Il tempo resterà, il doc su Pino Daniele tornerà in sala a grande richiesta, ma la crisi del box office resta grave…

Grande successo di pubblico per il documentario di Giorgio Verdelli, Il tempo resterà, dedicato alla musica di Pino Daniele.

In questi tre giorni di programmazione, lunedì, martedì e mercoledì, il film ha incassato oltre 600.000 euro in 270 sale, conquistando 55.000 spettatori.

Praticamente un trionfo, in una stagione quanto mai infelice per il cinema italiano.

Un risultato eccezionale anche per Nexo Digital che lo distribuisce, tra i protagonisti di questi eventi speciali infrasettimanali, che cercano di rianimare lo spento box office nazionale.

Il film si appresta quindi a tornare presto in sala, a grande richiesta.

Segno che il pubblico, quando comprende la natura originale e significativa della proposta, è disposto a muoversi e a ritornare a cinema, anche in giornate difficili.

In queste settimane, prima Paolo Mereghetti sul Corriere della sera, quindi Giorgio Viaro su Best Movie, hanno provato a buttare un sasso nello stagno del sistema industriale italiano, accusando produttori, distributori ed esercenti di proporre al pubblico la stessa commedia anodina, con ben poche varianti, finendo per intasare le sale con una proposta sempre meno attraente.

Certo in Italia, l’investimento produttivo in un film non segue la regola aurea hollywoodiana, secondo cui per rientrare dei costi, gli incassi in sala devono quasi triplicare le spese.

Nei costi di produzione dichiarati sono compresi spesso anche il production fee e le spese di P&A.

E poi bisogna considerare anche il tax credit, il product placement, le film commission, gli investimenti delle banche, la quota versata dai distributori, il contributo pubblico, gli introiti homevideo e soprattutto quelli delle tv generaliste e pay, la possibilità di vendere il film all’estero: sono tutte voci che contribuiscono a sostenere il peso di produzione e marketing di un film.

I biglietti staccati hanno un loro valore, ma non decisivo.

I casi citati nell’articolo di Viaro restano comunque inquietanti.

L’idea di produrre commedie, che neanche arrivano a Lugano, con budget superiori a quelli di un premio Oscar come Moonlight o di un qualsiasi film della Blumhouse, con l’obiettivo di pareggiare i costi e guadagnarci qualcosa, non grazie agli ingressi in sala, ma a tutti questi fattori ulteriori, appare una grave stortura del nostro sistema industriale.

Magari questo non danneggia troppo i produttori, che in questo sistema se la cavano.

Ma non sarei così tanto convinto degli effetti funesti di questa pratica su distribuzione ed esercizio.

Fosse cinema d’autore, potremmo anche comprendere la natura dell’investimento. Ma per un prodotto per sua natura commerciale, non sembrano esserci motivi validi.

Occorre cambiare strategia? O, in fondo, a tutti sta bene così?

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