli anni ’70, soffre di colori accesi, saturazione e una grana di fondo piuttosto forte.

Nella bellissima edizione presentata a Cannes, si può apprezzare enormemente il lavoro di Rod Steiger, davvero prodigioso e sopra le righe.

Il suo inglese maccheronico, la sua sfrontata camraderie, il suo spirito indomito, danno vita ad un film ancora oggi di grande impatto, anche se in alcuni momenti troppo didascalico, troppo studiato a tavolino per parlare alla società di allora.

Quello che prevale oggi è l’andamento scanzonato e sorprendente, le straordinarie scene di massa e le esplosioni orchestrate dall’irlandese Sean, assoldato alla causa rivoluzionaria.

La famosa colonna sonora di Morricone, su cui spicca il tema di Sean, giustamente preso in giro da Moretti in Caro Diario, appare, come sempre nei film di Leone, un po’ troppo invadente.

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Vincere ***1/2

Solo un paese anestetizzato, inerme e profondamente ignorante come il nostro poteva accogliere con dubbi e distinguo un capolavoro della forza di Vincere.

Marco Bellocchio ci ha regalato, dopo gli epocali L’ora di religione e Buongiorno notte, un altro ritratto impietoso del nostro paese, rileggendo una pagina misconosciuta della storia del fascismo, con una potenza visiva che trova nuovi stimoli anche nel futurismo e nelle avaguardie d’inizio secolo.

Nel raccontare la storia tragica di Ida Dalser, moglie rinnegata del Duce, e di suo figlio Benito Albino, sullo sfondo della nascita del Popolo d’Italia e del partito fascista, Bellocchio ci mostra non solo il dramma di un amore impossibile e scomodo – da rinchiudere nelle stanze di un manicomio – ma va alle radici della dittatura, esaltandone gli elementi ancora attuali: la straordinaria forza retorica di Mussolini, il ruolo politico della religione, l’utilizzo della polizia e dei mezzi di comunicazione, nel tentativo di screditare e annichilire ogni resistenza e creare consenso.

Non è un caso che quando il Duce decide di cancellare dalla sua vita Ida Dalser e suo figlio Benito, dopo averne sfruttato fortune e sostegno, Bellocchio ce lo mostra, solo attraverso le immagini di repertorio, proiettate nei cinema dell’epoca.

Mussolini può essere interpretato, finchè è il socialista interventista ed il giovane direttore dell’Avanti: quando diventa Duce, l’unica sua immagine diventa quella della propaganda ufficiale.

Alcuni momenti restano indelebili: la passione, proiettata ai feriti della Prima Guerra Mondiale, su uno schermo montato sul soffitto dell’ospedale, le suore nel giorno del Concordato ed ancora Ida che si commuove, vedendo Il Monello di Chaplin all’ospedale di Venezia.

Qui c’è il momento più forte del film, quando il giovane psichiatra, che l’ha in cura, le spiega che quello non è il tempo per gridare verità sgradevoli, ma quello di mostrarsi donne discrete, fedeli, senza pensieri: massaie e madri.

E’ il tempo di essere attori ed incarnare la parte che il fascismo ha assegnato a ciascuno: il fascismo non durerà in eterno, ma le armi per combatterlo devono essere più sottili.

Interpretato con bravura e generosità da Giovanna Mezzogiorno e da Filippo Timi, nella parte dei due Mussolini, Vincere ha un unico limite nella cupa fotografia di Daniele Ciprì, che avvolge con un grigiore livido e monocorde tutto il film: la prima scena di sole arriva dopo un’ora e trenta, all’ospedale di Venezia.

Forse non vincerà la Palma, ma certo Bellocchio ha girato uno dei film più convincenti del festival.

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Inglourious basterds

Anche a Cannes la vita del cinefilo è dura.

Con il nostro badge non si entra quasi da nessuna parte, occorrono continue richieste d’invito alle proiezioni, file kilometriche per entrare ed ogni tanto capita di vedersi sbattere qualche porta in faccia.

Accade così che il vostro inviato, dopo due ore di coda sotto il sole, rimanga fuori anche dall’ultima proiezione del nuovo film di Tarantino.

Avrei voluto raccontarvi dell’inizio alla Sergio Leone, delle storie che si intrecciano nella Francia occupata, del continuo sovrapporsi dell’inglese al francese ed al tedesco, unico vezzo realista di un film che è una reinvenzione delle Seconda Guerra Mondiale.

E invece nulla. Anch’io, come voi, dovrò attendere l’uscita in sala. Almeno quella americana di agosto…

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