Django Unchained

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Django Unchained ***

Omaggio dichiarato al cinema di Sergio Corbucci, southern antirazzista, apologo revisionista e storia d’amore, Django Unchained è il settimo film di Quentin Tarantino.

E naturalmente, come quasi tutti i suoi racconti, è una storia di vendetta: inesorabile, sanguinaria, da antico testamento.

Le sceneggiature di Tarantino sono capolavori di arguzia e di talento narrativo, i suoi personaggi, che siano killers o bounty hunter, nazisti o eroi della resistenza, acquistano un’aura del tutto peculiare, fuori dal tempo e dalla storia, personaggi a tutto tondo, figli della penna miracolosa del maestro.

Una penna capace di vivificare clichè e stereotipi ormai frusti, generi fuori moda, attori che il tempo ha dimenticato troppo in fretta.

Tarantino, come un artista postmoderno, utilizza per i suoi capolavori materiale riciclabile, preso magari dalla discarica della nostra memoria cinematografica, per plasmarlo e farne qualcosa di interamente nuovo, assolutamente personale.

Gli spunti di partenza sono nelle sue mani solo esili fili di tessuto, che vengono usati per comporre una trama completamente originale. Il suo lavoro sui generi è simile a quello che Godard condusse negli anni ’60, con una radicalità ancor più accentuata.

Il disegno teorico del suo cinema è naturalmente nascosto dietro alla simpatia del personaggio-Tarantino, alle sue interviste sfrontate ed ai suoi amori cinematografici discutibili e costantemente sbandierati.

Ma non c’è nulla di superficiale e nulla è lasciato al caso. La sua abilità di scrittore è accompagnata dal gusto per la messa in scena, per la composizione dell’inquadratura e per l’azione spettacolare.

Il successo del tutto peculiare dei suoi film gli ha anche consentito di poter scegliere attori in grado di rendere giustizia ai personaggi, creati sulla carta.

Django Unchained non fa eccezione, ripercorrendo, col ritmo compassato dei western, l’epopea che porta lo schiavo liberato Django a ritrovare l’adorata moglie Broomhilda, in una piantagione di cotone chiamata Candyland.

Il film comincia nel Texas, due anni prima della Guerra di Secessione, quando il Dott. King Schultz, un medico dentista che gira con un curioso carretto sovrastato da un molare gigante, incontra due venditori di schiavi, che stanno trasportando un gruppo di neri ad una fiera, per venderli.

Tra di loro ce n’è uno che Schultz vorrebbe comprare: si chiama Django e conosce i fratelli Brittle, negrieri della Carrucan plantation ed assassini ricercati, su cui pende una ricca ricompensa.

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Schultz in realtà non esercita più la medicina, ma è un cacciatore di taglie raffinato e colto, di origine tedesca, a cui la schiavitù non va molto a genio.

Acquistato Django e liberati gli altri schiavi, Schultz si mette in cammino con il suo nuovo compagno alla ricerca dei fratelli Brittle, che hanno cambiato nome e si nascondono in una piantagione del Texas.

Terminato l’incarico, Django sarà libero.

I due s’imbattono prima negli abitanti ostili di una cittadina – scandalizzati dal fatto che un nero possa montare a cavallo ed essere trattato da pari a pari dal Dott. Schultz – quindi arrivano alla piantagione di Big Daddy, dove Django riconosce i Brittle e porta a termine la prima delle sue inesorabili vendette.

Sopraggiunge l’inverno e Django affina le sue innate qualità di tiratore. D’accordo con Schultz, si mette sulle tracce di altri fuorilegge ricercati, per riscuoterne la taglia: in primavera entrambi si dirigeranno a Greenville sulle tracce di Broomhilda, ceduta al sanguinario Calvin Candie.

Incontreranno Monsieur Candie a New Orleans, proprio mentre sta selezionando schiavi di colore da far combattere uno contro l’altro sino alla morte.

