Telepati, androidi, pianeti estinti: Philip K. Dick’s Electric Dreams

La resa stilistica dei racconti e dei romanzi di Philip K. Dick sul grande schermo ha sempre rappresentato un banco di prova severo per registi e sceneggiatori. Se Blade Runner di Ridley Scott del 1982 è presto entrato nell’empireo del cinema di tutti i tempi, sfondando le porte del mito, altre pellicole come Atto di forza (Total Recall) di Paul Verhoeven del 1990 e Minority Report di Steven Spielberg del 2002, pur avendo raggranellato decine di premi, tra cui vari Oscar, anche a seguito di buoni riscontri della critica, hanno il demerito di aver fatto evaporare una certa aura visionaria del plot originale.

Nel primo caso, a vantaggio di una evidente presa commerciale piegata ai cliché del cinema americano iperadrenalico e fumettistico di fine anni’80, mentre, nel caso di Spielberg, in virtù della scelta, tipica di molta sua filmografia, di edulcorare e smussare le intuizioni più taglienti di Philip Dick relative alle mutazioni della società contemporanea.

C’era quindi molta attesa, sia tra i cultori dell’opera dello scrittore americano, sia tra i binge-watchers della fantascienza e del fantasy, per Philip K. Dick’s Electric Dreams (abbreviato da qui in poi in PKDED), la nuova serie prodotta dal canale inglese Channel 4, in onda dal 17 settembre e, dicono i rumors, presto distribuita anche in Italia, per un totale di dieci episodi. Alle redini del progetto troviamo due nomi da far tremare i polsi:  lo sviluppatore della serie Ronald D.Moore, un mostro sacro con tre cicli di Star Trek e Battlestar Galactica nel carniere, e Bryan Cranston, qui produttore, ma soprattutto notissimo attore: è il Walter White di Breaking Bad, per intenderci…

A tutto questo si aggiungono le musiche scritte dall’islandese Ólafur Arnalds, uno dei più apprezzati compositori di musica elettronica in circolazione, e dal cileno-canadese Cristobal Tapia de Veer, già ascoltato nella colonna sonora della serie Utopia. Senza dimenticare un parterre di attori di assoluto valore. La domanda è quindi inevitabile: PKDED regge il confronto con i racconti e con le atmosfere di partenza? Un altro elemento di analisi, altrettanto intrigante, sta nel match tra PKDED e un altro prodotto di Channel 4, Black Mirror, giunto alla sua quarta stagione.

Qualunque giudizio è provvisorio e rivedibile, in quanto PKDED è appena cominciato. Chi scrive ha avuto modo di vedere, per il momento, i primi due episodi fin qui trasmessi. Posta la premessa, il confronto con il “gemello” lascia al sottoscritto pochi dubbi: la radicalità di Black Mirror sbaraglia il campo e fa sprofondare lo spettatore in abissi di inquietudine ben più profondi di quanto riesca a fare PKDED.

La serie di Charlie Brooker sembra molto più “in palla” nel narrare l’esplosione dei dilemmi morali del nostro tempo e nell’illustrare, quasi programmaticamente, puntata dopo puntata, le questioni ineludibili che un avanzamento tecnologico incontrollato pone alla civiltà (post)umana. Mi sbilancio: PKDED è pensata come una serie di fantascienza tout court, poco calata nel dibattito del presente e, almeno come prima valutazione, la serie pare incapace di sollevare con la dovuta forza i quesiti sulla natura umana che a Dick stavano a cuore.

Gli autori sembrano imprigionati in una logica narrativa logora. PKDED, in altre parole, non riesce a graffiare (a differenza di Black Mirror) perché non osa estrapolare dall’essenza delle riflessioni dickiane quella potenza profetica ormai deflagrata e quindi in atto nella nostra affannata epoca tecnocentrica e scientista. Siamo afferrati dall’oscura bellezza distopica della rappresentazione scenica, ma restiamo, fin troppo comodamente, al di qua di un confine, che pure Dick ci aveva insegnato a varcare.

