Venezia 2011. Il nono giorno

FAUST di A.Sokurov ****

In concorso

Un film come il Faust di Sokurov è la migliore risposta a coloro che mettono in dubbio l’utilità e la salute dei festival cinematografici: un’opera maiuscola, di potenza visiva miracolosa, di precisione filosofica e letteraria sublime, che chiude meravigliosamente la quadrilogia che il regista russo ha dedicato all’illusione del Potere.

Dopo Moloch dedicato a Hitler nel 1999, Taurus del 2000 su Vladimir Lenin e Il sole che nel 2005 raccontava la parabola dell’imperatore Hirohito, Sokurov decide di risalire alle radici della sua ossessione.

Alla figura letteraria per antonomasia, al Faust di Goethe che vende l’anima al diavolo pur di appagare, per una notte, i suoi desideri più reconditi.

Scienziato e professore squattrinato e idealista, ha già perso la sua partita. Il suo amore per la parola e l’ambizione alta, di ragionare sul mondo, si scontrano con l’infelicità della vita quotidiana, priva di gioie e riconoscenza.

Come scrisse Goethe, le persone infelici sono pericolose. Faust, in compagnia del diavolo, che ha assunto le sembianze di un laido e mostruoso usuraio, finirà per uccidere, senza volerlo, Valentin, un giovane soldato.

Animato dal senso di colpa vuole conoscere la sua famiglia e spinge l’usuraio ad aiutarla economicamente. Si innamora quindi di Margarete,  sorella di Valentin e per una notte d’amore, firma lo scellerato contratto.

Il mondo di Faust, che Sokurov mette in scena, è angusto, soffocante. La sua volontà di trasmettere idee, sogni, parole viene continuamente frustrata.

La macchina da presa non sta mai ferma, seguendo i suoi personaggi, precedendoli, avvolgendoli e deformandoli. Le luci di Bruno Delbonnel sono di pittorica bellezza, con una decisa dominante verde.

Il dialogo continuo e raffinatissimo, viene rafforz ato dal flusso di coscienza di Faust, che solo alla fine cede il passo a quello del demonio.

Sokurov ci ritrae affannati e spinti dagli istinti più materiali, ai quali anche il protagonista finisce per soggiacere, salvo poi cercare l’infinito nella sospensione del tempo e dello spazio.  Il viaggio di Faust non si ferma a Margarete, ma prosegue verso l’ignoto.

Ma non temete, non c’è un attimo di noia nel film di Sokurov, che racconta paure e desideri terribilmente umani, con la leggerezza del capolavoro.

KILLER JOE di W.Friedkin **1/2

In concorso

Ecco il Friedkin che non ti aspetti: dal regista de Il braccio violento della legge, L’esorcista e Vivere e morire a L.A., un southern in salsa piccante, ispirato alla pulp fiction di Jim Thompson e tratto da una commedia di Tracy Letts, che farà molto discutere e che difficilmente troverà una distribuzione negli Stati Uniti, super puritani.

Si racconta di una famiglia disfunzionale, gli Smith, nella quale il figlio Chris deve 6.000 dollari ad un boss della droga, ma non ce li ha. Li chiede al padre Ansel, che è ancora più squattrinato di lui.

L’unica sua speranza per evitare la morte certa è riscuotere l’assicurazione sulla vita della madre, la cui beneficiaria, secondo quanto gli ha riferito il patrigno, Rex, è la sorella Dottie.

D’accordo con Ansel e con la nuova moglie Sharla, Chris decide di assoldare un killer di professione, Joe Cooper, detective della polizia di Dallas, il quale pretende di essere pagato in anticipo.

Padre e figlio non hanno un dollaro, ma decidono di mettere sul piatto la giovane Dottie, lolita bionda, che subisce il fascino tranquillo ed i modi insinuanti di Joe.

Le cose ovviamente non andranno per il verso giusto, perchè qualcuno sta facendo il doppio gioco, ma è difficile ingannare Killer Joe, che con i modi affettati di un gentleman del sud, cercherà di rimettere assieme i pezzi di una famigliola senza morale.

Il film di Friedkin è un divertissement nerissimo, postmoderno e oltraggioso, che rispetta le regole di genere, ma lo fa mettendo in scena tutta la violenza e la lussuria, che nei classici noir veniva spesso solo accennata.

