Venezia 2011. Il decimo giorno

LE PALUDI DELLA MORTE – TEXAS KILLING FIELDS di A.Canaan Mann **

In concorso

Perchè un thriller piuttosto ordinario, lineare, diretto con professionalità trasparente, che potreste vedere in un tranquillo sabato sera in un multiplex qualsiasi, finisce per chiudere il concorso della Mostra di Venezia?

Forse perchè si tratta dell’opera seconda della figlia di Michael Mann, l’uomo che ha rivoluzionato i codici del poliziesco americano di fine secolo? A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre…

Purtroppo però Texas Killing Fields non ha nulla della poetica e dello stile di Heat o Collateral. E c’era d’aspettarselo.

Il talento non si tramanda di padre in figlia e le ossessioni del regista di Chicago rimangono estranee a questo Texas Killing Fields.

Il film di Ami Mann racconta di due poliziotti del distretto di Texas City alle prese con la sparizione e l’omicidio di una ragazza. E’ l’ultima di una serie di vittime spesso ritrovate nelle paludi fuori città chiamate Killing Fields, per l’aria malsana e la maledizione che le avvolge.

Uno dei due poliziotti viene da New York, è cattolico e si prende a cuore una ragazzina, figlia di una prostituta, costretta a vagabondare mentre la madre riceve i clienti in una baracca al limitare della palude.

L’altro poliziotto è del posto, da poco divorziato da una collega, cerca di attenersi al proprio caso, tenedosi lontano dai Killing Fields.

Scompaiono altre ragazze, l’indagine si allarga e coinvolge i due poliziotti sempre di più, anche a livello personale.

Intanto i sospettati principali, un pappone nero e un biondo tatuato riescono a fuggire…

Non ci sono particolari qualità nel film della Mann, se non nella cupa ambientazione texana e nella descrizione di un ambiente ostile e minaccioso, che finisce per insinuarsi all’interno della comunità.

Il film è tratto da una storia vera ed è curioso che proprio come avviene in altri film presentati al festival, la minaccia provenga dall’interno della famiglia, piuttosto che dall’esterno.

E’ la comunità familiare a covare istinti bestiali e ad annegare nel sangue la sua impotenza. Le indagini sembrano puntare altrove, ma la verità è molto meno rassicurante.

La coppia di poliziotti, Sam Worthington e Jeffrey Dean Morgan, è ben assortita, ma non  ha modo di mettersi in luce particolarmente, così come Jessica Chastain, che interpreta la moglie di uno dei due.

Chloe Grace Moretz è la ragazzina in pericolo ed è come sempre bravissima ad alternarnare  una sensibilità adulta alla fragilità adolescenziale. Si rivede Sheryl Lee, l’indimenticata Laura Palmer di Twin Peaks, nel ruolo della prostituta.

Neppure il finale riesca a sollevare il film dall’essere un onesto prodotto di genere, del tutto inadatto ad un concorso internazionale del prestigio della Mostra di Venezia.

Un passo falso dei selezionatori.

L’ULTIMO TERRESTRE di G.Pacinotti *

In concorso

Spiace dover stroncare anche questo terzo film italiano del concorso, ma l’opera prima del fumettista GIPI è imbarazzante da ogni punto di vista.

La storia racconta di un giovane cameriere disadattato che vive in una casa in affitto, che potrebbe essere venduta da un giorno all’altro ed è segretamente innamorato della dirimpettaia, con cui non ha mai neppure scambiato una parola.

Ha un unico amico, un transessuale che si prostituisce per strada. Il protagonista lavora in una sala Bingo assieme a tre colleghi fuori di testa: un italoamericano che vessa gli altri, un sessuomane compulsivo ed un fatalista meridionale.

Ogni tanto va a trovare il padre che vive solo in una grande fattoria fatiscente, da quando la moglie lo ha lasciato.

Improvvisamente un’aliena si presenta a casa del padre e lo aiuta a rimettere ordine nella sua vita.

Ma l’invasione non è sempre pacifica…

Il film di Pacinotti è tratto da un fumetto di un altro disegnatore, ma le sue carenze più evidenti sono proprio nella sceneggiatura, che fa acqua da tutte le parti e non assume mai una valenza simbolica o metaforica.

Il racconto della misera vita di un travet rimane adagiato un piatto surrealismo, che se nella prima parte strappa qualche sorriso, nella seconda che vira al dramma diventa assai deludente.

Tutti i personaggi risultano appena abbozzati, non hanno alcuno spessore e sembrano parte di un gioco superficiale e futile. Il pestaggio del trans, da parte dei colleghi di lavoro, il ruolo da badante dell’alieno, la storia d’amore irrisolta, il ruolo del fidanzato della ragazza, sono tutti momenti che non trovano alcuna giustificazione narrativa.

L’apoteosi viene poi dalla rivelazione che la madre del protagonista non è scappata abbandonando marito e figlio, ma….

Un esordio imbarazzante, che la presenza ad un concorso come la Mostra rende ancora più grave.

E Gianni Amelio presenta il suo nuovo film a Toronto la settimana prossima…

NEL NOME DEL PADRE di M.Bellocchio ***

Leone d’Oro alla carriera

La consegna del Leone d’oro a Marco Bellocchio è il momento più riuscito di questa ultima giornata di festival.

Davanti ad un sala osannante, Bernardo Bertolucci, rivale di una vita, celebra assieme a Mueller il meritato trionfo del più vitale dei cineasti degli anni ’60.

Bellocchio non avrà più i pugni in tasca, non sarà sempre rabbioso e intransigente come allora, ma nella serenità degli ultimi anni hanno trovato i suoi capolavori più limpidi, da Buongiorno notte a Vincere, da La Balia a L’ora di religione.

Non ha mai fatto sconti al potere, denunciando la durezza dei padri ed il sorriso inutile delle madri, l’arroganza della violenza e della stupidità.

Ora si dice riconciliato, ma la nuova versione di Nel nome del padre, rimontata ed accorciata sensibilmente, assesta un pugno in faccia alla galleria dei benpensanti, con il suo racconto di un collegio religioso, nel quale le dinamiche del potere vengono messe alla berlina con una forza impensabile. Non solo il buonismo dei religiosi, la loro ipocrisia e la loro ossessione per il sesso, ma attraverso le figure degli inservienti e di quelle di due studenti, Bellocchio se la prende con il sindacalismo vuoto, con la velleità del mondo della scuola, con la logica paternalista della sinistra e con i teorici della scienza a tutti costi, certi che il progresso tecnologico avrebbe risolto ogni problema.

Il film rimane, anche in questa nuova versione, un po’ troppo frammentato, ma la forza polemica e la capacità profetica di Bellocchio sono innegabili.

Certamente il miglior film italiano della Mostra. Peccato sia di 40 anni fa…

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