Il primo episodio, The Hood Maker (Il fabbricante di cappucci, 1955), è un concentrato di forza e di debolezza. Richard Madden, una delle star di Game of Thrones, presta fisico e volto all’Agente Ross, mentre Holliday Grainger, che in The Borgias intepretava nientemeno che Lucrezia, è Honor, l’affascinante Tele con cui Ross, fatalmente, instaura una relazione. [Avviso: spoiler]. Gli attori sono bravissimi e la costruzione dell’ambientazione è perfetta. La storia si svolge in una dimensione temporale parallela alla nostra, o, se si preferisce, in un mondo altro. Secondo i dettami del pensiero distopico, assistiamo a una versione alterata dell’epoca che viviamo, poiché qualcosa di unico è avvenuto in un tempo X, segnando una biforcazione. La società di The Hood Maker è pretecnologica.

Un evento ha mutato lo stato delle cose e l’ha trasformata, lanciandola verso una imprevedibile condizione di singolarità. Il fatto saliente, lo si legge verso la fine del racconto, anche se sullo schermo non vi è traccia, è un’esplosione nucleare avvenuta nel 2004 (!) in Madagascar. Le radiazioni hanno attivato, in alcuni esseri umani, delle speciali facoltà psichiche, ovvero la possibilità di leggere nella mente e di scandagliare le intenzioni altrui. Occorre fissare l’attenzione su alcune divergenze.

Nel racconto, dove appare il termine Tele al posto di TP, il telepate non ha le graziose fattezze di Holliday Grainger, ma è un giovane uomo mutante dalle tendenze sovversive di nome Ernest Abbud (nel testo non si fa cenno alla caratteristica macchia bladerunneriana sul volto); il dottor Cutter, il fabbricante, ha un ruolo più centrale ed è determinante nel risolvere il finale, sfavorevole per i TP; Walter Franklyn, Direttore della Commissione Risorse Federali, ha marcati connotati di resistente ed eroe di fronte alla subdola strategia di penetrazione dei TP nei gangli del potere politico. Nell’episodio non si fa riferimento al senatore Waldo, fantomatico proponente, nella fantasia dickiana, di una legge anti-immunità e quinta colonna dei telepati.

«Nessuno ha il diritto di nascondersi… Prima che ci fossero i telepati, le sonde della lealtà venivano scelte a caso. Giuramenti, esami, intercettazioni non erano sufficienti. La teoria che ogni persona dovesse dimostrare la sua lealtà era buona, ma solo in teoria. In pratica pochi potevano farlo. Sembrava quasi che si dovesse abbandonare il concetto di colpevolezza fino a quando non era provato il contrario, tanto per tornare al vecchio diritto romano».

Perché operare un maquillage, è lecito domandarsi, quando le speculazioni di Dick si attagliano con una previdenza quasi precognitiva (è il caso di dirlo!) all’attuale dibattito sulla privacy, alla rinnovata querelle libertà versus sicurezza, alle questioni sollevate dall’uso di strumentazione biometrica per profilare soggetti sospetti, per non parlare dell’irruzione dei big data nel dibattito pubblico e nelle nostre scelte politiche? La risposta, credo, sta nella volontà dei creatori della serie di privilegiare la dimensione privata, meno scottante e divisiva. L’agente Ross, da bambino, ha imparato a modellare la propria sfera interiore osservando i pesci: l’immagine di sé e del padre, in piedi sulla riva di un lago con la canna in mano, è lo scudo che lo protegge dall’invadenza pervasiva dei Tele.

Ma quando, a fine puntata, Honor gli chiede il permesso di scandagliare il suo animo alla ricerca della verità sull’amore, accade il patatrac. D’altronde, insinua Ross, esiste una coincidenza perfetta tra ciò che diciamo, spesso per convenienza o necessità, e ciò pensiamo? Su questo dubbio stimolante, mentre fuori scoppia la guerriglia urbana e Ross rischia di morire in un incendio, finisce The Hood Maker. Visivamente bello ma poco coraggioso. Un Dick mutilato. Eccesso di politically correct?

