Skyfall

Skyfall ***

L’agente segreto 007 compie cinquant’anni e questa sua ventitreesima avventura cinematografica, si pone, assieme a Casino Royale, come episodio di definitiva e necessaria rifondazione del mito.

Affidata la regia ad un autore lotanissimo dalla serie e poco avvezzo persino al cinema d’azione, l’intellettuale Sam Mendes, ed affiancato ai due storici sceneggiatori Wade & Purvis, il brillante commediografo californiano John Logan (Ogni maledetta domenica, Il gladiatore, Sweeney Todd, Hugo Cabret ed il prossimo Noè), questo Skyfall è il perfetto esempio di come le potenzialità di una serie lunghissima e per molti versi esausta, possano essere ancora sfruttate perfettamente, per creare qualcosa di interamente nuovo, eppure intimamente legato alla sua eredità storica.

Skyfall si muove lungo due assi ben definiti: quello del confronto tra antico e moderno, dentro e fuori l’MI6, e quello del tradimento e della vendetta.

Il mondo in cui era nato – dalla penna di Ian Fleming – l’agente 007 era quello della Guerra Fredda, con i due blocchi chiaramente individuati e nei quali occorreva muoversi segretamente e tra le ombre.

Oggi le cose sono più complesse ed il problema vero è proprio quello identitario: chi è il nostro nemico, quali facce può mostrare o impersonare? Un’icona globale come Bond non può permettersi passi falsi, alienandosi simpatie in Cina o nei paesi arabi.

La scelta del trio di sceneggiatori è quindi perfetta e coerente con lo spirito che ha animato la renaissance affidata a Daniel Craig. Il nemico è interno ed inafferrabile. Le tecnologie consentono l’anonimato e la possibilità di colpire dovunque nel mondo senza mai muoversi dalla propria tastiera.

Che spazio rimane allora per un’agente vecchia scuola come 007? Che usa ancora la pistola e l’Aston Martin DB5?

Il film comincia in media res, con il classico pezzo di bravura, che prelude ai titoli di testa, quasi come a voler riprendere ancora una volta il filo del discorso. Bond appare letteralmente come un’ombra in campo lungo che pian piano si avvicina e prende forma.

Mendes inscena nei primi cinque minuti un inseguimento mozzafiato sui tetti di Istanbul, che si conclude con la morte di James Bond, abbattuto dal fuoco amico, ordinato da M ed eseguito dalla giovane collega Eve.

007 precipita in un fiume e quindi in una cascata. Gli straordinari titoli di testa che riprendono iconograficamente ed anticipano tutti i momenti essenziali del film che vedremo, sono accompagnati da uno dei temi più originali degli ultimi anni, cantato da Adele.

Il fallimento della prima missione espone M e l’MI6 ad un severo controllo dell’esecutivo: M è spinta dal supervisore Mallory ad un prossimo pensionamento, mentre la lista degli agenti ONU sotto copertura è stata trafugata ed è finita nelle mani di un criminale che nessuno ha ancora identificato.

L’attacco al cuore del sistema arriva sino all’ufficio di M e così tutto il servizio segreto è costretto ad occupare una sede nuova, nei cunicoli sotterranei del bunker che Churchill aveva fatto costruire per la Seconda Guerra Mondiale.

Bond però ha “l’hobby della resurrezione” e si ripresenta a casa di M, per riprendere servizio, dopo un lungo periodo di riposo e guarigione, reso meno aspro dall’alcol di qualche isola caraibica.

Ma il vecchio agente non è più quello di una volta: fallisce i test fisici e attitudinali, persono la sua mira è imprecisa, ma M si fida ancora di lui.

Mentre i nomi dei primi 6 agenti vengono pubblicati su youtube, Bond viene inviato a Shanghai per seguire le tracce del drive trafugato. Qui conosce Severine, un donna misteriosa che sembra conoscere chi si nasconde dietro al furto.

Aiutato ancora una volta da Eve, Bond incontra di nuovo Severine in un casinò di Macao e quindi salpa con lei verso un’isola abbandonata, dove si rifugia il pericolosissimo Silva, un ex agente dell’MI6 che M ha consegnato ai cinesi al tempo dello switch-off di Hong Kong, in cambio di altri sei agenti sotto copertura.

Silva è riuscito a cavarsela ed a sopravvivere, nonostante la tortura ed atroci sofferenze, ma ha giurato vendetta ad M.

Sam Mendes – che dice di aver preso ispirazione da Chris Nolan e dal suo cavaliere oscuro –  ha certamente superato il maestro, confezionando un film magnifico, perfettamente capace di reinterpretare consapevolmente il personaggio Bond con una chiarezza d’intenti e una messa in scena raffinatissima.

Solo l’uso degli specchi e delle immagini riflesse, che attraversano il film come una costante, meriterebbe un’analisi a parte.

Mendes ha rinnovato il parco dei collaboratori storici della serie, affidando la fotografia al talento purissimo di Roger Deakins, il montaggio a Stuart Baird ed le scenografie a Dennis Gassner.

Coinvolti quindi Ralph Fiennes e Naomi Harris, nei panni di Mallory ed Eve, e Javier Bardem, in quelli del villain Silva, che unisce l’ambiguità sessuale ad un edipo irrisolto e vendicativo, il regista ha trovato la forza di ibridare perfettamente l’action più tradizionale con soluzioni visive e di montaggio da cinema d’autore.

