Cannes 2011. Il terzo giorno

 PIRATI DEI CARAIBI: OLTRE I CONFINI DEL MARE di R.Marshall *1/2

Fuori concorso

Unico kolossal americano presente sulla Croisette, il quarto episodio della saga di Jack Sparrow dovrebbe rappresentare un nuovo inizio, dopo la prima trilogia, che ha coinvolto Gore Verbinski in regia e Keira Knightley e Orlando Bloom sul ponte di comando della Perla Nera.

Del vecchio cast sono rimasti solo Johnny Depp e Geoffrey Rush, coinvolti in una nuova avventura successiva alle precedenti, alla ricerca della Fonte dell’Eterna Giovinezza.

Spagnoli, inglesi e pirati sono diretti alla fonte, chi per conquistarla, chi per distruggerla.

Jack è l’unico che sa esattamente dove si trovi, ma è rapito dal Pirata Barbanera, legato alla Fonte da una profezia di morte.

La bellissima figlia del pirata irretisce Jack e lo convince a far loro da guida.

Alle otto di mattina, in 3D e con il nuovo audio in Dolby 7.1, questo ennesimo Pirati dei Caraibi non riesce a divertire nessuno. Procede spedito per due ore e venti senza alcuna necessità narrativa, nonostante i due sceneggiatori storici Rossio e Eliott si affidino ad un romanzo preesistente di Tim Powers, adattandolo a Jack Sparrow.

La noia la fa da padrona, perchè il miracolo del primo episodio non si ripete: lì l’avventura classica nei mari del sud, si fondeva alle scaramucce della screwball, con due uomini in lotta per una sola donna ed a momenti di comicità slapstick, affidati per lo più a Johnny Depp ed alla sua ciurma di pirati straccioni.

L’antagonista Barbossa, interpretato da Geoffrey Rush, era il perfetto contraltare e creava la giusta tensione narrativa. Non solo, ma i personaggi erano nuovi, inconsueti e decisamente indovinati.

Purtroppo già i due seguiti stemperavano le buone sensazioni lasciate da La maledizione della prima luna, in un tripudio di effetti e pessima fotografia da green screen.

Qui gli unici elementi nuovi sono inutili sirene-vampiro, una Penelope Cruz imbolsita come in quasi tutti i film che recita in un inglese traballante, curiose navi in bottiglia ed un cambio di regista: nulla però riesce a dare la scossa, ad un film che sembra girato da un automa, programmato dalla produzione.

Jerry Bruckheimer afferma che ogni nuovo episodio sarà autoconclusivo d’ora in poi, ma consigliamo a Johnny Depp di fermarsi qui, a costo di diventare la parodia di una parodia: non del pirata Jack Sparrow, ma di se stesso.

PS. L’immaginario collettivo viene spesso colonizzato da elementi e motivi particolarmente indovinati che si imprimono indelebilmente nella memoria: così la mitica Fonte della Giovinezza sembra trovarsi esattamente sull’Isola di Lost… per i prossimi episodi state alla larga dalle Hawaii.

MICHAEL di M.Schleinzer **

Concorso

Il cinema austriaco ci ha abituati alla crudeltà: esibita nella messa in scena spoglia, senza abbellimenti e nei contenuti, capaci di cogliere spesso la ferocia e il dolore nascosto dietro la normalità borghese.

Michael Haneke, Ulrich Seidl, Jessica Hausner, Gotz Spielman ci hanno regalato alcuni delle più terribili storie del cinema europeo recente.

Schleinzer, gia’ direttore del casting per Haneke, con il suo primo film, subito accolto nel concorso principale del festival, si pone nel solco tracciato dagli altri, costruendo una parabola agghiacciante, che riecheggia i casi di Natasha Campus e Josef Fritzl: un impiegato modello, Michael, dal volto comune, tiene segregato nella propria villetta un bambino di circa 10 anni.

Lo ha rapito, chissà quando, ed ha costruito nello scantinato una prigione confortevole. Lo porta fuori, ogni tanto, la sera lo fa mangiare con lui e lo violenta con la stessa metodica sistematicità.

Schleinzer con una scelta coraggiosa e significativa, sposa il punto di vista del pedofilo. Ne segue le giornate al lavoro, i dialoghi con i colleghi, le settimane bianche sulla neve, le avventure sentimentali e la routine violenta, tutta domestica.

Schleinzer non risparmia nessuno: la famiglia di Michael, la chiesa pronta a concedere il perdono senza neppure conoscere, una collega di lavoro che non fa le domande giuste, una sorella ingenua e ignara.

Fino all’atroce finale, nel quale la tensione diventa insopportabile, mentre la madre di Michael e il cognato vagano per la casa vuota, sino a che non si imbattono in una porta che aprirà il baratro sull’orrore.

La proiezione stampa si è chiusa con fischi ed applausi in egual misura.

A me sembra che Schleinzer invece abbia colto nel segno, descrivendo la normalità insospettabile che nasconde l’abiezione più oscura.

Perchè, come tutto il cinema austriaco sembra continuamente ribadire, la violenza nasce proprio nella rispettabile comodità di una villetta borghese, così come nell’occhio di uno spettatore troppo passivo: Schleinzer ci costringe a guardare l’abisso, come se fossimo davanti ad uno specchio.

