Cesare deve morire

Cesare deve morire ***1/2

“Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione”

Non è stata una grande annata per il cinema italiano: a partire dall’infelice selezione veneziana, passando per i disastri al botteghino dei soliti noti della nuova commedia, fino qualche delusione anche d’autore e a due importanti film politici, entrambi poco coraggiosi nel mettere in luce responsabilità e mandanti. Di positivo solo qualche buon esordio, tra cinema di genere e squarcio sociologico.

Poi finalmente una bella notizia dal Festival di Berlino: i fratelli Taviani, splendidi ottantenni, conquistano l’Orso d’Oro, a vent’anni da La casa del sorriso di Marco Ferreri.

Cesare deve morire è film straordinario, rigoroso e ispirato, necessario. Un film sul teatro verrebbe da dire. Ma è una definizione davvero riduttiva.

E’ un film che d’un tratto resuscita anche il cinema dei fratelli Taviani, da molto tempo costretti ad una marginalità polverosa. Lontani i tempi di Allonsafan, Padre Padrone, La notte di S.Lorenzo, Kaos: ma Cesare deve morire è un ritorno potente e coraggioso ad un cinema che parla di uomini, di riscatto, di dignità.

Il film nasce dall’incontro con il regista Fabio Cavalli e con il suo laboratorio teatrale nel carcere di Rebibbia, sezione di alta sicurezza.

Cavalli intende mettere in scena il Giulio Cesare di Shakespeare, un testo classico, che ha indubbiamente un’eco profonda, anche per chi ha vissuto il milieu criminale.

Il racconto della congiura delle Idi di Marzo acquista senso e significato, proprio attraverso la commistione tra testo e realtà.

I detenuti si sottopongono ad un provino perchè il regista possa scegliere il cast più adatto ai ruoli. Assistiamo alla sorprendente selezione, alle lunghe prove nelle celle e negli spazi del carcere, nelle quali non solo prende forma lo spettacolo, ma gli attori/detenuti si mettono a nudo. Recitano i personaggi, ma anche se stessi, inevitabilmente.

Il film comincia dalla fine, dalle ultime immagini dello spettacolo finalmente in scena nell’auditorium di Rebibbia, davanti ad una platea di parenti ed amici. Quindi torna indietro nel tempo, in flashback, per ricostruire il lungo percorso che in sei mesi ha portato alla costruzione di una vera e propria compagnia teatrale.

Il lavoro sui personaggi, i rovellli psicologici, l’interpretazione mimetica di Cesare, Cassio, Bruto, Marco Antonio e degli altri congiurati, restituisce, per una volta, urgenza e freschezza ad un testo recitato mille altre volte.

Cavalli spinge i detenuti ad interpretare il proprio ruolo nel dialetto d’origine, creando un crogiolo linguistico formidabile e straniante, che aiuta ciascuno ad entrare nella parte fino in fondo, azzerando ogni teatralità.

Le notazioni personali sulla vita dei detenuti sono sottili, appena accennate. I Taviani non dimenticano neppure per un istante dove si trovano: vanno in cerca di un’umanità perduta e affranta, in un mondo che spesso ci fa comodo rimuovere. Ma lo fanno senza ambiguità: il talento evidente dei detenuti suscita un’istantanea simpatia ed allora ecco che i registi ci ricordano con una brevissima didascalia, le terribili condanne ed i delitti compiuti, da quellli che appaiono come attori consumati. Nell’essenzialità dei 75 minuti di Cesare deve morire, i Taviani riescono a dire qualcosa anche sulla malinconia dei colloqui con i parenti, sui nuovi arrivati che si aggiungono allo spettacolo, sui secondini che si fermano a guardare le prove.

La fotografia in bianco e nero di Simone Zampagni, annulla ogni necessità scenografica, sfruttando magnificamente gli spazi del carcere.

Cesare deve morire è un film coraggioso, fuori dal tempo e dallo spazio, ma straordinariamente vitale, necessario, modernissimo nell’uso dei registri linguistici sovrapposti e delle tecnologie di ripresa: il colore sfuma nel bianco e nero, il documentario nella ripresa dell’opera, quindi nella sua messa in scena, in un montaggio che ha il suo corrispettivo più evidente nei film che Al Pacino ha dedicato al Riccardo III ed a Salomè.

Peccato solo che un film così urgente, rigoroso e politico venga da due straordinari ottantenni e non da un giovane esordiente: il cinema italiano continua ad affidarsi a splendidi ed isolati episodi, non riuscendo mai a farsi davvero sistema e industria culturale. Il fatto che tutti i grandi distributori abbiano rifiutato Cesare deve morire e che sia dovuto intervenire Nanni Moretti con la sua Sacher, per consentire a questo gioiello di arrivare nelle sale, è l’ennesimo segnale negativo in una stagione piena di amarezze.

Da non perdere.

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