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Lourdes

“Ho cercato di creare distanza da quel che racconto, immaginando di essere un viaggiatore giapponese che guarda quello che succede: i diversi aspetti della guarigione miracolosa, le preghiere a Dio, la speranza che il miracolo sfiori qualcuno, quando invece i piani di Dio sono incomprensibili e ti accorgi di essere solo nell’universo.”

Jessica Hausner, 2009

Difficile capire perché, all’ultima Mostra di Venezia, un film come Lourdes sia stato completamente dimenticato dalla giuria ufficiale, proprio mentre conquistava quasi tutti i premi assegnati dai critici accreditati.

Magari non siamo di fronte ad un capolavoro. Lourdes non ne ha il passo, né forse l’ambizione, ma ha una qualità rara, che l’ha fatto apprezzare a cattolici e laici in egual misura: riesce a porsi dinnanzi al mistero della fede e della malattia con sguardo apparentemente distaccato, neutrale, diremmo  – all’inizio – quasi documentaristico.

Soprattutto nella prima ora seguiamo la protagonista, Christine, tetraplegica in carrozzina, ma anche gli altri malati, le volontarie e i volontari dell’Ordine di Malta, i preti, i medici…

I rituali del pellegrinaggio sono ripetuti ed illustrati con occhio imperturbabile e raggelato: la macchina da presa è quasi sempre ferma, una volta scelto un punto di vista nella scena la Hausner non ha bisogno di modificarlo, così come nella prima esemplare sequenza, dove vediamo – leggermente dall’alto – la sala da pranzo mentre viene apparecchiata e poi, senza soluzione di continuità, occupata dai pellegrini, dai parenti e dai volontari. Quindi assistiamo all’assolo di Cécile, la capo infermiera, devotissima e inflessibile, mentre intrattiene i nuovi arrivati con le informazioni necessarie e i consigli opportuni.

E’ lei a contrapporsi sin dall’inizio alla protagonista, in un continuo alternarsi di punti di vista: tanto devota e professionale è la prima, quanto miscredente e immobilizzata la seconda, tanto docile e smarrita Christine, quanto impeccabile e militante Cècile.

Il destino sarà beffardo, contrapponendo le sorti dell’una a quelle dell’altra.

La fila alla grotta, il bagno nelle piscine, la visione dei filmati con le testimonianze dei miracolati, i pranzi e le cene, le visite guidate e le attività di gruppo, sono tutte messe in scena dalla Hausner con impeccabile e impietosa sobrietà: solo qualche battuta, qualche occhiata, qualche parola di troppo sembrano incrinare un rituale che si trascina impassibile tutti i giorni da oltre un secolo e mezzo.

Era il 1858 quando Nostra Signora di Lourdes apparve alla giovane Bernadette, vicino alla grotta di Massabielle.

La devozione dei pellegrini è spesso lontana dalla fede e Lourdes, per Christine, sembra essere un modo per sottrarsi alla solitudine, per poter fare un viaggio, incontrare altre persone, evadere da una realtà domestica impassibile.

La gentilezza dei volontari però non sembra essere carità, ma solo il tentativo di sentirsi utili e ritrovare il senso della propria vita, nel dolore di persone malate il cui unico desiderio è costantemente frustrato.

E quanto alla speranza, la terza delle virtù teologali è certo ancora viva, ma spesso si colora di invidia per il timore che sarà il vicino di stanza o il compagno di viaggio ad essere guarito.

Il miracolo – vero, presunto, momentaneo – spezza in due il film e consente alla Hausner di recuperare un punto di vista morale, in un ritratto apparentemente oggettivo: l’evento imprevedibile della guarigione finisce per sgretolare il sottile equilibrio su cui il film aveva costruito la sua ipotesi documentarista.

Un miracolo però che assomiglia ad un paradosso, ad un’incrinatura nella logica, piuttosto che ad una manifestazione misteriosa della misericordia divina.

Ed è proprio nella seconda parte che l’umanissima Christine si trova a dover fare i conti con l’umanità che la circonda.

I preti parlano per slogan, senza essere capaci di ascoltare, i volontari nascondono segreti e cercano solo di sfuggire alla noia, magari flirtando tra di loro, i compagni di viaggio sono incapaci di comprendere il senso della guarigione: perchè a lei e non a me? Perchè ora? Se Dio è buono e potente, perchè allora esiste la malattia? Se l’è meritata davvero la guarigione? O sta solo fingendo?