Killer Joe non ci risparmia nulla, sino all’apoteosi di una finta fellatio con una coscia di pollo fritto, in un tripudio di minacce talmente eccessive da diventare surreali.

Friedkin non si prende sul serio nemmeno un secondo e forse anche gli spettatori dovrebbero godersi il film per quello che è, un pastiche indovinato e amorale sulla corruzione dei nostri tempi, in cui la famiglia è diventato un guscio vuoto, fatiscente e lurido come il trailer in cui vivono gli Smith. Ed in cui per pochi spiccioli si decidono omicidi a sangue freddo e si baratta persino il destino di una figlia. I legami di sangue non esistono più, la fedeltà è un optional e quello che conta è la convenienza del momento.

E’ una visione del mondo troppo pessimista? Nichilista? Allora Killer Joe non vi divertirà.

Qualcuno parla di Tarantino. Con la differenza però che, con la serie B ed il gioco sui generi ,Tarantino costruisce opere d’arte sostenute da un linguaggio ed una tecnica prodigiose, mettendo in gioco se stesso e restituendo una visione del mondo del tutto originale. Non sono convinto che questo Killer Joe raggiunga la stesso obbiettivo. Più verosimilmente, come i film di Robert Rodriguez, si ferma alla superficie del discorso.

Senza comprendere sino in fondo la lezione, ma limitandosi alla satira, che come scriveva David Foster Wallace in Infinite Jest, è “il lavoro di chi non ha nulla di nuovo da dire“.

Ovazioni alla proiezione stampa.

PS. Friedkin, in conferenza stampa, improvvisa uno show pirotecnico e impagabile, offrendosi di cantare in italiano, ricordando l’incontro con Fellini, dichiarando tutto il suo amore per i produttori (gli stessi di The Hurt Locker della Bigelow) e per il cinema classico.

Indica Paul Thomas Anderson e i fratelli Coen, come gli eredi della tradizione americana degli anni ’70 e dimostra di divertirsi un mondo a mettere in scena dei personaggi così eccessivi, figli dello humor nero del commediografo Letts.

In fondo, racconta, il suo Killer Joe è una favola come Cenerentola.  Con l’unica differenza che il Principe Azzurro, questa  volta, è un poliziotto criminale… E’ lo spirito dei nostri tempi!


LIFE WITHOUT PRINCIPLE di J.To **1/2

In concorso

Inserito da Mueller in concorso all’ultimo minuto, il nuovo film di Johnnie To è sorprendente e spiazzante. Non si spara un solo colpo, non ci sono sequenza d’azione, nè coreografie urbane. Il regista di Hong Kong ha spiegato di aver cambiato rotta dopo Vengeance, accantonando il thriller, per esplorare altri territori. In questo Life without principle sono la cupidigia, l’avidità ad interessarlo.

To mette in scena quattro storie che si incrociano il giorno del default greco e del crollo dei mercati.

Un poliziotto deve risolvere un caso tra due anziani, mentre la moglie sogna di comprare un nuovo appartamento in città, una contabile di una banca d’affari è in difficoltà sulle vendite di un nuovo fondo d’investimento, un piccolo esattore della mala, Pantera, si affanna ad aiutare un amico in carcere, quando un affiliato gli insegna che tra il gioco d’azzardo e le borse non corre tanta differenza.

Infine un usuraio viene ucciso, quasi per caso, nel parcheggio della banca da una coppia che vorrebbe rapinarlo.

Johnnie To gioca coi tempi, usa il mantaggio alternato e intreccia con maestria il destino dei suoi personaggi, lasciando ad ognuno una porta aperta sul futuro.

Nella prima mezz’ora assistiamo ad una sorta di trattato sugli investimenti bancari: To ha le idee chiare. Gli interessi e le commissioni richieste dagli istituti non sono diverse dai tassi e dal pizzo della malavita organizzata. Il confine tra lecito ed illecito si assottiglia paurosamente, l’avidità contagia tutti, persino le anziane signore che rischiano sui risparmi di una vita, per qualche dollaro in più.

Nessuno è veramente innocente: il destino finisce per premiare qualcuno e punire gli altri, ma è solo un giro di ruota momentaneo. La  fortuna non si conquista che per pochi attimi. Domani è un altro giorno.

Insolito.

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