Cabinet of Curiosities: intrappolati nella camera delle meraviglie di Guillermo del Toro

Cabinet of Curiosities **1/2

Cabinet of Curiosities è una serie antologica horror ideata da Guillermo del Toro. Lo stesso cineasta messicano introduce gli episodi, per un totale di otto, ciascuno girato da un regista diverso. La produzione non si è risparmiata, coinvolgendo alcuni tra i massimi interpreti contemporanei del genere, nell’ordine Guillermo Navarro, Vincenzo Natali, David Prior, Ana Lily Amirpour, Keith Thomas, Catherine Hardwicke, Panos Cosmatos e Jennifer Kent. Del Toro, oltre a produrre, ha contribuito alla realizzazione dell’opera con la scrittura di Lot 36 e The Murmuring, rispettivamente l’episodio di apertura e quello di chiusura di questa “camera delle meraviglie” a lungo attesa (le prime indiscrezioni sulla serie Netflix risalgono al 2018).

Lot 36. È l’episodio più politico. Siamo nell’era di Bush figlio. Nick, un veterano delle ultime guerre americane, partecipa ad aste illegali per acquisire box di deposito abbandonati. Nick, indebitato fino al collo e braccato dagli usurai, ascolta alla radio trasmissioni ultrapatriottiche legate ad ambienti di estrema destra che esacerbano il suo astio verso il mondo. Quando Amelia, una migrante messicana, lo prega affinché possa recuperare alcuni ricordi di famiglia custoditi nel box appena vinto all’asta (lot si può tradurre con lotto, partita, ma anche con sorte, destino), lui cinicamente rifiuta. Nick contatta un intermediario, confidando di ricavare qualcosa dalla vendita di un misterioso tavolo. Roland, un compratore, gli rivela che quel tavolo, di fattura tedesca, è usato per sedute spiritiche. Nelle parole di Roland aleggiano memorie di nazismo esoterico. Dai cassetti spuntano tre libri utilizzati per evocare il demonio. Roland chiede a Nick di poter esplorare il deposito, perché un eventuale quarto libro della collezione, rarissimo, frutterebbe a entrambi una fortuna. Gli eventi, da qui in poi, a causa dell’impazienza di Nick, prendono una piega terribile. L’odio conduce a una nemesi inevitabile, brutale e cruenta. Fascismo e orrore, nell’immaginario di Gullermo del Toro, sono rami intrecciati del medesimo albero avvelenato.

Graveyard Rats. È un episodio basato su un racconto di Henry Kuttner, collaboratore con la moglie Catherine Moore (anch’essa scrittrice e sceneggiatrice) di Weird Tales, la rivista americana specializzata per eccellenza nel genere fantastico e nella fantascienza. Kuttner, amico di Howard P. Lovecraft, morì nel 1958 all’età di quarantadue anni. Anche qui debiti, usura, ingordigia umana. Masson, becchino presso il cimitero di Salem, ha individuato un’originale fonte di guadagno: rivendere ori e gioielli disotterrati dalle tombe. C’è solo un ostacolo. Enormi ratti, a centinaia, a migliaia, infestano il camposanto. Masson scopre presto a sue spese che i morsi dei topi, sebbene dolorosi, sono il problema minore. Un notabile del luogo muore. In bocca ha una fortuna, una dentatura d’oro. Masson, per allontanare gli strozzini, ha bisogno di quei canini e molari così preziosi. Quando scoperchia la tomba, il becchino scopre che i topi sono già al lavoro per trascinare il cadavere nelle profondità della terra. Masson li seguirà, in un terrificante, infernale viaggio tra non-morti e mostruosi ratti giganti, che non si concluderà con il riveder le stelle, bensì… contro la parete di una cassa da morto, in cui il povero Masson si troverà sigilllato in eternum. Non consigliato a soggetti claustrofobici.

The Autopsy. Uno dei migliori episodi, roba da far invidia all’agente Fox Mulder di X-Files. Lo sceriffo Nate Craven si rivolge all’anziano dottor Carl Winters. In nome della vecchia amicizia, dovrebbe eseguire le autopsie sui corpi di alcuni minatori morti a seguito di un’esplosione. Il racconto svela l’andamento delle indagini relative alla sparizione di uno di loro, Joe Allen, il cui corpo attende nella camera mortuaria il bisturi del dottore. Molti indizi lo fanno sembrare un caso senza senso apparente. Winters, malato di cancro, affida a un nastro la registrazione del suo lavoro da medico legale. È una notte affollata di piccoli dettagli. Ventilatori cigolanti, ragnatele nel buio e gocce d’acqua accompagnano Winters mentre apre, esamina e ricuce i cadaveri, non prima di aver chiesto scusa ad ognuno di loro. Qualcosa però non torna. I tessuti non presentano la minima goccia di sangue (un must dell’ufologia, il fenomeno delle cosiddette mutilazioni aliene). Arriva il turno di Allen, che però si rianima. Un parassita extraterrestre ne ha preso possesso. Siamo all’incrocio delle infinite variazioni cinematografiche sul tema. L’intelligenza aliena, ovviamente affamata di carne umana, bracca il malcapitato Winters. Il dottore cede alla forza soverchiante dell’invasore e tuttavia individua il punto debole dell’orrenda creatura. Sacrificandosi, riesce a bloccarne il ciclo di riproduzione. Raffinato e dalle ambizioni filosofiche, l’episodio deve molto alla prosa sofisticata di Michael Shea.