Tutta la sequenza ambientata nel grattacielo di Shanghai si gioca su una contrapposizione di luci e ombre, colori e suoni stranianti, finendo con un combattimento tutto in controluce. Magnifica anche la parte girata sull’isola abbandonata, che richiama gigantografie fasciste, nelle quali irrompe l’istrionico Silva, ma ancor più significativa è la scelta londinese, che chiude i protagonisti nei cunicoli sotterranei e nelle stazioni della metropolitana, quindi nella brughiera scozzese, segnando il ritorno alle origini di Bond e finendo per ricongiungere la nuova trilogia agli episodi storici con Sean Connery.

Si riannodano, così, fili che sembravano irrimediabilmente recisi nel corso dei troppi episodi accumulati negli anni.

A cominciare proprio dalla marginalizzazione del ruolo dell’agente più famoso del mondo, quasi un comprimario nella storia shakespeariana che lega M e Silva: sono loro i veri protagonisti di questo Skyfall.

Lei nel ruolo di guida del servizio segreto, stretta fra un passato ingombrante e pieno di scheletri, un futuro ormai segnato ed un presente incerto, con il governo democratico che ne mette in crisi il ruolo.

Lui, straordinario doppio di Bond, capace di superarlo quasi in tutto, altro inquietante emissario del disordine, come il Joker di Nolan.

Nel rapporto a tre fra M, Bond e Silva si fa largo, in maniera neanche troppo sottile, una sorta di familismo amorale, un matriarcato feroce, capace di sacrificare i propri figli alla ragion di stato ed alla propria stessa sopravvivenza.

Skyfall è perfettamente capace di svecchiare d’un colpo una delle serie più antiche del cinema popolare ed al tempo stesso di rinnovarne le premesse, ricostruendo intelligentemente il patto con lo spettatore, riappropriandosi delle origini del mito Bond. Dopo aver raccontato per la prima volta in Casino Royale l’esordio dell’agente ed il rapporto tragico e irrisolto con Vesper Lynd, qui Mendes va un passo oltre, riportando il nuovo 007 alle sue origini cinematografiche.

Lo stesso proficuo contrasto tra nuovo ed antico si ritrova perfettamente nella storia del film, nel quale ognuno è costretto a fare i conti con il proprio passato, con gli errori che ha commesso e con i tradimenti di cui è stato protagonista.

In un tempo in cui il nemico può assumere molte facce diverse, il lavoro di Mendes mette l’accento sulla immaterialità della minaccia e sulla necessità che il lavoro d‘intelligence si giovi tanto della bravura degli analisti quanto dell’esperienza degli uomini sul campo.

Daniel Craig si dimostra ancora una volta perfetto nell’incarnare il conflitto fra tradizione e innovazione. La sua scelta, apparentemente esempio di casting against the type,  è invece indovinata: corpo cinematografico d’eccellenza, quello di Craig rispecchia tutta la fragilità dell’eroe del XXI secolo, che vive nell’ombra e nell’ombra deve individuare il suo antagonista.

Il suo 007 è un funzionario fedele e molto ben pagato, particolarmente atletico e con licenza di uccidere. Nulla di più. Una spia più simile a quelle raccontate da Le Carrè, che non al personaggio irreale e fuori dal tempo, inventato da Fleming.

Craig, rifondato completamente il personaggio su canoni di eleganza e fascino decisamente più moderni, superando un machismo old style – tutto alcol, donne e auto sportive – può permettersi qui di incarnare l’agente rude e d’esperienza, a cui il nuovo repsonsabile degli approvvigionamenti, un giovanissimo Q, consegna solo una pistola ed un localizzatore satellitare. Il resto l’MI6 lo può gestire dal suo quartier generale: non è più il tempo di diavolerie e gadget, nè forse di eroi sul campo.

E non è un caso se la minaccia più grande arriva proprio da un ex agente, deciso a prendersi una vendetta a sangue freddo, sfruttando le debolezza interne del sistema.

Anche il tradizionale esotismo delle avventure bondiane viene qui liquidato magnificamente nella prima parte, in cui gli scenari del far east non sono solo semplice sfoggio scenografico, ma sono perfettamente integrati nella trama e sono sfruttati sino in fondo per il loro potenziale visivo ed immaginifico.

Nella seconda parte invece Skyfall è tutto ambientato nel Regno Unito, nel tentativo duplice di rinnovare dall’interno la serie, riscoprendone le radici più profonde. Impossibile pensare a cesure troppo nette, ma pur nel solco intelligente della tradizione, il lavoro cominciato da Casino Royale, è qui portato a compimento in maniera brillante, tanto da porsi come punto di riferimento non solo per le prossime avventure di 007, ma per chiunque si voglia confrontare con il cinema d’azione contemporaneo.

Se la necessità di svecchiare Bond, nasceva dalla concorrenza degli Ethan Hunt di Mission:Impossible e dai Jason Bourne ipercinetici della saga diretta da Liman e Greengrass, con questo Skyfall, l’eroe di Fleming riconquista il primato.

Anche grazie al cast sapientemente costruito da Mendes e dai suoi produttori: Javier Bardem è un cattivo da antologia, che duella da pari a pari con M e James Bond, senza semplicazioni manieristiche e mantenedo una certa credibilità, pur nella recitazione sempre sopra le righe.

La bond-girl francese, Berenice Marlohe, è liquidata piuttosto sbrigativamente, quasi come un omaggio ad un altro dei clichè della serie, che presto potrebbe finire in soffitta, mentre più significativi sono i ruoli di Naomi Harris, Ben Whishaw e Ralph Fiennes, destinati a ritornare anche nei prossimi capitoli, che John Logan ha già avuto incarico di scrivere.

Come dire: festeggiato degnamente il compleanno con uno degli episodi maggiori della serie, spente le candeline, rifondato l’immaginario del suo protagonista e rinnovato defintivamente il cast, Bond è pronto a rimettersi in azione, magari nell’ombra.

Non ci abbandonerà tanto facilmente.

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