Un debutto da tenere d’occhio.

Anche se rimane un dubbio. Il piccolo protagonista era in sala, alla proiezione ufficiale: e’ giusto coinvolgere un ragazzino di 10 anni in un’opera di questo genere?

IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA di L. e J.P. Dardenne ***

Concorso

Dopo averlo rincorso per tutta la serata, finalmente alla proiezione in Salle Bazin delle 22, riusciamo a vedere il nuovo film dei fratelli Dardenne. Unici, assieme a Kusturica e Coppola, ad aver vinto la Palma due volte, con Rosetta e L’enfant, i due registi belgi confermano anche questa volta la loro straordinaria capacita’ di raccontare il mondo che ci circonda con occhio mimetico, immersivo e con lo stile del pedinamento, che ormai e’ diventato una cifra riconoscibile e imitata, non ultimo da Aronofsky nel suo The Wrestler.

Il ragazzo con la bicicletta e’ Cyril, 8-10 anni, abbandonato dal padre, e’ ospite di una comunita’ da cui cerca continuamente di evadere: non crede alle cose che gli dicono gli educatori e vuole recuperare la sua bicicletta, abbandonata nell’appartamento, che il padre ha gia’ lasciato da un mese. Cyril vuole sapere dove e’ finito: non gli bastano le risposte degli adulti, non riesce a capacitarsi di come possa essere stato abbandonato alla comunita’. In una delle sue fughe precipitose, si imbatte in una donna, Samantha, che gestisce un piccolo negozio di parrucchiere e che, dopo quel primo incontro traumatico, finisce per affezionarsi a lui. Ricompra la bici che il padre aveva ceduto ad un vicino, per raggranellare qualche soldo, lo aiuta a rintracciarlo in un ristorante fuori citta’ ed accetta di passare con Cyril i fine settimana.

Ma il protagonista e’ inquieto, ombroso, ostile anche: fa amicizia con un ragazzo piu’ grande, piccolo boss di quartiere, che gestisce lo spaccio e organizza furti su commissione. Neanche a dirlo, il fascino del proibito e la voglia di aiutare economicamente il padre lontano, spingeranno Cyril a compiere un gesto che lascera’ una scia di dolore e violenza dietro di sè.

E anche quando tutto sembra essere tornato alla normalita’, il passato torna a fare capolino della vita di Cyril: non c’e’ vero perdono, solo una conciliazione di facciata…

I Dardenne ci regalano un film meraviglioso, duro come un pugno in faccia e delicato come un abbraccio, a lungo cercato. Non hanno piu’ bisogno di stare perennemente con il fiato sul collo dei loro attori ed in questa piccola, grande rivoluzione, finisce per entrare una leggerezza inedita, liberatoria. E’ vero, il piccolo Thomas Doret interpreta Cyril con una rabbia inafferrabile, da cui fa capolino una tenerezza inaspettata: il suo sguargo basso, ostile, restituisce tutta la verita’ di un’infanzia abbandonata. Ma non c’e’ solo questo in Le gamin au velo.

In fondo da La promesse in poi, attraverso il volto di Jeremie Renier, attore simbolo del loro cinema, hanno costruito un lungo racconto sull’irriducibilita’ dei rapporti tra padri e figli, in cui sono i piu’ piccoli a dover scontare, nella solitudine, le colpe dei piu’ grandi.

Il mondo degli adulti se ne frega di Cyril, chiuso in un’aridità sconvolgente: il padre l’ha dimenticato e non e’ neppure capace di fargli una telefonata, nascondendosi dietro promesse che non manterra’. Il fidanzato di Samantha ragiona da bambino e si offende per una parola di troppo, abbandonando entrambi in mezzo alla strada. Il giornalaio e suo figlio si trasformano, in un attimo, da vittime in carnefici.

Non c’e’ perdono, non c’e’ comprensione in questo film limpido e magnificamente ispirato, se non negli occhi di Samantha, una Cecile de France formidabile, matura, perfettamente credibile, unica capace di guardare Cyril per quello che e’ davvero: un bambino costretto, troppo presto, a fare i conti con l’inadeguatezza e la codardia degli adulti.

Il film rimane sospeso, tra flebili speranze di possibile convivenza  e colpe ancora da espiare, occhio per occhio.

Allora non resta che seguire il piccolo Cyril ancora una volta sui pedali della sua bicicletta, testardo, orgoglioso, incapace persino di farsi aiutare. E sperare che possa trovare una strada meno tortuosa su cui correre.

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13 pensieri riguardo “Cannes 2011. Il terzo giorno”

  1. […] E’ stato un trionfo tutto danese: dopo aver strappato ben 8 nominations, Melancholia di Lars Von Trier si è imposto come miglior film dell’anno, ma non ha sbancato, lasciando il premio della migliore regia a Susanne Bier (In un mondo migliore), quello per i migliori attori a Tilda Swinton (We need to talk about Kevin) e Colin Firth (Il discorso del Re), ed il premio della migliore sceneggiatura ai fratelli dardenne per Il ragazzo con la bicicletta. […]

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