I May Destroy You: apri gli occhi, guardati attorno

I May Destroy You ***1/2

La prima sequenza di I May Destroy You ci proietta ad Ostia. Nella serie britannica non vediamo mai l’eterna Roma con i suoi monumenti, vediamo invece la sua appendice periferica, l’estensione di palazzine sulla litoranea tirrenica, gli stabilimenti, le spiagge, un campetto di basket, anonimi bar, come se ne trovano ovunque nell’Italia spersonalizzata dalla furia devastatrice del cemento. Cosa ci fa Arabella Essiedu, scrittrice londinese di origini ghanesi (origine, torneremo in seguito sui malintesi connessi all’uso di questo termine) proprio ad Ostia? Arabella è in cerca di ispirazione. Il suo romanzo d’esordio pubblicato online in formato .pdf, Chronicles of a Fed-Up Millennial, Cronache di una millennial esasperata, l’ha resa una star emergente di Twitter. Poi, il grande salto: il contratto con una casa editrice, l’anticipo del venticinque per cento per la seconda opera. La creatività di Arabella però sta attraversando una fase di blocco. Il manoscritto è fermo al palo. Arabella, che intanto è stata raggiunta in Italia dalla sua migliore amica Terry Pratchard, incontra Biagio e, lentamente, forse senza nemmeno accorgersene, se ne innamora. Biagio è un pusher e ha venduto alle due ragazze ecstasy e cocaina.

Molto si è scritto su I May Destroy You, una coproduzione BBC One – HBO frutto dell’estro dell’imprevedibile attrice trentatreenne Michaela Coel. Al centro della serie c’è lo stupro subito da Arabella nei bagni di un bar di Londra, un’esperienza terribile vissuta dalla stessa autrice. “Ci ho messo due anni e mezzo a scriverlo e in tutto questo tempo non ho fatto altro”, ha dichiarato Michaela Coel in un’intervista. Michaela in quel periodo si stava occupando della stesura della seconda stagione dell’apprezzata commedia televisiva Chewing Gum. Una sera, per distrarsi, Michaela andò a bere un drink con un suo conoscente. Il mattino seguente si risvegliò intontita e, almeno all’inizio, incapace di ricordare l’accaduto. La verità dei fatti emerse gradualmente nella sua memoria, mattone dopo mattone, sotto forma di improvvisi, dolorosissimi flashback. L’uomo aveva versato una droga nel suo drink per abusare poi del suo corpo, della sua fiducia di donna e amica (secondo la BBC, tra il 2015 e il 2019 in Inghilterra e Galles le denunce connesse al cosiddetto ‘drink spiking’ sono state 2650). Il personaggio di Arabella, incarnato dalla stessa Michaela con istrionica consapevolezza dei propri mezzi espressivi, rappresenta la sua catarsi.

Torniamo quindi alla ragazza reduce dalla vacanza romana tutta-alcolici-e-sballo, con il bel Biagio (interpretato da Marouane Zotti, ventiduenne attore nato a Venezia da genitori arabi) piantato nella testa. Siamo a Londra. La pagina è immacolata e i suoi agenti, bianchi, giovani e carini, mettono Arabella alle strette. In una notte dovrà terminare il lavoro pattuito. Kwame, istruttore di aerobica e suo grande confidente (interpreto da Paapa Essiedu, giovane attore con una solida preparazione teatrale alle spalle), raggiunge il loft dell’agenzia letteraria, dove Arabella si è murata nel tentativo di recuperare la concentrazione perduta, senza esserle però di conforto. Kwame è grindr-dipendente. Per chi non lo sapesse, Grindr è l’app equivalente di Tinder per le avventure gay. Al primo trillo di smartphone, Kwame si dilegua. Intanto, in un bell’appartamento arredato da qualche architetto di grido, una coppia è alla ricerca di emozioni per strapparsi alla noia. Simon e Kat stanno pianificando una serata trasgressiva, ammesso che si possa parlare di trasgressione in un’epoca in cui tutto è a tiro di clic. La rete delle relazioni notturne tessuta da Simon attrae involontariamente Arabella. Lo sciccoso Ego Death Bar segna il suo ingresso nel girone dell’incubo.

