The Box

The Box **

Richard Kelly, impostosi a soli 26 anni con l’opera di culto Donnie Darko – presentata successivamente persino a Venezia nella sua Director’s Cut – è un visionario, un creatore di mondi e viaggi nel tempo.

Dopo il fallimento artistico e commerciale di Southland Tales – inedito in Italia – questo The box, tratto da un racconto di Richard Matheson, quello di Io sono leggenda, è un racconto morale, che parte da un incipit narrativo piuttosto felice.

Cosa fareste se si presentasse alla vostra porta un individuo distinto, ma col volto completamente sfigurato, di nome Arlington Steward, che, consegnandovi una piccola scatola con un pulsante rosso, vi dicesse che premendo quel pulsante nelle successive 24 ore, un uomo sconosciuto da qualche parte del pianeta sarebbe morto, ma voi avreste guadagnato un milione di dollari?

Questo accade ad Arthur e Norma Lewis, una giovane coppia di Richmond, Virginia: è il 1976, lui lavora alla NASA, ma la sua domanda per diventare astronauta è appena stata respinta, lei è un’insegnante di letteratura, a cui il preside comunica che le agevolazioni scolastiche, concesse ai docenti per i loro figli, sono appena state revocate.

Sono una tipica coppia middle class, con una bella casetta nei sobborghi, un figlio alle elementari e tanti sogni che non si stanno avverando.

Il bottone diventa allora un’occasione unica. Dopo una notte insonne, lei decide di premerlo, ma le conseguenze che questa sempice azione comporterà, vanno molto al di là della semplice opzione proposta dal signor Arlington Steward, quando ha consegnato loro la scatola.

Il racconto a questo punto si fa meno lineare, coinvolgendo CIA, NSA, viaggi su Marte, biblioteche misteriose, portali di acqua aperti verso l’inferno, No Exit di J.P. Sartre, fulmini incendiari ed una sorta di impiegati zombie, che sanguinano dal naso, tutti coinvolti in un esperimento sociale dalle conseguenze imprevedibili.

Dire di più sarebbe difficile, perche Kelly, così cme già nella sua opera prima, non dà troppe spiegazioni, lascia aperte molte interpretazioni e si concentra su un secondo dilemma morale che i Lewis saranno obbligati a risolvere, nel finale annunciato.

Il film è stato accolto in america con freddezza e con scarso successo, ma è invece indubbiamente interessante, pronto per una riscoperta cult e per le proiezioni di mezzanotte.

L’abilità di Kelly nel creare suspence da lunghe sequenza apparentemente ordinarie è notevole, la direzione degli attori è efficace e la fotografia di Steven Poster è notevole nel ricreare il look caldo degli anni ’70, pieno di marroni e di ocra.

Certo se trovasse uno sceneggiatore capace di mitigare gli aspetti più mistici, fantastici, religiosi che affollano le sue opere in modo sin troppo serioso, il suo talento hithcockiano potrebbe spiegarsi più realisticamente sulle trame di genere.

Perchè se è ammissibile accettare un po’ di confusione, una trama squilibrata e derive fantastiche in un opera prima ambiziosa e ricca di febbrile immaginazione, ora, al suo terzo film, lo stile di Richard Kelly dovrebbe esser più misurato, la disciplina ed il controllo artistico dovrebbero prevalere sull’approccio anarchico e intriso di logica da incubo, che caratterizza anche The Box.

Se l’obiettivo è David Lynch siamo comunque lontani…

In Italia dal 2 aprile 2010.

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