Le impressioni si rafforzano con la visione della seconda puntata, The Impossible Planet (Il pianeta impossibile, 1953). Qui entrano in gioco nodi filosofici e morali come la persistenza della memoria, l’identità personale, la fiducia reciproca, l’importanza della pietà. In un futuro imprecisato, Irma Louise Gordon, una donna sorda, con tre secoli e mezzo di età sulle spalle, si reca presso un’agenzia di viaggi per prenotare un’escursione sulla Terra, accompagnata da un servitore androide.

L’umanità vive in angoli sperduti tra le costellazioni, ma la Terra, il luogo di origine della razza, non c’è più. Solo l’anziana, impersonata da una meravigliosa Geraldine Chaplin, non lo sa, o meglio, finge di non saperlo. Vuole coltivare un’illusione, e portarla al compimento estremo. Brian Norton (Jack Raynor, ammirato in What Richard Did di Lenny Abrahamson) ed Ed Andrews (il versatile Benedict Wong, nel cast di The Martian di Ridley Scott), proprietari dell’agenzia, all’inizio vacillano, ma poi, allettati da una ricca ricompensa, accettano.

Nel racconto Dick assegna ad Andrews il ruolo di capitano di nave spaziale, quindi l’elemento commerciale è assente. Nell’episodio, Norton ed Andrews non esitano a colorare artificialmente pianeti e comete per enfatizzare panorami che altrimenti sarebbero spenti, ultimi diversivi per un’umanità apatica e infelice. Come nel primo episodio, spunta un personaggio nuovo, Barbara, la fidanzata di Norton. È lui, con Irma, il vero fulcro della narrazione. Al centro, i suoi dissidi con Barbara, sempre più seri mano a mano che il suo rapporto con l’anziana donna si intensifica. Sono parenti? La somiglianza con il nonno di Irma è reale o solo un’ulteriore illusione necessaria alla finalizzazione del viaggio?

L’astronave punta su Emphor, un pianeta con caratteristiche formali simili alla Terra, però dall’atmosfera velenosa e letale. È qui che si gioca la simulazione. L’androide si dimostra più umano del capitano Andrews (un classico: negli uomini la pietà è inaridita, nelle macchine è sentimento nascente). Norton matura la convinzione che, per un uomo, è meglio morire felice, inseguendo un sogno edenico, anziché perseverare nella menzogna autoinflitta di paradisi sintetici.

Non si può non rilevare la modificazione del tema del “ritorno a casa”: nel testo solo la signora Gordon decide di immolarsi su Emphor/Terra. Nella puntata i suoi ricordi di famiglia vengono dilatati più del dovuto, alla ricerca di un effetto romantico da “ridatemi l’età dell’innocenza” un po’ troppo esplicito. Lo schema “giovane in crisi incontra illuminante figura anziana”, non una grande novità, si rivela una forzatura, giustamente assente nelle intenzioni letterarie di Dick.

In una misteriosa “rondella”, raccolta da Andrews, lo scrittore racchiude tutta l’ironia beffarda sul senso della vita che gli è propria. Ma nell’episodio non c’è. Un peccato, poi, che gli autori non abbiano calcato la mano sul discorso politico-ecologico, presente in filigrana nel plot originario: per Dick la Terra si è estinta a causa dell’insostenibile sfruttamento economico dopo aver conosciuto conflitti interplanetari (l’ossessione per la guerra atomica!), uscendone devastata.

Philip K. Dick’s Electric Dreams è una buona serie, costruita con (tanto) equilibrio, forte di presenze attoriali di ottimo livello. Si lascia guardare piacevolmente e non lascia indifferenti le nostre coscienze. Purtroppo manca il graffio della satira sociale e il rovello filosofico è solo accennato. Chissà se l’androide di The Impossible Planet sogna ancora pecore elettriche…

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