Lee Cronin: La Mummia

Lee Cronin: La Mummia **1/2

Il lavoro di riscrittura dei personaggi e delle storie è pratica da sempre intimamente connessa con l’horror e le sue derive contemporanee: dalla citazione, alla parodia, fino al plagio e alla reinvenzione è tutto lecito e anzi giustificabile, anzi atteso.

Questa nuova versione de La mummia, che riporta sin dal titolo il nome del suo autore, peraltro non così celebre da meritare di precedere il personaggio ispirato a Carl Laemmle dall’apertura della tomba di Tutankhamon nel 1932, si pone volutamente su un piano radicalmente altro rispetto ai suoi precedessori.

Per allontanarlo dalle avventura con Brendan Fraser e poi dal reboot con Tom Cruise, ecco allora comparire un’attribuzione di paternità nuova, a chiarire allo spettatore che vedrà qualcosa di diverso e personale.

Blumhouse fin da L’uomo invisibile (2020) e poi nuovamente con Wolf Man (2025), è impegnata da molti anni a rinnovare il carattere dei mostri della Universal, immaginando letture radicali e alternative, che sfidano la contemporaneità fino a piegare le coordinate orrorifiche originari.

La recensione riporta alcuni piccoli spoiler. Se non volete rovinarvi la sorpresa, ritornate qui dopo aver visto il film.

Dopo un prologo che mostra subito la dimensione familiare del racconto, ripetuta su larga scala nelle due ore successive, La mummia ci presenta i protagonisti della sua storia, il giornalista televisivo Charlie Cannon, i figli Katie e Sebastian e la moglie Larissa che è incinta della loro terza bambina.

Sono al Cairo per seguire il lavoro da inviato di Charlie, ma stanno per rientrare negli Stati Uniti, nella natia Albuquerque o a New York, dove il giornalista ha ricevuto un’offerta di lavoro importante.

Solo che un pomeriggio la loro piccola Katie, inseguendo le lusinghe di una maga misteriosa, viene avvelenata e rapita. Un tempesta di sabbia copre le loro tracce e rende vano l’inseguimento di Charlie.

Passano otto anni e ad Assuan, sul luogo in cui è precipitato un piccolo aereo, viene ritrovato un sarcofago apparentemente millenario. Al suo interno ancora viva c’è Katie, molto diversa dalla dolce bambina dell’inizio. 

La giovane detective Dalia Zaki informa i genitori che la riportano in New Mexico, ma si accorgono ben presto che la piccola, incapace di parlare, mostra segni inquietanti di una evidente possessione.

Cronin, irlandese al suo terzo film, dopo l’esordio di Hole – L’abisso e il reboot de La casa – Il risveglio del male di Raimi, costruisce un horror che pur guardando in modo evidente al capolavoro di William Friedkin, L’esorcista, almeno quanto all’incubo di Poltergeist firmato da Hooper e Spielberg, sceglie una strada autonoma, che nella messa in scena di un body horror spesso disgustoso e disturbante, trova la sua cifra più autentica.

Non solo, ma eliminando qualsiasi dimensione cristiana dal racconto se non forse nel senso di colpa che affligge gli innocenti genitori travolti alla fine da una rivolta che contagia tutta la prole, sceglie una prospettiva interamente originale.

Il Male evocato dalle formule e dalle credenze antichissime, di cui la prima famiglia è custode consapevole, è una presenza demoniaca pagana, un’ombra che va contenuta, compressa, confinata in un corpo innocente e in un sarcofago chiuso e sotterrato, perché non si risvegli, non pretenda nuove vittime.

Come Pazuzu, anche la nuova creatura viene dissotterrata e ritorna insinuandosi nel presente, solo che, eliminata la dimensione cristiana, Cronin sembra raccontarne la sua diffusione come un contagio, un virus che si trasmette per via orale e che diventa una maledizione non solo per chi ne è colpito, ma per tutti quelli che si trovano a doverci convivere.

Così La mummia diventa un film di possessioni demoniache interamente laico, in cui non ci sono esorcismi, non ci sono invocazioni al Signore, anzi i rari simboli religiosi diventano armi brandite contro chi li utilizza.

Persino nel corpo abitato dallo spirito maligno non c’è alcuna vera lotta: l’obiettivo non è tanto liberare chi è posseduto, ma trovare un’altra vittima che possa confinare quella violenza diabolica meglio e ancora a lungo.

Questo comporta altresì che lo spirito non possa essere battuto, non possa essere debellato: non ci sono vaccini o formule sacramentali. La maledizione che lo assiste può essere solo trasmessa ad altri, come accadeva già in It Follows, uno degli horror seminali di questo secolo.

E’ tuttavia un peccato che il sacrificio del padre, in quella che appare come una lotta impari tra figli e genitori, all’interno dello spazio domestico trasformato in campo di battaglia, sia tradito da una coda finale che ribalta nuovamente il racconto, in una sorta di vendetta che riporta tutto alle origini.

Forse sarebbe stato troppo difficile e coraggioso far accettare l’idea del capro espiatorio innocente, meglio invece rilanciare l’occhio per occhio dell’Antico Testamento, in un compiaciuto e rassicurante finale in cui il Male ritorna circolarmente a chi l’aveva già custodito.

Questo mi pare determinante anche rispetto alla lettura ideologica o politica dell’horror di Cronin, assai più conservatore di quanto vorrebbe dare a vedere: non solo nella rappresentazione occidentalizzata dell’Egitto, ma anche nel rinnovare gli ennesimi topoi narrativi della famiglia sotto assedio e nel chiudere in modo compiaciuto assolvendo tutti e confinando la colpa ad un personaggio femminile che sin dalla primissima scena viene identificato come poco empatico, se non decisamente irritante.

Resta allora la capacità di Cronin di mettere in scena quello che è più respingente con una certa efficacia drammatica, costruendo la tensione attorno a tre macrosequenze – il rapimento, il funerale della nonna, l’assedio finale casalingo – che evitano lo logica dello spavento facile e del fuoricampo d’assalto, per privilegiare una dimensione d’accumulo spesso grottesco e osceno.

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