Mereghetti su Django Unchained

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In occasione dell’uscita di Django Unchained, il Corriere della Sera dedica a Quentin Tartantino non solo la recensione settimanale di Paolo Mereghetti, ma una doppia pagina sull’inserto culturale della domenica, La lettura.

La recensione pubblicata questa mattina non è particolarmente favorevole: due stelle e mezza per Mereghetti, che se la prende con una certa critica nostrana, offuscata dal giochino citazionista di Tarantino, il quale lungi dal voler fare davvero un western italiano, rende omaggio alla tradizione solo rubando il nome del suo protagonista e le musiche che lo accompagnano nella sua odissea.

Così come Bastardi senza gloria non c’entrava nulla con il B-movie di Castellari da cui traeva il suo titolo originale, così questo Django Unchained, scava un abisso con i personaggi di Leone e con quelli dello stesso Corbucci.

Come avevamo già chiarito nella nostre recensione in anteprima, il film diventa più debole proprio quando, nella seconda parte, cerca di pagare il suo debito con gli spaghetti western, dopo una prima parte magistrale.

Mereghetti sembra essere dello stesso avviso: “prima ancora che sbarchi sui nostri schermi,Django Unchained è già stato bell’e imprigionato dentro una gabbia di interpretazioni e decostruzioni che ne hanno fatto l’ultimo erede del western italiano e l’ennesimo centone di citazioni, allusioni e strizzatine (o strizzatone) d’occhio. Con un’operazione, bisogna aggiungere, quasi esclusivamente italiana, dove il regista di Pulp Fiction sembra condannato a essere l’ultimo alfiere di un post-modernismo cinematografico che non sembra aver più corso da alcuna parte.

[…] Spesso il divertimento per lo spettatore nasce proprio da qui, dalle libertà che il regista si prende rispetto alla struttura codificata del genere.

In un processo creativo, però, che trova la propria ragione e il proprio metro di valore (almeno per me) nella coerenza dell’invenzione e nella forza della creazione. E non solo nella quantità delle citazioni.

Per questo Django Unchained mi sembra meno divertente (e interessante) di Bastardi senza gloria, perché dopo un inizio folgorante finisce per restare schiavo della sua logica «revisionista» e si avvita in una seconda parte a volte piuttosto ripetitiva e deludente.

[…] Ma nella seconda parte, quando Schultz e Django si mettono alla ricerca della moglie dell’ex schiavo, Broomhilda (Kerry Washington), comprata dal più razzista di tutti i coltivatori razzisti, Monsieur Candy (Leonardo DiCaprio), l’inventiva del regista-sceneggiatore mi sembra perdere più di un colpo. Si fa aiutare da una più accentuata esibizione di violenza, ma il risultato resta ben lontano dalle cose migliori della sua carriera.

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Sull’inserto La lettura, Paolo Mereghetti ed Alberto Pezzotta cercano invece di rintracciare le vere fonti della poetica tarantiniana e le sue qualità più originali, per mettere in risalto la distanza tra il supremo pastiche tarantiniano e lo scimmiottamento degli epigoni, che da vent’anni a questa parte cerano di condividerne un po’ di gloria…

[…] All’origine di tutto, mi sembra ci sia un gigantesco equivoco che finisce per ridurre il cinema di Tarantino a una specie di catalogo a metà tra Don Giovanni e il confessionale: quante volte, ragazzo? con chi? Come se il suo cinema nascesse da un gigantesco lavoro di taglia e cuci, di furti compiuti (e giustificati) in nome di una superiore istanza cinefila.

[…] E invece di questo straordinario intreccio tra passione cinematografica, genialità creativa e cultura enciclopedica («fatta sui libri non su Internet. Internet fa paura, è spesso falso. Bisogna guardare nei libri! Se non andate in biblioteca le vostre ricerche non varranno niente». Ipse dixit), in pubblico finisce per passare solo il citazionismo, la bulimia cinefila.

[…] Prendiamo la caratteristica forse più evidente del suo stile: la digressione dialogata, quei momenti di pausa dell’azione dove i personaggi sembrano lasciarsi andare e chiacchierano a ruota libera su un argomento lontanissimo dal tema del film. Come quello celeberrimo su Like a Virgin di Madonna e sull’entità delle mance da lasciare ai camerieri che si trova in Le iene. È chiaro che nell’economia narrativa del film serve a un doppio scopo: da una parte ad aiutare a capire meglio la psicologia dei vari personaggi, strani folli e malati, che vedremo in azione, e dall’altra ad alleggerire la tensione del film, sorprendendo lo spettatore con un momento inaspettatamente divertente in un film invece teso e crudele. Ma quando quella stessa «idea» diventa una specie di «immagine di marca» che dovrebbe servire a ribadire l’autorevolezza autoriale e la discendenza nobiliare (sono un vero autore perché faccio come Lui), allora il castello di carte cade e i quarti di nobiltà rivendicati diventano povere ed evidenti scopiazzature. Per decenni era successo con l’apologo wellesiano della rana e dello scorpione, utilizzato a dismisura e spesso a vanvera; dai tempi di Le iene e Una vita al massimo il nuovo marchio di garanzia cinefila sono diventati cinque minuti — almeno — di parole in libertà. Meglio se provocatorie e apertamente in contrasto con il buon senso.

