Hanna: una vendetta fredda come la neve

Hanna **

Prendi una donna, trattala come si può trattare una recluta, tienila nascosta in una grotta tra le foreste innevate della Polonia dalla nascita fino all’adolescenza, e addestrala ad uccidere. Avrai ottenuto Hanna, piccola Nikita impossibile da avvicinare, pena ricevere formidabili lezioni di arti marziali, se tutto va bene. Hanna è una serie Amazon Prime in otto episodi, estensione di un film del 2011 girato da Joe Wright, lo stesso regista di Orgoglio e Pregiudizio, Espiazione e L’ora più buia, nonché di Nosedive, dalla terza stagione di Black Mirror. Qui, nella versione seriale di Hanna, Joe Wright non c’è, e la sua assenza si avverte, nonostante la conferma del fido David Farr alla sceneggiatura. La scarsa vena della mano registica è uno dei limiti più evidenti di un prodotto riuscito a metà. E non c’è dubbio che i Chemical Brothers, maestri indiscussi dell’elettronica, garantissero, alla pellicola di otto anni fa, un supporto sonoro galvanizzante, ora evaporato.

Qui, la giovane Hanna è interpretata dall’esordiente Esme Creed-Miles, figlia dell’attrice irlandese Samantha Morton, cui somiglia fisicamente, a volte, in maniera spudorata. Considerati i presupposti, non si può che augurarle lo stesso mirabile avvio di carriera toccato a Saoirse Ronan, l’Hanna del grande schermo, presto esplosa, in tutto il suo talento, nelle ottime caratterizzazioni di Lady Bird nell’omonimo film e di Maria Stuarda in Maria Regina di Scozia. Esme, da par suo, è bravissima e regge le sei ore complessive di produzione con la maturità della veterana. Ecco una prima differenza: Saoirse si inseriva, con il suo volto un po’ da regina dei ghiacci, un po’ da Signora degli Anelli, in un clima da favola condito da surreale ironia. Il film Hanna era, in effetti, una rivisitazione consapevole della classica architettura fiabesca, con gli elementi archetipici di circostanza, il bosco, i malvagi, il padre protettivo, l’ombra della strega cattiva… Con la perdita di quest’aura, a favore di uno script adrenalinico, algido, meccanico, anche la protagonista subisce una mutazione, di matrice prettamente psicologica. La nuova Hanna, bruna e angosciata, interiorizza un dolore, sfaccettato, misterioso e lo restituisce allo spettatore in un blocco massiccio di ribellione giovanile, un vestito di rabbia disegnatole addosso con una certa approssimazione.

Hanna, guerriera e ragazza inesperta del mondo, è un’anima divisa in due, insieme fragile e implacabile. Un incontro casuale, con un taglialegna suo coetaneo, le spalanca le porte della vita che scorre oltre i margini incantati della foresta. Dall’iniziale approccio semitragico al primo quasi-bacio, il passo è breve, complice una golosa barretta di Snickers. Nel film, dove il taglialegna manca, Hanna si fa catturare volontariamente, attivando un rilevatore di posizione. Nella serie il suo scoprirsi segue altre logiche e, di conseguenza, altre vie di svelamento, un cammino che si incanala nella tipica coming-of-age story, un percorso di formazione emotivo e sentimentale che, purtroppo, ammicca senza pudore ad un pubblico ben connotato in termini anagrafici. Nel contesto, così variato rispetto all’originale, si rafforza il ruolo dell’amica del cuore, la londinese Sophie (Rhianne Barreto), intercettata per caso nell’entroterra marocchino, a seguito dell’evasione della nostra eroina da una base ipersegreta, scavata tra le rocce del deserto. Hanna ha appena compiuto un massacro di soldati, s’intende per legittima difesa. Sophie invece è in vacanza laggiù con la sua famiglia, una coppia di genitori classica, da copione: progressista, interetnica, scombinata e sul punto di sfasciarsi. Le intemperanze, non solo ormonali, della ragazzina sono amplificate dal caos familiare.

