Concrete Cowboy

Concrete Cowboy **1/2

Prodotto da Lee Daniels e ispirato al romanzo Ghetto Cowboy di Greg Neri, il film che arriva su Netflix questa settimana è l’esordio alla regia di Ricky Staub e racconta una storia urbana con elementi di evidente originalità.

E’ ambientato infatti nella comunità dei cowboys di colore che continuano a sopravvivere a Philadelphia, nonostante la politica di chiusura progressiva di tutte le stalle e i maneggi.

Il protagonista è il giovane adolescente Cole, che sul punto di essere espulso dalla North Detroit High School, viene accompagnato dalla madre sola a Philadelphia, dove vive il padre Harp, che gestisce un piccolo maneggio urbano, assieme all’amica Nessie.

I due si conoscono appena, Harp ha un passato difficile, è stato in carcere, ma ora si è ricostruito una vita e pretende, che Cole eviti le cattive amicizie che la vita di strada gli propone.

L’inizio è difficile, il miraggio dei soldi facili dello spaccio, che l’amico Smush gli propone, sino una tentazione difficile a cui resistere. Ma Cole pian piano si avvicina al mondo dei cavalli e al microcosmo in cui il padre e i suoi collaboratori sono immersi: cowboys metropolitani, che fanno tardi la notte attorno al fuoco, bevendo birra, cavalcando e insegnando di giorno.

Anche il rapporto tra Harp e il figlio, un passo alla volta, si fa più complice, anche grazie alla mediazione di un cavallo selvaggio Boo, che solo Cole riesce a domare.

Il film di Staub, che integra nel cast dei veri cowboys di Fletcher Street a Philadelphia, comincia con note piuttosto risapute sulle difficoltà del protagonista nero, cresciuto da una madre sola, in un contesto urbano complicato come quello di Detroit.

Altrettanto risaputa la sua caduta nelle lusinghe di un Lucignolo moderno, con il miraggio di una città dei Balocchi.

I riferimenti alla fiaba non sono solo esercizio di stile, ma colgono un elemento che Concrete Cowboy sfrutta con una certa competenza. Il film è evidentemente una fiaba moderna, con i cavalli, gli scontri, i duelli, le fughe, i sacrifici. Le stesse scenografie richiamano antri, gallerie, spazi di verde che si insinuano nel contesto urbano degradato della periferia.

Sono piccole note che lasciano intuire uno sguardo originale sulla realtà, capace di non adagiarsi su un risaputo realismo minimalista e su un registro melò, che abbiamo visto decine di volte sullo schermo.

Non si tratta per nulla di un western urbano, come riportato da diversi giornali, con una certa pigrizia: della maestosità del western, dei suoi temi, del mito della frontiera, della solitudine del cowboy, del duello tra giusti e criminali, non c’è alcuna traccia. Resta invece centrale l’idea della seconda possibilità, talmente legata all’identità americana, da non poterla però considerare propria di un solo genere.

Quest’opera prima di Ricky Staub pur per molti versi tradizionale, sfrutta con affetto e competenza l’idea iniziale della comunità chiusa, che combatte per la propria sopravvivenza, e ci regala un ritratto fuori dal tempo e dalle mode.

L’inglese Idris Elba non è scelta molto felice, se non per la sua fisicità imponente, per il ruolo di Harp. Mentre Caleb McLaughlin esce finalmente dagli anni ’80 di Stranger Things, con un primo ruolo cinematografico da protagonista, in cui non sfigura.

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