Candie è un appassionato di quelle che vengono chiamate “mandingo fight”: Schultz si fa passare per un uomo d’affari interessato ad acquistare uno dei suoi campioni, con l’aiuto di Django, uno schiavo liberato, esperto in questo particolare tipo di lotta. Ma la messa in scena non durerà a lungo…

Tarantino non intende essere reticente sulla barbarie dello schiavismo: assistiamo a neri seviziati con la frusta, altri appesi a testa in giù o dilaniati dai cani, la protagonista Broomhilda finisce chiusa nella “fornace”, una gabbia d’acciaio posta sotto il sole cocente, quindi assistiamo ad un incontro di lotta di una violenza che lascia senza parole.

Sono scene partorite dalla fantasia di uno scrittore, ma non sono poi così lontane dalle realtà di quegli anni: la piaga dello schiavismo, alimentata da interessi economici, giustificata dal razzismo e difesa dal Klan degli incappucciati è messa alla berlina non solo dal racconto della sua disumana brutalità, ma anche dall’ironia feroce di Tarantino, che non risparmia nessuno.

Il lungo viaggio di Django alla riconquista della libertà e dell’amore è profetizzato da Schultz quando racconta al suo nuovo compagno il mito di Siegfried, che libera la sua amata Brunilde dalla maledizione di Wotan: la messa in scena è scoperta e serve a Tarantino per ribaltare la retorica del western classico, nel quale la forza mitopoietica della Frontiera rendeva plausibile una ricostruzione della Storia del tutto falsa.

Qui invece la finzione è dichiarata: il racconto è di per sé simbolico e teatrale, ma il mondo rappresentato non potrebbe essere più realistico.

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La strada di Django è lastricata di cadaveri e di sangue. E di scene memorabili: dagli omicidi presso la magione di Big Daddy, alla scena ambientata nel club di New Orleans, sino alla lunga cena a Candyland, giocata tutta su una meravigliosa alternanza teatrale tra la tavola e le cucine, tra le apparenze e la realtà, con il personaggio dell’odioso Stephen, che appartiene ad entrambi i mondi, ed è quindi l’unico che può intuire la verità.

Così come per Bastardi senza gloria, Tarantino guarda al passato senza alcuna nostalgia e senza alcuna volontà di ricostruirlo, ma con l’intenzione invece di metterne in scena una versione alternativa, paradossale. E se allora Hitler e tutti i gerarchi del Terzo Reich possono morire nel rogo di una sala cinematografica, un cavaliere nero può avere la meglio dei suoi aguzzini, con infallibile determinazione fordiana.

La stessa messa in scena del passato – senza veri flashback, ma con una serie di visioni, che rompono il continuum temporale, in una sorta di presente assoluto – sembra forse volerci dire che le scorie di quell’infamia sono ancora qui con noi, resistono al progresso ed al perbenismo di facciata.

Chiariamolo subito, se c’è un punto debole in Django Unchained, è proprio quando Tarantino si ricorda di aver preso ispirazione dagli spaghetti-western: nel finale esagera con sangue, sparatorie impossibili e sbruffonerie. Per un film che nasce come romanzo picaresco tra la classicità di Butch Cassidy e lo spirito revisionista di Piccolo grande uomo, è una svolta che non convince del tutto.

Non vogliamo svelarvi il prevedibile finale, ma questo suo Django sarebbe stato molto più interessante se il cerchio non si fosse chiuso completamente, se la vendetta fosse rimasta, almeno in parte, incompiuta, se il racconto non fosse stato così programmaticamente definito.

Una volta Tarantino non si sarebbe lasciata sfuggire l’opportunità di un finale aperto e senza scampo: in Django sembra essersi piegato proprio in extremis ad un happy ending, che suona posticcio e non ha nemmeno la forza dello sberleffo.

Peraltro in un film in cui brillano i comprimari, il ruolo di Django appare stranamente poco scritto, meno approfondito degli altri, spesso lasciato ai silenzi ed agli sguardi di un protagonista, che forse non ha il carisma sufficiente a sostenere una parte che gli regala pochi spazi e poche battute.

