Points of View: Silence

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Il silenzio di Dio di fronte alle sofferenze umane, il silenzio divino a molti interrogativi che l’uomo si pone cercando un segno, una risposta che gli consenta di agire, di capire e superare le avversità. Silence, il nuovo film di Martin Scorsese, è un viaggio di fede interiore e missionario per la diffusione della religione cristiana nel Giappone buddhista del 1600 dove il regime nipponico sradica le radici cristiane attraverso torture, ricatti e violenza.

Per chi conosce Scorsese, si sa quanto il regista sia profondamente cattolico e come molti dei suoi film raccontino il rapporto tra la fede religiosa e la criminalità organizzata o semplicemente la parabola di vita di un antieroe o la sua evoluzione mentale e spirituale emarginato dalla società o in conflitto con essa. Già nel 1988, ispirandosi ad un libro, Scorsese aveva realizzato L’ultima tentazione di Cristo che aveva attirato numerose polemiche per la diversa versione della vita Cristo che raccontava, ma aveva anche ottenuto una nomination agli Oscar come Miglior Regista. Temi di fede, interiori e spirituali sono sempre emersi dai suoi lavori e Silence ben si pone su questa scia.

Il film è la storia di due giovani missionari, padre Sebastian Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Francisco Garupe (Adam Driver), due gesuiti che nel 1640 partono alla volta del Giappone per cercare il loro insegnante e mentore Padre Ferreira (Liam Neeson). I due si trovano a sostenere e a professare la loro fede presso poveri villaggi che venerano Dio di nascosto contro il regime giapponese buddhista. Se scoperti, i cristiani vengono arrestati e torturati, costretti all’apostasia, a rinnegare la loro fede, o, in caso contrario, condannati ad una morte lenta e duratura.

Padre Rodrigues e Padre Garupe sono costretti a fare i conti con violenza, ricatti e forzature psicologiche per convertirsi al buddhismo in un percorso spirituale che li mette a dura prova e durante il quale Dio e Gesù sembrano restare in silenzio.

Anche in questo caso, la fonte d’ispirazione è un romanzo, Silence di Shusaku Endo, pubblicato in Giappone nel 1966 e divenuto subito un bestseller. Aiutato nell’adattamento della sceneggiatura da Jay Coks, Scorsese ha richiamato al suo fianco la squadra vincente di The Wolf of Wall Street: il direttore della fotografia Rodrigo Prieto, la montatrice Thelma Schoonmaker, il produttore esecutivo delle musiche Robbie Roberston e il direttore del casting Ellen Lewis. A questi si aggiunge lo scenografo Dante Ferretti, più volte collaboratore di Scorsese e premio Oscar per due film dello stesso regista (The Aviator e Hugo Cabret).

Il lavoro di questa squadra è impeccabile: l’ambientazione che connota il Giappone tra una vegetazione verde e floreggiante e la pioggia e il fango di una terra paludosa e povera, dove niente può crescere, è vivida e tangibile così come il tocco registico di Scorsese è raffinato ed elegante tra panoramiche dall’alto e primi piani sul protagonista, le cui sembianze si avvicinano sempre più a Gesù Cristo, per cercare di rendere al meglio le sue sofferenze e suoi tormenti interiori.

Andrew Garfield compie un grande salto da Spider Man a Padre Rodrigues. Non stupirebbe se per questa sua interpretazione ricevesse una nomination ai prossimi Oscar. Il suo personaggio può rappresentare qualunque cristiano che in un rapporto ossessivo con la fede e in condizioni di difficoltà prega, soffre e si fa domande.

Argomento di grande importanza attuale quello del confronto/scontro tra due religione e due modi di pensare, in un periodo in cui le rivendicazioni di attacchi terroristici compiuti in nome di Allah sono all’ordine del giorno, va riconosciuto a Scorsese l’aver confezionato un film tecnicamente perfetto che, basandosi più sulla meditazione che sull’azione, fornisce diversi spunti su cui riflettere.

Il rapporto tra uomo e Dio sembra essere messo totalmente in discussione: si deve seguire la religione cristiana ad ogni costo rispettandone i principi e i precetti biblici o si può scendere a compromessi e rinnegarla per salvare la vita propria e degli altri pur restando cristiano nel profondo ma nascondendosi? In questo secondo caso ogni cristiano sembrerebbe un Giuda e il rapporto con Dio risulterebbe più soggettivo e personale piuttosto che dogmatico ed universale in rispetto del Vangelo e della Bibbia.

Dal punto di vista contenutistico il film può lasciare interdetti sulla morale e il messaggio di fede che si vuole comunicare o evincere dalle vicende.

Per il suo carattere riflessivo e contemplativo, inoltre, un nota in sfavore al film sono le due ore e quaranta minuti difficili da affrontare e sostenere nella loro inesorabile lentezza. I tempi troppo dilatati sembrano non scorrere mai e rischiano di annoiare. Il coinvolgimento emotivo, inoltre, emerge per lo più nell’indignazione delle torture che i giapponesi infliggono ai cristiani e nelle scene di violenza ma non mostra picchi di empatia con i tormenti interiori del protagonista. Nonostante ci si renda conto delle importanti tematiche affrontate, se non si provano emozioni, si rischia la noia e il prevalere della razionalità che porta, sì, a riflettere ma su una storia che emotivamente può risultare fredda, piatta e distante.

Il fatto di essere tecnicamente (regia, fotografia, costumi e scenografia) un’ottima pellicola potrebbe guadagnare a Silence diverse candidature agli Oscar ma permane il rischio di risultare emotivamente fredda, lenta e spenta nel suo lungo “silenzio”.

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