[…] L’altra grande caratteristica dei film di Tarantino è la complessa costruzione (e decostruzione) narrativa con cui il regista si permette spesso di infrangere e stravolgere ogni tipo di consequenzialità realistica. Succede per Le iene e, a maggior ragione, per Pulp Fiction. Ma questa libertà, che le improvvise esplosioni di violenza (a volte ai limiti del voyeurismo) finiscono per sottolineare ed enfatizzare, sono funzionali alla costruzione (e decostruzione) del caos che costituisce la struttura nascosta dei suoi film. Personaggi malati o comunque ossessionati non possono che muoversi all’interno di un mondo dove si sono persi i parametri di riferimento. E dove sia il tempo che la morale hanno smarrito ogni chiarezza.

[…] Ma la sua personalità non si ferma qui perché a tenere insieme tutte questi aspetti c’è — ed è forse il più importante di tutti — «colui che rispetta il corso naturale delle cose». I personaggi hanno il loro destino, «un destino che spesso non ha niente a che fare con la trama che ti sforzi di costruire. E io finisco sempre per andare dove vanno i miei personaggi. La cinefilia non può mai influenzare l’autore e neppure i suoi personaggi». Una frase su cui tanti emuli dovrebbero riflettere un po’ di più e che invece in troppi dimenticano. In nome di un citazionismo che è solo la più superficiale (e fragile) delle sue qualità.

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Secondo Alberto Pezzotta:

Una cosa Quentin Tarantino ha in comune con Sergio Leone: anche lui ha iniziato la carriera saccheggiando con disinvoltura un film orientale. La sfida del samurai (1961) di Akira Kurosawa ha ispirato Per un pugno di dollari (1964); mentre senza City on Fire (1987) dell’hongkonghese Ringo Lam non esisterebbe Reservoir Dogs (1992), da noi noto come Le iene.

[…] La cosa curiosa è che Tarantino si è da sempre presentato come un cinefilo che infarcisce i propri film con citazioni e omaggi. Certi ingredienti, però, li ha sempre tenuti nascosti.

Prendiamo Django Unchained. Fin dal titolo si presenta come un tributo al Django di Sergio Corbucci: il western italiano (termine da preferire a quelli sottilmente sprezzanti di «western all’italiana» o, peggio, di «spaghetti western») che nel 1966 divulgò il verbo leoniano, da una parte normalizzandolo e dall’altra aumentandone la violenza fino a estremi per l’epoca impensabili.

[…] E i media sono stati lieti di celebrare il regista americano che ancora una volta omaggia i maestri italiani e il cinema di genere sottovalutato (?) da noi. Ma è davvero così?

A parte i brani della colonna sonora e la grafica dei titoli di testa, di western italiano, in Django Unchained, non ce n’è molto. Qualche zoomata, qualche inquadratura, un po’ di coloracci saturi. È sufficiente per parlare di omaggio? Di certo i protagonisti del film sono estranei alla lezione di Leone, che mandò all’aria l’etica di John Ford.

[…] In Django Unchained i personaggi di Jamie Foxx e Christoph Waltz, l’ex schiavo vendicativo e il suo mentore bianco King Schultz, sono invece molto più tradizionali: un pochino violenti, ma sostanzialmente giusti, altruisti e addirittura disinteressati.

L’unica operazione tarantiniana in linea con la ricezione del western italiano sta nel dare un volto afroamericano all’eroe eponimo.

[…] Per il resto, le fonti nascoste di Django Unchained sono altre, e numerose.

Spesso, a dire il vero, si ha l’impressione che Tarantino rifaccia se stesso: le situazioni di suspense che si prolungano per decine di minuti replicano Bastardi senza gloria, opera assai più originale che faceva finta di citare un altro specchietto per allodole, Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari. E i dialoghi paradossali sono quelli che Tarantino ha affinato da anni, senza per altro mai rendere grazie ai suoi maestri, scrittori pulp e noir come Charles Willeford e Barry Gifford.

Ma quando si viene al dunque, al climax di spettacolarità, da dove vengono le coreografie delle sparatorie, sanguinose ed elaborate? Ancora una volta dal cinema di Hong Kong: Hard Boiled di John Woo, A Hero Never Dies e il più recente Exiled di Johnnie To. Vedere per credere. Poi Tarantino, avendo piùmezzi, gira anchemeglio. Ma non rivela la fonte: forse perché tirare in ballo il cinema orientale, oggi, è meno cool che citare «the Italian Kings of B’s».

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La locandina in stile vintage di Django Unchained che apre questo articolo è stata creata da Federico Mancosu.

Il suo lavoro ha fornito lo spunto alla produzione per gran parte della compagna pubblicitaria ufficiale e per gli artworks utilizzati sul set.

Visitate il suo sito: http://www.federicomancosu.com/

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