Il film comincia in media res, quando Django è già stato separato da Broomhilda ed è stato ridotto in catene. Dopo pochissimi minuti è liberato da Schultz: nelle successive due ore e mezza metterà in opera la sua vendetta, cercando in ogni modo di dissimularla agli occhi degli altri.

Il suo non è un grande ruolo epico, le sue motivazioni sono evidenti, ma la forza del passato legame è solo evocata e mai rappresentata, se non per brevissimi flash: Django per lo più si limita a reagire al gioco, condotto dagli altri tre straordinari personaggi.

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Christopher Waltz è un memorabile Dott. King Shultz: l’attore austriaco sembra nato per interpretare i personaggi di Tarantino. La versatilità, l’arguzia, la sottile ironia di cui è capace, contribuiscono a vivificare ed a rendere plausibili le scelte drammatiche più ardite. Il suo è un personaggio fuori dal tempo e dallo spazio, portatore di una logica e di una cultura rigorosa, nonchè di una retorica esagerata, capace di imporsi sul rumore delle pistole e dei fucili.

E’ evidente che Tarantino, dopo il trionfo di Bastardi senza gloria, abbia scritto il personaggio di Schultz, avendo in mente proprio Waltz, cucendoglielo addosso, come se fosse un abito su misura che l’attore indossa da par suo.

E non è un caso che il film cominci a perdere colpi, proprio quando il suo personaggio esce di scena.

Altrettanto indovinato è il personaggio del “negro di casa” Stephen, braccio destro di Candie e completamente assimilato ad una logica razzista e schiavista.

E’ lui in fondo il vero villain del film, con il suo fare mellifluo, la sua finta zoppìa, l’intuito sopraffino per smascherare gli intrighi ai danni del suo padrone.

Samuel L.Jackson torna a lavorare con Tarantino dopo i fortunatissimi Pulp Fiction e Jackie Brown, che avevano lanciato la sua carriera, e dimostra che i troppi brutti film interpretati da allora non hanno scalfito le sue qualità.

Il terzo magnifico co-protagonista è Leonardo Di Caprio, nel ruolo del giovin signore di Candyland, il feroce Calvin Candie, dandy vestito di porpora, con un lungo bocchino di sigaretta e i denti anneriti dal tabacco.

Annoiato dagli agi e dalla solitudine del potere, si diletta con l’emozione della brutale lotta tra schiavi.

Finalmente per Di Caprio un ruolo vero, lontano dai troppi personaggi schizofrenici, disturbati e paranoici in crisi d’identità, interpretati ultimamente. Il suo Calvin Candie è un piccolo principe malvagio, che tiene alle tradizioni ed all’ospitalità sudista.

Kerry Washington, nel ruolo di Broomhilda, ha la sfortuna di interpretare l’unica donna del cinema di Tarantino remissiva e incatenata ai clichè della bella da salvare.

Nel ricchissimo cast, appaiono in brevi cameo anche Franco Nero – il Django originale – Don Johnson, Jonah Hill e lo stesso Tarantino, nei panni di un mercante di schiavi australiano.

La splendida fotografia, che asseconda il cambio delle stagioni e dei paesaggi, è del tre volte premio Oscar Robert Richardson, fidato collaboratore anche di Scorsese e Stone, mentre nella colonna sonora rifulgono classici del western italiano d’annata, da Bacalov a Morricone, e curiose scelte musicali, da Johnny Cash all’ hip hop.

Inteso come secondo capitolo di una possibile trilogia di contro-storia, Django Unchained è un Tarantino d’annata, che piacerà ai suoi fans, perchè riesce a rinnovare ancora una volta i suoi punti di forza: violenza parossistica, lunghi dialoghi memorabili e feroce ironia.

Qualcuno potrebbe scorgervi un po’ di maniera: ma è difficile stabilirlo, per un regista che ha avuto sin dall’inizio uno stile fortemente riconoscibile ed ha sempre girato attorno all’unico tema del tradimento e della vendetta, pur declinato in forme e tempi assai differenti.

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