The Outside. Pura satira sociale dai toni grotteschi e surreali. Stacey è una modesta impiegata di banca. Goffa, impacciata, Stacey è una freak della provincia americana, una disadattata senza speranza. Il suo desiderio di essere accolta nella cerchia delle luccicanti colleghe, di rara antipatia, è continuamente frustrato. Anche il regalo preparato con cura in occasione della festa di Natale (un’anatra da lei stessa impallinata, eviscerata e impagliata alla perfezione…) non sortisce gli effetti sperati. In cambio, Stacey riceve una crema di bellezza Alo Glo, celebrata dalle colleghe per i suoi risultati miracolosi. La pelle di Stacey, a differenza di tutti e contrariamente alle aspettative, reagisce molto male. Un’eruzione cutanea le deturpa il volto. Suo marito, un poliziotto affezionato alle cene riscaldate al microonde, le consiglia di non usarla mai più. Stacey invece, esortata da televendite notturne che, quasi fossimo in Videodrome, si rivolgono direttamente a lei (“Perché essere l’anatra sfortunata, quando puoi unirti allo stormo?”), prosegue il trattamento. Il peggioramento, insiste Stacey, è solo l’anticamera del miglioramento, anzi, della trasformazione definitiva. E la metamorfosi, infine, complice una doppelgänger umanoide nascosta in cantina, avviene. Corridoi rosso sangue e uso improprio di accette rimandano a noti luoghi comuni della filmografia kubrickiana. L’ironia è corrosiva. Il culto dell’apparenza ha svuotato il mondo di ogni contenuto.

Pickman’s Model. Con il successivo episodio compone un dittico: entrambi sono basati infatti su racconti di Lovecraft. In questo, ambientato nel 1909, il protagonista è Will Thurber, uno studente d’arte di Arkham, città immaginaria del Massachusetts ben nota ai frequentatori dei Miti di Cthulhu. A lezione, Thurber fa la conoscenza di Richard Pickman, un aspirante pittore più grande di lui. Dipingi ciò che vedi. Il comando del professore dell’Accademia è accolto da Pickman in maniera alquanto originale. Pickman vede mostri e i mostri sono riprodotti sulla tela. Fantasmi, spettri, ombre popolano la fantasia (o la vita?) dell’inquietante Pickman. Una sera Thurber, incuriosito dai soggetti del collega, accoglie l’invito e si reca nella sua stanza. Quadri terrificanti lo attendono. Thurber, atterrito in particolare dal dipinto raffigurante il banchetto di una strega, forse un’antenata di Pickman, fugge via sconvolto. Troppo tardi. Il giovane artista è ormai invischiato in una trama di paura e di orrore, un incantesimo che lo perseguiterà anche negli anni a venire. Il suo destino terribile si compirà nel 1926, quando, accademico ormai affermato, si imbatterà nuovamente in Pickman. “I tuoi quadri corrompono la mente”. “È il mondo che è folle, Will”. L’ultima scena è un pugno nello stomaco.

Dreams in the Witch House. L’episodio meno convincente. Walter Gilman, otto anni, ha una sorella gemella, Epperley, gravemente malata. Sul letto di morte, Epperley chiede a Walter di proteggerla dagli spiriti che sono venuti a prenderla. Poco dopo, spira tra le braccia del fratello. La sua anima è trascinata via, davanti agli occhi di Walter. Il bambino cresce e, ossessionato dal ricordo di quell’evento sovrannaturale, si dedica interamente allo spiritismo, sacrificando tutto, compresa una carriera da pianista. Walter crede che esista una foresta dove i morti sono ancora trattenuti in una sorta di limbo, una terra di nessuno forse accessibile, a condizione di trovare il modo e la strada per entrarvi. Ebbene, il passepartout per le dimensioni parallele è un potente allucinogeno chiamato “oro liquido”… e il luogo di elezione per trapassare nel mondo di mezzo della foresta incantata è la casa di una strega giustiziata secoli prima, Keziah. Walter riesce a riportare indietro la sorella e, con lei, la potente Keziah, nonché il suo degno assistente, un disgustoso ratto dal volto umano. Un falso finale ci illude. La maledizione è invincibile. Nel nostro mondo, purtroppo, non c’è posto per entrambi i gemelli. Almeno uno è condannato a non vivere. Tra esorcismi, possessioni e richiami all’arte intesa come svelamento del reale, la storia scivola un po’ troppo verso il fantasy a buon mercato.