La fuga dalla malvagità e la ricerca della normalità sono segmenti narrativi accavallati che faticano a fondersi in un discorso omogeneo. Non è mai chiaro se agli sceneggiatori interessi di più la linea zigzagata, a cavallo di nazioni e continenti, tracciata dai rocamboleschi inseguimenti, oppure il marchio doloroso dell’identità, la fioritura interiore che diviene segno di una difficile verità. Già, ma per quale motivo Erik Heller ha tenuto sua figlia in quelle condizioni estreme, sperduti, loro due, in una wilderness impenetrabile? A quale scopo allevare una ragazzina selvaggia, educarla alla battaglia, farne una provetta tiratrice, una cacciatrice di cervi, un’esperta in tecniche di combattimento all’arma bianca? Perché Erik le ha insegnato l’arabo e il tedesco, la geografia e la storia dell’Europa su vecchi libri di scuola? Nella serie, Heller ha le fattezze di Joel Kinnaman (Altered Carbon, House of Cards e The Killing, tra gli altri), mentre nel film aveva il volto di Eric Bana, già Hulk, nonché Capitan Nero in Star Trek di J.J.Abrams. I tormenti dell’ex agente della CIA, un aspetto approfondito nella serie, affondano le radici nella melma di brutti ricordi e in nostalgie invincibili. Erik era un reclutatore di giovani donne infelici. Hanna, non rovineremo la sorpresa a nessuno, è una delle tante bambine strappate dalle braccia di madri indigenti, e gettate nel girone infernale degli esperimenti genetici. Erik non è il suo vero padre, piuttosto è il suo carnefice, e salvatore. Ora quindicenne, Hanna è l’unica sopravvissuta a una strage di innocenti.

Mirelle Einos, già partner di Joel Kinnaman in The Killing, sostituisce Cate Blanchett nel ruolo di Marissa Wiegler, vicedirettore delle reti europee della CIA. Nel film l’attrice australiana incarnava una forza negativa incapace di aspirare alla benché minima redenzione, un predatore spietato che non esitava a sacrificare controfigure per avvicinarsi alla preda. Mirelle tende a colorare il suo personaggio di complessità, una donna che acquisisce spessore nel tentativo, frustrato. di costituire una famiglia, e che, scoperto il voltafaccia dell’organizzazione, si accosta a una conversione tardiva. Scompaiono gli scagnozzi nazistoidi di Marissa/Blanchett, squallidi e scimmieschi, calati alla perfezione nell’ambientazione post-punk berlinese pennellata da Joe Wright, scenografia qui edulcorata in un non-luogo anonimo, freddo, di maniera. Le belve umane sottoproletarie sono rimpiazzate, nell’azione di repressione dell’anomalia genetica Hanna, da una rete di agenti segreti, radunati sotto l’egida del programma Utrax, materia che pare uscita dalla mente di allucinati complottisti. Il personaggio di Marissa potrebbe aspirare a un maggior peso specifico nell’economia della serie, ma il suo rovello nevrotico è appena accennato e il senso di colpa si ferma sulla soglia, anche a causa di una prestazione frenata, timida, di un’attrice poco ispirata.

Il rapporto tra Erik e Hanna è altresì mutato. L’affiatamento padre-figlia, nel film, preludeva alla realizzazione di una missione di vendetta pianificata nei dettagli e soprattutto concordata. pregustata. Hanna/Saoirse era una freccia puntata al cuore del nemico, una pallottola certissima di colpire il bersaglio non appena fuoriuscita dalla canna della pistola. Nella serie, l’intesa è sfilacciata, complicata, aperta al dubbio. La ragazza prodigio rivela suo malgrado il ventaglio di capacità superumane, sfoderate per districarsi nei momenti clou, per esempio quando è braccata dalle orde dell’Intelligence deviata. Hanna/Esme, involontaria macchina da guerra, atleta capace di piroette e carambole affini al parkour, vive la tragedia di non poter essere chi vorrebbe essere. Erik/Joel, dal canto suo, uomo non in grado di sentirsi pienamente padre, patisce per contrappasso la gravità dei suoi atti giovanili. Nella serie gli viene cucito sulla pelle un curriculum da soldato in guerre sporche, Kosovo e Afghanistan, e gli si offre la possibilità di non essere isolato nel suo ravvedimento. Attorno a lui, si coagula una cellula di resistenti e reduci, affogati nell’alcool o nel risentimento, decisa a proteggere la ragazzina e a contrastare i piani della rediviva Utrax. Non è così scontato, infatti, che Hanna sia proprio l’ultima della sua specie…

