Life – Non oltrepassare il limite

Life – Non oltrepassare il limite **

Terzo film americano per il regista svedese di origine cilena Daniel Espinosa. Snabba Cash – Easy Money aveva lanciato lui e Joel Kinnaman verso gli Stati Uniti.

I thriller Safe House e Child 44 erano tuttavia prodotti di routine, il primo interamente al servizio dell’allure divistico di Ryan Reynolds e Denzel Washington, il secondo persino peggiore, nell’adattare il best seller di Tom Rob Smith.

Ma l’ambizione di Espinosa l’ha portato sul complesso set di Life, il suo film più impegnativo, sia pure contenuto nei limiti che una volta si sarebbero detti del B-movie.

Scritto dal duo di Deadpool, Rhett Reese e Paul Wernick, Life è il figlio discolo e insubordinato di Alien e Gravity, con qualche traccia di DNA anche de La cosa di Carpenter.

Sulla stazione spaziale orbitante vicino alla Terra stanno attendendo l’arrivo di una sonda da Marte.

Il team di scienziati, piloti e biologi, lavora sui campioni ricevuti, cercando di mantenere integre le barriere che possano evitare contaminazioni reciproche tra quello che arriva da Marte e quello che invece deve ritornare sulla Terra.

Si riesce ad isolare un cellula particolarmente importante, perchè sembra avere in sè qualità neurologiche, muscolari e visive.

Quest’ultima però cresce in maniera esponenziale e ben presto la curiosità e l’emozione per la scoperta, che dalla Terra viene nominata Kelvin, cede il passo alla preoccupazione, quando il prof. Hugh Derry si accorge del suo atteggiamento ostile e della sua forza.

Il primo a farne le spese è proprio lui, ma subito dopo, Kelvin attacca il pilota Roy Adams e il capitano della stazione, Katerina Golovkina.

Comincia così una corsa contro il tempo, per cercare di fermare l’alieno ed evitare che raggiunga la Terra.

Il film di Espinosa, pur mutuando in gran parte il set spaziale e le dinamiche di Gravity – assurto a punto di riferimento ineludibile di chiunque si avventuri nell’ignoto spazio profondo,  a cominciare dalla fluidità dei piani sequenza all’interno della stazione orbitante – non ha tuttavia alcuna velleità autoriale e resta invece nei confini un po’ stretti e risaputi dell’horror spaziale, che ibrida l’eleganza formale del film di Cuaron, con i conflitti narrativi tipici di altri classici come Alien e La Cosa.

Come spesso succede la crew della stazione è vittima tanto della propria stupidità, della propria leggerezza e delle proprie scelte scellerate, almeno quanto dell’aggressività dell’alieno.

Kelvin, che si alimenta di aria, acqua, calore e luce e cresce esponenzialmente cambiando forma, ha una sua letale eleganza tentacolare e Spinosa dimostra di aver imparato a dovere la lezione dei suoi modelli, costruendo uno spettacolo che mantiene una tensione costante per i suoi 100 minuti, provocando un poco confortevole senso di minaccia.

Nonostante le svolte narrative siano in gran parte attese e risapute, Life si giova di un cast di primissimo livello, con Reynolds, Gyllenhaal, la Ferguson e Sanada, che restituiscono pathos e credibilità ai loro personaggi, già visti mille volte.

Tuttavia Espinosa non si adagia nella parabola confortevole del ritorno a casa, ribaltando con ferocia di genere, l’assunto umanista e un po’ consolatorio dei suoi predecessori.

Peccato che Life rimanga, nonostante tutto, solo un discreto prodotto di genere, certamente riuscito e gradevole, a cui mancano tuttavia ambizioni e la capacità di osare, per evitare di essere solo un buon prodotto derivativo, capace di riciclare l’immaginario creato da altri, come i B-movie un tempo si incaricavano di fare.

 

 

 

 

 

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