‘Immediatezza’ è la parola d’ordine del XXI secolo, se non il suo sfondo ideologico. I May Destroy You è una disarmante disamina antropologica dell’homo tecnologicus. A differenza della futurologia moralista di Black Mirror e della verosimile distopia di Years And Years, la serie di Michaela Coel insiste, con compiaciuto realismo, sulle distorsioni di un presente imbastardito dall’invadenza dell’interconnessione permanente. Sono rare le sequenze in cui un personaggio non si mostri in attesa di un messaggio o di una videochiamata. I May Destroy You insiste in particolare sul mood esistenziale ‘tecnologia-sesso-droga’. Ed è quindi il corpo a risultare investito di domande e responsabilità. Il corpo esposto, ferito, sfregiato da troppa leggerezza. Il corpo gettato via in effimere relazioni umane e riconquistato al termine di un duro percorso di maturazione personale e, in senso lato, politica. Essere donna, essere giovane, essere nera, e non essere ciò che gli altri, gli uomini, gli adulti, si aspettano che tu sia: una preda sessuale. La serie svolge le argomentazioni del movimento #MeToo senza diventarne un manifesto.

Il racconto è sospeso tra ilarità e amarezza, due componenti bilanciate da Michaela, icona della Gen Y, con consumata maestria e una buona dose di irriverenza. Così, nei dodici brevi episodi, vediamo Arabella riprendere il filo con se stessa. A chi appartiene il volto dell’uomo bianco che entra di prepotenza nei suoi ricordi? Cosa le sta facendo? Dove si trovava in quell’istante dai contorni sfocati? Chi l’ha accompagnata a casa? Perché ha prelevato soldi ad un bancomat in un quartiere di Londra lontano dalla zona dell’Ego Death Bar? Poco alla volta i frammenti si incastrano in una narrazione degli eventi sconvolgente.

In I May Destroy You tutti sembrano sperimentare una condizione di perdita del controllo. Terry, interpretata dall’attrice anglo-nigeriana Weruche Opia, in Italia è trascinata in un porno-gioco a tre da un paio di bellimbusti (nella serie la gioventù nostrana non fa una bella figura), un’esperienza che lei rielabora, per ingenuità o per necessità, tanto da trasformarla in una medaglia al valore. Kwame subisce attenzioni in una modalità “indesiderata” da un partner occasionale e da quel momento fa propria la logica dell’inganno. Arabella tenta di allacciare una relazione con Zain, uno scrittore formatosi a Cambridge, e per la seconda volta è vittima dell’egoismo maschile. La serie ci introduce, meglio di una dotta prolusione neofemminista, alla nuova era della sessualità. Una riforma segnata, espressione teologale, da un taglio “casuistico”. In altri termini: quali comportamenti sono ammessi in un rapporto? Che tipo di accortezze e misure dobbiamo pretendere e ricambiare? Cosa è lecito e cosa non lo è?

In I May Destroy You si respira ironia (molto britannica) ma poca gioia di vivere. E si ride amaramente di destini eterodiretti da complicati meccanismi di profilazione. Gli algoritmi hanno sostituito il caso. Nel mondo, una sessualità da ammansire, da porre sotto contratto, ha soppiantato l’ambigua vaghezza, il chiaroscuro della sensualità. Il mistero cede il passo alla paura.

Ognuno sospetta il difetto di empatia nell’altro e difende lo spazio vitale che crede appartenergli, emblematico, a tal proposito, l’episodio del ritorno a Ostia di Arabella. Biagio è solo “uno stronzo italiano”, come dice Terry, oppure un uomo che, al pari di tutti, ha deciso di tracciare dei limiti invalicabili attorno a sé?

D’altronde, la stessa Arabella si accorge di poter essere, inavvertitamente, una minaccia per la sicurezza altrui. I May Destroy You pone una domanda: se i diritti si evolvono, è possibile dire la stessa cosa delle istituzioni? La risposta è negativa. La polizia sa classificare le nuove, subdole forme di violenza della sfera privata, sfodera strabilianti tecniche investigative (Arabella ribattezza le due agenti donne che raccolgono la sua denuncia con l’epiteto di ”rapebusters”, acchiappa-stupratori), ma non riesce a perseguire i reati. Palesemente imbranato è il poliziotto che prova a capire la logica di Grindr mentre Kwame illustra, con comprensibile disagio, i dettagli della sua disavventura.

