Mereghetti e 007 Skyfall

Non poteva mancare la recensione di Paolo Mereghetti sul nuovo 007 Skyfall che debutta domani sera nelle sale italiane.

Sul Corriere di questa mattina, c’è il lungo articolo dedicato al film di Sam Mendes: Bisognava cambiare: non un vero e proprio «reboot» (già effettuato con successo nel precedente Casino Royale ) ma una specie di ripartenza sì, dove effetti speciali e diavolerie tecnologiche lasciano il posto a un lavoro più «fisico» e «umano», privilegiando il montaggio sugli interventi digitali e calcando ancora di più il pedale su quel senso di insicurezza e di cinismo che sembra la chiave dominante di questi anni Zero.

Colpisce infatti che i veri temi del film, che racconta la guerra privata di un ex agente segreto del controspionaggio inglese, Silva (Javier Bardem, super-ossigenato), contro l’MI6 e la sua responsabile operativa M (Judi Dench), siano piuttosto il tradimento e la vendetta.

[…] In molti, a cominciare da Mendes, hanno registrato le somiglianze con la saga batmaniana di Christopher Nolan, a cui si avvicina per la sostanziale fragilità identitaria dei rispettivi protagonisti più che per una serie di «citazioni» un po’ superficiali (dal mondo sotterraneo alla galleria scavata nella roccia al provvidenziale maggiordomo). Evidentemente non è più tempo di eroi e anche 007 deve adeguarsi, anche se per farlo deve ribaltare la sua tradizionale immagine. In passato, molto con Connery e con Roger Moore ma non poco anche con Pierce Brosnan, il personaggio rispondeva a una serie di cliché che finivano per trasformarsi in maschera (autoironia, coscienza di sé, superiorità maschile) e che invece Daniel Craig – e con lui gli sceneggiatori Neal Purvis, Robert Wade e John Logan – distruggono coscientemente, offrendo il ritratto di un uomo non più giovanissimo, che ha perso molte delle qualità sia fisiche che mentali (tanto che l’addetto all’approvvigionamento Q lo paragona a «una grandiosa nave da guerra che viene trainata ingloriosamente alla demolizione») e che non ha problemi a confessare la sua familiarità con la paura e la morte. Ne esce un film molto godibile, per niente bamboccesco, che si può permettere di incrinare anche la più inossidabile delle caratteristiche bondiane (l’esibita eterosessualità) e che conquista per la prima volta una raffinatezza visiva che non si ferma ai celeberrimi titoli di testa ma che accompagna tutto il film, diventando nell’episodio del grattacielo di Shanghai, un autentico pezzo di bravura.

Qui la recensione di Stanze di Cinema.

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