CANNES 2009 – 5

Film di mercoledì 20 maggio

Eyes wide open – Los abrazos rotos – L’avventura

Eyes wide open **

L’opera prima di Haim Tabakman è l’ennesimo ritratto d’amore omosessuale, la cui unica nota originale è l’ambientazione a Gerusalemme, nella comunità ebraica ortodossa.

Il titolare di una macelleria kosher, dopo la morte del padre, assume come aiutante un giovane studente di teologia, da poco arrivato in città.

Tra i due nascerà prima un’amicizia complice, poi qualcosa di più, mentre nella comunità cresce l’ostilità e monta la violenza.

Dopo i primi cinque minuti si intuisce perfettamente dove il film intende portarci. E lo fa senza guizzi, senza deviazioni, senza sorprese.

Un po’ poco.

los-abrazos-rotos

Los Abrazos rotos ***1/2

Nel concorso ‘all star’ di Cannes 2009 non poteva mancare l’ultimo Almodovar, uscito in Spagna da qualche mese.

La collaborazione con Penelope Cruz, dopo il mirabile Volver, si rinnova ancora una volta, con esiti ugualmente felici.

Il film alterna due piani temporali diversi, con un lunghissimo flashback a ritroso nel 1992 e nel 1994.

La Cruz è Lena, prima segretaria, poi amante di Ernesto Martel, un ricchissimo e anziano uomo d’affari, che si innamora di lei, perdutamente.

Lena però sogna di fare l’attrice e l’esilio dorato, impostole dal marito, le è diventato ben presto insostenibile.

Dopo un provino con il famoso regista Mateo Blanco, viene scelta come protagonista del suo prossimo film, Chicas y Maletas.

La lavorazione tormentata, documentata dal figlio di Ernesto, con un dietro le quinte, invadente e ossessivo, farà da sfondo alla passione tra Lena e Mateo ed alla gelosia di Ernesto, nelle vesti vendicative del produttore: sarà il destino a cambiare la vita di tutti e quella del film.

Quindici anni dopo, Mateo, che ora è diventato cieco e si fa chiamare Harry Caine, cercherà – grazie all’aiuto della sua assistente ed ai nastri del figlio di Ernesto – di rimettere assieme i pezzi quella storia e di quel film.

Come sempre i melò del regista spagnolo sono poco traducibili a parole: Almodovar abbandona la solarità di Volver, per un film doloroso, notturno, hitchcockiano, che ha il solo limite di affidare le spiegazioni decisive ad un lungo monologo e di non attribuire facili colpe, in un finale che arriva improvviso, forse poco meditato.

La Cruz è come sempre superlativa, il resto del cast è ispiratissimo e la regia di Almodovar di un’eleganza inarrivabile.

La fotografia di Rodrigo Prieto utilizza dominanti calde e colori accesi, la musica di Iglesias cita Bernard Hermann e aiuta a mantenere la suspense.

Certo si tratta di un Almodovar minore, dolente, autoriflessivo, ma – come ha detto una volta Woody Allen – la nostra vita sarebbe molto meno interessante, se non ci fosse un suo nuovo film da vedere.

AGGIORNAMENTO 15.11.2009

Qui trovate la recensione definitiva di Stanze di Cinema.

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L’Avventura ****

Il Festival del 2009 ha scelto come propria locandina un fotogramma tratto da L’avventura, un’immagine di Monica Vitti, di spalle, con lo sguardo rivolto verso il mondo.

Fremaux rende omaggio a Michelangelo Antonioni, con la proiezione di una copia restaurata di quel film che aveva debuttato a Cannes, quasi cinquanta anni fa.

Presenti in sala, per una sorta di omaggio al cinema italiano, molte attrici di ieri e di oggi: Claudia Cardinale, Virna Lisi, Anna Galiena, Laura Morante, Ornella Muti, Valeria Solarino, Stefania Rocca, Maria Grazia Cucinotta.

Mancano però le due straordinarie interpreti del film: Lea Massari e soprattutto Monica Vitti, che ha condiviso con Antonioni la controversa e trionfale stagione del cinema dell’incomunicabilità, prima che il regista rivolgesse il suo sguardo verso la Londra beat di Blow Up e la Berkeley di Zabriskie Point.

E’ triste che il destino l’abbia costretta ad un esilio volontario, che dura ormai da quindici anni.

Riguardare oggi L’avventura, in una sala piena di giovani, mette i brividi: quella borghesia industriale, alle soglie del boom, grazie ai film di Antonioni e Fellini, scopriva d’un tratto tutta la sua superficialità, il vuoto sentimentale e d’ideali, il provincialismo delle divette straniere e dei primi scandali.

Cominciava a guardarsi dentro, senza piacersi troppo.

Nel film, la scomparsa di Anna, nel corso di una gita in motoscafo alle Eolie, costringerà gli amici a confrontarsi con i propri sentimenti e le proprie inadeguatezze, in una ricerca, che servirà solo a chiarire le debolezze di ciascuno.

La straordinaria Sicilia de L’avventura, da Lisca Bianca a Milazzo, da Messina sino a Noto, non sembra tanto lontana dalla Roma della Dolce Vita.

E’ diverso lo stile, certo: il rigore formale di Antonioni, nella costruzione dell’inquadratura, è distante dalle iperboli del maestro di Rimini, così come la capacità di inserire i suoi personaggi all’interno dell’ambiente, attraverso l’uso dei piani, della profondità di campo e delle inquadrature leggermente dal basso, che quasi finiscono per schiacciarne i volti.

La straordinaria modernità del suo cinema sta forse tutta lì, oltre che nella capacità di raccontare l’aridità sentimentale di una ricca borghesia, già allora impotente e annoiata.

Eppure capace almeno di produrre una stagione culturale fertilissima – non solo nel cinema – in cui l’audacia delle proposte andava di pari passo con il successo e la considerazione con cui venivano accolte.

Altri tempi…

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