La mia nascita è la tua nascita, la tua morte è la mia morte”, ribadiscono vicendevolmente Arabella e Terry davanti a ogni difficoltà. Nascita e morte, i due punti cardinali: in mezzo, è un disorientamento crescente. Ci si può raccontare che altri stanno peggio di noi, “c’è una guerra in Siria, ci sono tanti bambini affamati, non tutti hanno uno smartphone” ma la consolazione, nel regno occidentale dell’abbondanza e della diseguaglianza, è frutto del senso di colpa, che morde al petto gli infelici. Singoli, fluidi, individualisti: Michaela Coel rappresenta una generazione che, oltre ai riferimenti politici e all’impegno sociale, ha smarrito lo spirito di gruppo dell’adolescenza. È un bene o un male? Nel 2004, durante gli anni della scuola, Arabella e Terry sbugiardano la macchinazione della compagna di classe (bianca), che per vendicarsi delle attenzioni morbose di un coetaneo (nero) si inventa, con tanto di indizi artefatti, uno stupro “classico”, quando in realtà è stata “soltanto” filmata durante l’atto. Non è forse lo stesso tipo di ipocrita, malsana violenza che, un quindicennio dopo, sarà stigmatizzata dalle donne riunite nei movimenti di piazza? I personaggi di I May Destroy You sono equivoci e imperfetti. In certi momenti, la showrunner sembra farsi prendere la mano dall’ansia di infilare nei dodici episodi mode e trend di facile impatto, dal ruolo di Facebook e Twitter nell’espressione di sé all’enigmatico potere disintossicante della sigaretta elettronica, permettendosi anche un salutare sberleffo dell’ambientalismo militante in salsa social, incapace di rendersi conto che dietro l’astrattezza modaiola di Instagram si nasconde il demone del profitto.

Di cosa parliamo quando parliamo di origini? In un passaggio chiave, che nella resa in italiano un po’ svapora, Zain chiede ad Arabella, appunto, quali siano le sue “origini”. “Ghaneane”, risponde lei. Lui però non è interessato alla nazionalità dei suoi genitori bensì al suo primo approccio alla scrittura. La serie può essere letta come una critica delle impurità e distorsioni di matrice razzista, classista e omofoba presenti nel linguaggio. Un secondo esempio: perché una media borghese bianca omette con dichiarato snobismo la ‘g’ di “ne(g)ro” e un secondo dopo pronuncia la parola “frocio” senza alcuna accortezza? Incidentalmente, Kwame, che la sta ascoltando dal bordo del letto, è sia “ne(g)ro” che “frocio”. In sintesi, I May Destroy You ci interroga sul significato, oggi, del concetto di inganno, un problema sviscerato nelle sue molteplici forme. Non a caso, l’estetica di Arabella si fa notare per parrucche, cambi di look e travestimenti. I May Destroy You può emozionare e disgustare. E anche se la trap ci fa comprensibilmente schifo, è impossibile non ammettere che Michaela Coel abbia azzeccato la colonna sonora del nostro tempo accelerato.

Allo spettatore vengono serviti tre finali alternativi. L’ultimo è geniale. Ciò che resta immutato è il cielo notturno di Londra, invisibile, disteso sopra una giungla di locali illuminati, ma non riscaldati, da freddissimi neon. Eyes, eyes, eyes, eyes! Attenta ragazza, apri gli occhi, guardati attorno.

Titolo originale: I May Destroy You

Numero degli episodi: 12
Durata media ad episodio: 30 minuti l’uno
Distribuzione: BBC One – HBO
Uscita: 7 Giugno 2020
Genere: Drama, Comedy

Consigliato a chi: sogna di puntare il dito sul nemico davanti a un vasto pubblico, non ha paura di chiedere un abbraccio.

Sconsigliato a chi: non mette mai ordine sotto al letto, ha il terrore di restare chiuso a chiave in una stanza.

Letture e ascolti paralleli:

  • Letteratura estrema, o semplicemente vera letteratura: Ilaria Palomba, Disturbi di luminosità, Gaffi Editore, 2018;

  • Nel decimo episodio 

    ascoltiamo The Universe Wakes Up, ultima traccia dell’album Trust in the Lifeforce of the Deep Mystery del prodigioso trio londinese The Comet Is Coming. Con il suo gemello The Afterlife, nella top ten delle uscite musicali del 2019.

Un’immagine: la camera di Arabella tappezzata di fogli di appunti, road map di una creatività ritrovata.

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