Roger Ebert assegna 4 stellette a The tree of life

Dopo la proiezione stampa di Cannes, si era diffusa la voce che il film avesse avuto un’accoglienza contrastata e che i critici si sarebbero divisi.

In realtà gli sparuti fischi ricevuti alla prima assoluta, da parte di qualche spiritoso imbecille, non hanno trovato alcuna conferma nelle recensioni che da ormai tre settimane si sono succedute su giornali e riviste di tutto il mondo.

L’accoglienza oscilla tra l’adorazione assoluta e l’apprezzamento con alcuni distinguo, ma certamente non si è ancora letta l’ombra di una vera stroncatura.

Come si può notare su Metacritic o su Mrqe, che raccolgono le recensioni per lo più americane ed europee, il responso è tutt’altro che dubbio.

Roger Ebert ha recensito il film solo ora, in concomitanza con l’uscita a Chicago del film, assegnandogli la valutazione massima.

Come spesso succede, Ebert mi sembra abbia colto in pieno le qualità del film di Malick e sia riuscito ad isolare la vera essenza autobiografica in quel flusso di ricordi, suggestioni, atmosfere ancestrali, che compongono The tree of life.

I don’t know when a film has connected more immediately with my own personal experience. In uncanny ways, the central events of “The Tree of Life” reflect a time and place I lived in, and the boys in it are me. If I set out to make an autobiographical film, and if I had Malick’s gift, it would look so much like this. His scenes portray a childhood in a town in the American midlands, where life flows in and out through open windows. There is a father who maintains discipline and a mother who exudes forgiveness, and long summer days of play and idleness and urgent unsaid questions about the meaning of things.

I wrote earlier about the many ways this film evoked my own memories of such time and place. About wide lawns. About a town that somehow, in memory, is always seen with a wide-angle lens. About houses that are never locked. About mothers looking out windows to check on their children. About the summer heat and ennui of church services, and the unpredictable theater of the dinner table, and the troubling sounds of an argument between parents, half-heard through an open window.

Il racconto di Malick passa dal quotidiano all’infinito spazio-tempo con una leggerezza invidiabile:

The film’s portrait of everyday life, inspired by Malick’s memories of his hometown of Waco, Texas, is bounded by two immensities, one of space and time, and the other of spirituality. “The Tree of Life” has awe-inspiring visuals suggesting the birth and expansion of the universe, the appearance of life on a microscopic level and the evolution of species. This process leads to the present moment, and to all of us. We were created in the Big Bang and over untold millions of years, molecules formed themselves into, well, you and me.
The film’s coda provides a vision of an afterlife, a desolate landscape on which quiet people solemnly recognize and greet one another, and all is understood in the fullness of time.

In apertura, Ebert ritorna sul confronto con 2001:odissea nello spazio:

Terrence Malick’s “The Tree of Life” is a film of vast ambition and deep humility, attempting no less than to encompass all of existence and view it through the prism of a few infinitesimal lives. The only other film I’ve seen with this boldness of vision is Kubrick’s “2001: A Space Odyssey,” and it lacked Malick’s fierce evocation of human feeling. There were once several directors who yearned to make no less than a masterpiece, but now there are only a few. Malick has stayed true to that hope ever since his first feature in 1973.

E’ un film che si apprezza di più la seconda volta: quando l’attesa di sapere cosa sia questo The tree of life non influenza più lo spettatore, allora si riesce a godere appieno la bellezza incontrastata delle immagini ed a cogliere nella piccola storia degli O’Brien, molto più di quanto non appaia ad una prima visione.

Il pudore, la grazia, l’efficacia con cui Malick ha rievocato una storia personalissima, eppure, come ci dice Ebert, comune a molti della sua generazione, ha del miracoloso.

Dopo l’anteprima di Cannes anche noi di Stanze di Cinema abbiamo avuto qualche dubbio. Rivisto in sala in Italia, ogni remora è svanita. Non perdetelo.

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