La donna che canta – Incendies. La recensione

 

La donna che canta – Incendies ***

Incendies è soprattutto un’opera sulla responsabilità, che esplora la possibilità di uscire da una spirale d’odio.

I miei primi quattro film formano un’inconsapevole quadrilogia sulla condizione delle donne. In questo senso anche La dona che canta – Incendies affronta temi come la maternità e l’intuizione, l’alienazione  e il potere, la violenza e la vendetta.

Denis Villeneuve, 2010

Strano oggetto cinematografico, questo quarto film del canadese Denis Villeneuve.

Applaudito a Cannes con Polytechnique, due anni fa, che raccontava, in un severo bianco e nero, la strage compiuta da uno studente nel campus universitario del Politecnico di Montreal, Villeneuve, che ha presentato Incendies alle Giornate degli Autori di Venezia, qui sembra dimenticare ogni coordinata postmoderna, ogni distanza nella narrazione, ogni svelamento della macchina cinema, per affidarsi completamente alla narrazione, in un melò fuori dal tempo, ma potentemente dentro la Storia del Novecento.

Il regista resiste al tentativo di voler rendere universale un racconto così tragicamente personale, evitando ogni deriva moralistica ed ogni sottolineatura didascalica.

Villeneuve recupera tutta l’ingenuità degli anni ’50, e si limita ad aggiornarla alle narrazioni frammentate di oggi, raccontando la storia di due fratelli gemelli, Jeanne e Simon, che alla lettura del testamento materno, ricevono increduli, dal notaio Lebel, due lettere indirizzate al padre, che entrambi credevano morto, e ad un fratello, che non hanno mai conosciuto.

La madre, Nawal Marwan, rifiuta di essere sepola, se non dopo che i figli avranno adempiuto all’incarico affidato loro.

Simon, più istintivo e umorale, all’inizio rifiuta di farsi coinvolgere dalla ricerca e lascia a Jeanne, giovane ricercatrice di matematica, la risoluzione di un enigma, che affonda nella storia di una madre, tanto amata, quanto mai davvero conosciuta.

Inizia così il lungo viaggio della figlia alla ricerca delle tracce di un’identità familiare rimossa, con l’unico indizio di una fotografia, scattata in un carcere di un paese mediorientale.

Villeneuve rimane vago, anche se i riferimenti al Libano sono evidenti, con la guerra fratricida tra musulmani e cristiani maroniti.

Parallelamente alle ricerche di Jeanne, il film ricostruisce cronologicamente la storia di Nawal, cristiana in una terra devastata dall’odio: i fratelli le uccidono il marito musulmano e la nonna, per evitare il disonore, finisce per portarle via il figlio, appena nato, affidandolo ad un orfanotrofio, dove verrà educato alla guerra.

Comincia così un confronto a distanza tra  Jeanne e Nawal, entrambe alla ricerca della stessa persona a 40 anni di distanza.

Il mistero rimane fitto, perchè i pochi che ancora sanno non vogliono riaprire ferite dolorose.

Jeanne, con la sua sete di certezze, non si arrende e, grazie all’aiuto di un carceriere, illumina almeno una parte della storia personale della madre: Nawal, dopo l’assassinio di un politico cristiano, è stata rinchiusa in una prigione terribile, nel sud del paese, ma nonostante le violenze, le torture e gli stupri, rifiuterà di rivelare i mandanti dell’omicidio.

Alla brutalità della prigione, opporrà la purezza della musica: per tutti sarà “la donna che canta”. Eroina per il popolo arabo, rinnegata dalla propria famiglia e traditrice per i cristiani.

Ma le sorprese non finiscono qui e a Jeanne si sostituirà il fratello Simon, arrivato in medioriente, assieme al notaio Lebel, per mettere a posto anche le ultime tessere di un mosaico, che rivela la potenza beffarda del Destino e la follia della Storia.

Le origini di Jeanne e Simon sono incomprensibili, inaccettabili: persino la logica matematica si scardina di fronte all’orrorre della tragedia classica. Uno più uno fa sempre uno, come dice uno dei protagonisti del film, incapace di comprendere l’indicibile.

E’ la casualità più tragica a far incontrare, due volte, una madre ed un figlio proprio quando nessuno l’avrebbe più voluto.

La verità rende muta Nawal, che ha la forza solo di dettare al notaio le lettere da consegnare, prima di spegnersi in un letto d’ospedale, consumata dall’orrore, ma capace anche di lasciare un messaggio di riconciliazione.

Il resto lo scoprirete vedendo il film di Villeneuve, lasciandovi trasportare dal racconto, con un atto di assoluta fiducia nel narratore, che ormai pochi hanno l’ardire di richiedere allo spettatore.

Siamo ormai smaliziati, assuefatti, incapaci di accettare l’emozione senza freni di un melodramma a tinte fortissime come La donna che canta.

Se non si accetta di giocare, allora è meglio lasciar perdere: sappiate però che il film di Villeneuve mantiene le promesse, va fino in fondo.

Bisogna solo fidarsi ancora una volta della forza del cinema e dell’arte del racconto, lasciandosi trasportare dalla storia di Nawal e dei suoi figli, fino al punto di non ritorno in cui il male della Storia macchia la dimensione individuale con il sangue dell’irreparabilità. 1

Bravissimi i due interpreti giovani, è però Lubna Azabal, nel ruolo della madre, a trascinare il film. L’attrice incarna la protagonista dai 20 ai 60 anni, con una forza travolgente, incapace di piegarsi alla violenza, ma travolta dall’amarezza di un destino atroce.

Villeneuve confeziona un film pregevole, ottimamente fotografato da André Turpin, adattandolo dalla piéce di Wajdi Mouawad, senza mai tradire le origini teatrali dell’opera, in uno sforzo di rarefazione dei dialoghi, per lasciare alle immagini il racconto di una verità indicibile, persino per i suoi protagonisti.

Non è un caso che alla madre, rimasta in silenzio, alla fine dei suoi giorni, finiscano per dar voce proprio Jeanne e Simon, capaci di ribaltare ogni facile convenzione: il figlio nato dall’amore si rivela un mostro, i gemelli partoriti dall’orrore, creature in grado si sperimentare la pietà e il perdono.2

La donna che canta è il primo film di Villeneuve distribuito anche in Italia. La nomination agli Oscar lo ha messo sulla mappa di Hollywood e presto dovrebbe dirigere il suo primo film in ignlese.

Forse il percorso autoriale non è ancora pienamente maturo e coerente, oscillando tra modelli diversi di film in film, ma gli ultimi esiti lasciano ben sperare.

 

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1. Roberto Manassero, Una morale dell’orrore, Cineforum n.501

2. Marco Toscano, Uno più uno fa sempre uno, Duellanti n.68

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