Su tutto però, prevale l’antinomia irrisolvibile di un luogo di culto, trasformato in una sorta di fabbrica dei miracoli, dove tutto è regolamentato, comprato e venduto, dalle foto di gruppo, alle escursioni, dalle visite alla grotta alla festa finale ed ai negozi di souvenir.

E dove soprattutto non sembra più esserci spazio per la fede, se non nella umanissima disperazione di alcuni malati e dei loro familiari.

E’ un film di attese questo Lourdes, che sceglie i ritmi lenti e pacificati del rituale, fermandosi sempre un attimo prima del patetico, del didascalico, del superfluo e restituendoci il ritratto di un’umanità indaffarata a celebrare un luogo nel quale sembra mancare del tutto, paradossalmente, proprio la luce di Dio, il mistero autentico.

Siamo dalle parti di Bunuel o Kieslowski, di chi si interroga sulla presenza divina, senza trovarla.

La protagonista, Sylvie Testud, è bravissima e misurata, con il suo cappellino rosso e l’impermeabile bianco, mentre passa dall’illusione alla caduta, dallo smarrimento alla disperazione ed all’accettazione del proprio destino.

La CEI lo ha sostenuto ugualmente, i critici cattolici a Venezia gli hanno assegnato il premio SIGNIS ed è distribuito persino nelle sale parrocchiali: forse perchè in un mondo di celluloide ultra-secolarizzato è uno di quei film che affrontano il tema e non lo evadono. Che poi Lourdes si ponga, pur senza eccessi anticlericali, in una prospettiva chiaramente laica è tema che passa, a questo punto, in secondo piano e che finisce per appassionare solo intellettuali raffinati come Vittorio Messori.[1]

Durante la festa finale tutti i nodi vengono al pettine nell’unico momento di vera dissacrazione: solo una regista coraggiosa come la Hausner avrebbe potuto filmare il dubbio e la rinuncia della protagonista, contrapposti all’ingenua e vuota felicità cantata da Al Bano e Romina, creando una meravigliosa vertigine di senso e un finale tra i più enigmatici degli ultimi anni.

Un finale che non dà scampo, chiuso in un ambiente claustrofobico, nel quale il nero del palco male illuminato è reso ancora più tetro dai palloncini rossi dell’Ordine di Malta.

Sull’altare/palcoscenico si esibiscono coppie improbabili, mentre i malati si preparano a tornare alle loro infelici solitudini: la scena si blocca in un’inquadratura che finisce per paralizzarsi nella sua spietatezza… tutto è in quel lento gesto con cui Christine si riaccomoda in silenzio… e lì rimane inchiodata a osservare con desiderio frustrato la tristezza di un ballo dal quale è stata inesorabilmente esclusa. La speranza si risiede, lasciandosi alle spalle una scia agghiacciante di illusioni, voglia di riscatto e smania di iniziazione alla vita[2].

La protagonista ci guarda e sorride, ma è un sorriso amaro, disperato.

Lourdes ***1/2

 


[1] Vittorio Messori, Una Lourdes troppo buia per essere vera, Corriere della Sera, 12.2.2010

[2] Ivan Moliterni, Ballo da seduta, Duellanti n.59

 

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  1. […] difficile da trovare nelle sale, il film di Jessica Hausner, Lourdes, presentato a Venezia ed ingiustamente snobbato dai premi ufficiali, merita invece una riscoperta […]

  2. […] 3. Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino 4. Il nastro bianco di Michael Haneke 5. Lourdes di Jessica Hausner 6. Fantastic Mr.Fox di Wes Anderson 7. L’uomo che verrà di Giorgio Diritti […]

  3. […] Cvitešić in NA PUTU (On the Path) Sibel Kekilli in DIE FREMDE (When We Leave) Lesley Manville in ANOTHER YEAR Sylvie Testud in LOURDES Lotte Verbeek in NOTHING […]

  4. […] Haneke, Ulrich Seidl, Jessica Hausner, Gotz Spielman ci hanno regalato alcuni delle più terribili storie del cinema europeo […]

  5. […] Seydoux ha lavorato in Sister e Lourdes, oltre che in Midnight in Paris, Mission: Impossible Protocollo Fantasma e Bastardi senza […]



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