U-July 22. Recensione in anteprima!

U-July 22 **1/2

Nel weekend sarà disponibile su Netflix il film di Paul Greengrass 22 luglio, dedicato alla strage di Utoya del 2011, in cui persero la vita 69 ragazzi che partecipavano sulla piccola isoletta vicina ad Oslo, ad un summer camp della Workers Youth League del Partito Laburista, trucidati dalla furia omicida di un singolo uomo, Anders Breivik, un neonazista che intendeva in questo modo, lanciare un monito al governo del suo paese, sui pericoli delle politiche di accoglienza e d’immigrazione.

Il film di Greengrass pur mostrando il duplice attentato, prima col la bomba esplosa nel quartiere governativo della capitale e poi con l’assalto all’isola di Utoya, era più interessato a raccontare quello che è accaduto dopo la strage, ai ragazzi sopravvissuti e nel processo che un anno dopo gli eventi ha visto Breivik sul banco degli imputati, di fronte alla nazione intera. L’analisi di Greengrass abbracciava i lavori della commissione governativa, creata per indagare sugli errori che avevano consentito a Breivik di agire indisturbato, progettando ed eseguendo in solitaria uno degli attentati più scioccanti e sanguinari della recente storia europea.

22 luglio non è però l’unico film che ha raccontato la strage di Utoya quest’anno.

Al Festival di Berlino Erik Poppe, un regista norvegese aveva mostrato in concorso il suo U-July 22, che partendo dai racconti e dalle esperienze dei ragazzi di Utoya, metteva in scena, con unità di tempo, di luogo e d’azione, la strage, secondo il punto di vista di una delle ragazze presenti sull’isola, l’immaginaria Kaja.

Il film di Poppe di apre con le immagini delle telecamere di sicurezza che hanno documentato l’esplosione nel distretto governativo della mattina del 22 luglio. Subito dopo si apre con lo sguardo in macchina di Kaja, una degli oltre trecento ragazzi radunati nell’isoletta a due ore da Oslo, dove il Partito Laburista organizzava un summer camp, a cui lo stesso primo ministro aveva partecipato da ragazzo.

In un unico lungo estenuante piano sequenza, Poppe racconta i pochi momenti di serenità di quella mattina,  le tende montate nel parco, le discussioni tra i giovani, le prime frammentarie notizie in arrivo dalla capitale e quindi gli spari improvvisi, la fuga disperata, la ricerca di un posto sicuro in cui nascondersi, i feriti, gli sgomenti, la ricerca impossibile di amici, sorelle, fratelli.

Breivik non si vede mai nel film di Poppe, se non in un paio di immagini in campo lungo: la sua macchina da presa segue Kaja, le sta a fianco, la precede, nel suo tentativo di contattare la sorella Emilia, di telefonare alla madre a casa, in un isola in cui c’era pochissimo campo telefonico.

Il terrore è tutto nel rumore sordo dei colpi sparati, nelle urla di chi è stato colpito, nella confusione di non sapere davvero cosa sta succedendo, quale forza omicida ha deciso annientare quei ragazzi. Ad un certo punto uno dei ragazzi in fuga raggiunge il gruppetto di Kaja e racconta che è la polizia ad averli presi di mira. Ma è davvero così?

Poppe ha deciso di condensare in un solo personaggio di finzione, le storie di alcuni dei ragazzi di Utoya. Invece di raccontarne una specifica ha lasciato che fosse la finzione narrativa a frapporsi tra spettatore e realtà.

Ha tuttavia scelto di raccontare l’assalto da un unico punto di vista, quello di Kaja, lasciando che la sua macchina da presa fosse un testimone silenzioso e partecipe di quei 72 minuti di terrore – tanto è durato l’attacco di Breivik – cercando così una mimesi assoluta tra schermo e platea e catapultando lo spettatore nel fango, nelle foglie e nell’acqua di Utoya, accanto alla sua protagonista.

E’ sintomatico come la violenza e il pericolo finiscano per mettere in crisi improvvisamente qualsiasi legame e qualsiasi solidarietà primaria, se non quella familiare. Ciascuno è solo nel bosco e sulla spiaggia di Utoya. Tutti scappano, corrono, cercando un nascondiglio, senza curarsi di quello che accade agli altri, attorno a loro. Kaja sembra diversa: cerca la sorella, parla con la madre, assiste una ragazza ferita, fino al suo ultimo respiro, dà indicazioni ad un bambino che ha perso il fratello più grande.

Ma sembra quasi un’eccezione, di fronte all’emergere di un desiderio di sopravvivenza, così singolare da non ammettere condivisioni.

Eppure non tutto funziona davvero nel film di Poppe: questo scarto tra finzione cinematografica, con tutta la sua esibita esemplarità, e preteso realismo nella messa in scena non convincono sino in fondo, c’è qualcosa di stonato, anche se il risultato finale appare potente, angoscioso, affannato.

Se Greengrass vuole raccontare i motivi politici e criminali della strage ed il processo con cui un intero paese ha cercato una risposta ad un massacro apparentemente inspiegabile e ad una violenza così radicale, Poppe sembra più interessato a mostrane gli effetti immediati.

Curioso che i due film siano usciti nel medesimo anno: U-july 22 sembra avere l’urgenza dell’istant-movie, mentre 22 luglio ha la pretesa di parlare all’Europa spazzata dal vento del fascismo xenofobo e populista.

Entrambi finiscono così per completarsi, raccontando in modo diverso lo stesso evento, nessuno dei due, tuttavia, con la forza necessaria.

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