The Viewing. È ambientato nel 1979. Un romanziere di successo, un’astrofisica specializzata nella ricerca di vita extraterrestre, un sensitivo e un musicista in crisi di ispirazione sono gli ospiti di Lionel Lassiter, uno speculatore finanziario arrichitosi con il commercio illegale di uranio. Lassiter, a causa di non meglio specificati problemi di salute, è recluso nella sua villa postmoderna (un mix tra il brutalismo e lo stile precolombiano, come nota qualcuno). L’uomo manifesta una predilezione per le collezioni, a patto che siano uniche e irripetibili. Guy Landon, Charlotte Xie, Targ Reinhard e Randall Roth sono stati scelti. Sono loro i nuovi pezzi della collezione. Lassiter, assistito dalla dottoressa Zahra, sottopone i quattro a una serie di prove che consistono nell’assunzione di alcol e stupefacenti. Prove superate a pieni voti. Poi, arriva il test finale. Una stanza segreta nasconde una roccia nera, refrattaria a ogni esame scientifico. Un totem? Un obelisco? Un baccello di vita organica? Inopportunamente, Randall fuma erba anche lì dentro. E la Cosa, forse stimolata, si risveglia, rivelando la creatura al suo interno, un blob con le corna che ipnotizza la mente umana, un essere-melma simpatizzante con l’elettricità. E gli eventi precipitano. L’episodio, allucinato, naive, è nel complesso intrigante. L’entità fusa in un tutt’uno con Lassiter, diretta verso la città, è un probabile omaggio del regista Cosmatos ai kaijū, i mostri misteriosi del cinema giapponese.

The Murmuring. L’episodio, l’ultimo della collezione, è il più toccante. Una coppia di ornitologi, Nancy e Edgar Bradley, si reca in una zona remota per effetturare registrazioni del linguaggio degli uccelli, il mormorio. I due, marito e moglie, sono in fuga dal dolore. La piccola Ava è morta. Nancy, impietrita dalla perdita della figlia, non riesce a versare lacrime. Il lavoro procede bene e la villa in riva al lago sembra un rifugio sicuro. Non lo è. Mentre il marito dorme, l’insonne Nancy avverte bisbigli, sibili, voci. I segni si accumulano. All’alba i piovanelli si posano sulle travi del tetto in rovina, attirati da qualcosa. Una frase compiuta si imprime nel nastro: ho tanto freddo. Poi, una notte, un’ombra si addensa. È un bambino. I suoi vestiti sono gocciolanti. Compare un secondo spettro, una donna evidentemente folle. Intanto, il rapporto tra Nancy e Edgar peggiora. Lei gli parla delle sue allucinazioni, lui le ricorda che una scienziata non dovrebbe credere ai fantasmi. Inoltre, le rinfaccia di non voler parlare mai di ciò che li ha condotti laggiù. La morte di Ava è un tabù. La conoscenza dei fatti avvenuti nella casa, un infanticidio (le simmetrie psicanalitiche sono facilmente afferrabili), libera Nancy dal male. La verità è nella luce, dove il buio svanisce ed il gelo molla la presa.

Gli episodi di Cabinet of Curiosities risultano disomogenei per registri, atmosfere, resa e originalità. Nel cast, complessivamente di ottimo livello, una menzione speciale va alle performance di Kate Micucci per The Outside e di Peter Weller per The Viewing. Una “collezione di meraviglie” non deve comunque mai tendere alla ripetizione. Il valore estetico sta nel gusto della composizione, nella ricercatezza dei pezzi da esporre, nella singolarità delle proposte. La serie non è il miglior prodotto firmato da Guillermo del Toro, tuttavia nei lavori si percepisce l’impronta dei singoli autori coinvolti. Cabinet of Curiosities è un’idra a più teste, un gioco imperfetto, un’opera sfrangiata, gotica nei contenuti e barocca nella forma. L’unità è da ricercare nelle parole dedicate da D.H. Lawrence a Edgar Allan Poe: l’animo umano deve subire la sua stessa disgregazione, consapevolmente, se mai debba sopravvivere. La paura, in taluni momenti, è una porta da valicare. In sintesi, un dovere necessario.

Titolo originale: Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities
Numero di episodi: 8
Durata: 40-60 minuti l’uno
Distribuzione: Netflix
Uscita: 25-28 ottobre 2022
Genere: Horror, Anthology

Consigliato a chi: ha incorniciato la foto del cane, si è tatuato un avvertimento sul petto.

Sconsigliato a chi: sottovaluta le macchie di umidità sul soffitto, non sbircia mai nel forno.

Visioni e letture parallele:

  • Un film di Ana Lily Amirpour, la regista del quarto episodio, vincitore del Premio speciale della Giuria al Festival di Venezia nel 2016: The Bad Batch, disponibile su Netflix.

  • Un’autrice di culto del gotico americano, molto amata da Stephen King: Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello, Adelphi, 2020.

  • L’estetica del manga fusa con la nera fantasia del genio: Howard P. Lovecraft nell’adattamento di Gou Tanabe, Il colore venuto dallo spazio, Edizioni BD, 2016.

Un mantra: “Lunga è la via e ardua che dall’inferno porta alla luce” (Masson in Graveyard Rats).

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