Hanna dimostra che trarre una serie da un film non è né semplice né automatico. Probabilmente, l’errore principale sta nella proliferazione di figure secondarie, oltretutto non riuscite, con conseguente perdita della centralità di Hanna. Nella pellicola per il grande schermo, Joe Wright aveva azzeccato alcune sequenze intelligenti e dal forte impatto visivo. Potente la scena dell’interrogatorio e ben girata, con gusto postmoderno, la strage di soldati perpetrata dalla fuggiasca Hanna, significativa la scelta di collocare l’inizio dell’avventura in un’area geografica “esotica”, il Marocco interno, e brillante, per il sottile humour, l’idea di rappresentare, proprio in questo contesto connotato da arretratezza tecnologica, il primo approccio, traumatico, della ragazza al mondo “evoluto” (il neon, il bollitore, la televisione, il telecomando). Per non parlare dell’insistenza, quasi didascalica, sul simbolo favolistico della capanna. Parallelismi e citazioni che, nella serie, sono meno evidenti. Tranne l’episodio dell’incendio, ambientato nella sala dove si svolge una conferenza sulla ‘Diffusione dell’ansia del mondo’ e rare situazioni di contorno, l’ironia, presente nel film, è carente. Le asperità estetiche sono attutite anche dalla predominanza dei colori, freddi, omologanti, una patina monotona, intervallata dai frammenti di narrazione alternativa, quando Hanna prova a indossare i panni della teenager. Inserti fastidiosi, se non addirittura posticci, che non modificano la qualità del racconto. Ne risulta una trama allo stesso tempo levigata e sconnessa, zoppicante e monocorde.

“Se io le dessi un terzo occhio, e quell’occhio potesse vedere in ultravioletto, questo influirebbe su tutto quello che fa. Se le dessi un terzo orecchio che le permettesse di sentire i suoni ad altissima frequenza, come un pipistrello o un serpente, farebbe parte dei suoi sensi, e lo userebbe a suo vantaggio. Chi vede anche di notte è avvantaggiato rispetto a chi non vede”. La dichiarazione di Geoff Ling, esperto di terapia intensiva neurologica in servizio presso l’Ufficio di Scienze della Difesa (si veda l’articolo Un’armata di robot sul numero 1302 di Internazionale), è l’evidenza delle reali pretese, attuali, del DARPA – Defense Advanced Research Projects Agency – , ovvero costruire un supersoldato. Sarebbe stato bello veder collidere, in Hanna, il nichilismo della scienza e il desiderio di vita di una ragazza, anziché assistere a una sequela di paturnie adolescenziali e a un festival di rimorsi messo in scena da adulti pentiti: accelerare sulla distopia, anziché rallentare sui fatti. Attendiamo la seconda stagione. Intanto, prendiamo nota di un numero, 249. Perchè Hanna non è né unica, né sola.

CONSIGLIATA A CHI: ai tempi della scuola imparava le lezioni a memoria, ha un orecchio talmente raffinato da sentire le voci a distanza, non ha difficoltà ad arrampicarsi sugli alberi;

SCONSIGLIATA A CHI: detesta le vacanze con il furgone, ha il risultato di un test del DNA nascosto nel cassetto, non sa cosa sia snapchat e ne va orgoglioso.

PERCORSI DI VISIONI PARALLELE:

  • Un celebre e controverso film, girato in ambienti naturali estremi, sul disagio della civiltà: Into the Wild di Sean Penn (2008);

  • La miniserie Wormwood (2017) diretta da Errol Morris e distribuita da Netflix, sugli esperimenti segreti della CIA nell’ambito del programma MKUltra.

TITOLO ORIGINALE: Hanna
NUMERO DI EPISODI: 8
DURATA DEGLI EPISODI: tra i 45 e i 50 minuti circa l’uno
DISTRIBUZIONE originale: Amazon Video
DATA DI USCITA: 3 Febbraio 2019

UNA FRASE: “Cosa c’è di peggio della morte? Uccidere è peggio” (Marissa alla sua psicologa).

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