Silence

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Silence **1/2

I film Martin Scorsese, nato nel Queens e cresciuto in Elizabeth Street, tra gangster di strada, immigrati e preti cattolici, hanno spesso raccontato con stile personalissimo ed espressionista il calvario e la passione di personaggi costretti a fare i conti con il proprio destino, con i condizionamenti di un ambiente ostile, con una realtà vissuta sempre da outsiders.

Il milieu criminale, il mondo della politica e dello sport, la New York mitizzata di Kander&Ebb, quella di Broadway e degli artisti di Soho, la notte senza sonno di boxer, infermieri, tassisti, giocatori di biliardo, persino il bel mondo aristocratico di inizio novecento, così come la Las Vegas degli anni ’70, il Tibet del Dalai Lama e la Palestina:  il suo cinema si è sempre nutrito di un paesaggio urbano e naturale, capace di restituire i contrasti più violenti, la religiosità e il moralismo, l’allucinazione febbrile e il conflitto.

A tenere insieme un caleidoscopio di tentazioni, suggestioni, sensi di colpa e debolezze c’era in fondo una fede incrollabile nel cinema, nelle sue potenzialità espressive, nella sua capacità di rappresentazione e di racconto.

Più volte, nel corso del suo lungo viaggio nel cinema americano, Scorsese si è confrontato con il mistero della fede, con la trascendenza, persino con l’immagine stessa della Passione e del martirio, sia direttamente, sia in forme più metaforiche.

Silence sembrava allora l’approdo inevitabile e atteso di una riflessione, che ha attraversato i suoi film sin dagli esordi e si è fatta sempre più urgente e necessaria, soprattutto dopo gli ultimi tre lustri, segnati da un ripiegamento verso opere meno originali, spesso su commissione, in cui il fuoco del cinema sembrava ardere sotto la cenere di una professionalità, vicina alla maniera.

Tuttavia se il Cristo de L’ultima tentazione, il film scandalo di fine anni ’80 era un uomo che cercava di sfuggire al proprio destino e il piccolo Lahmo invece lo accettava serenamente con prematura consapevolezza, Padre Rodrigues, il gesuita protagonista di Silence assomiglia di più al paramedico di Al di là della vita, vittima di un martirio inconsapevole.

Ma se quest’ultimo era comunque assediato dalle voci e dai volti delle vittime, che non era riuscito a salvare, e trovava una sua pace momentanea, disteso come nella pietà michelangiolesca, Padre Rodrigues si ritrova invece solo con la propria superbia, di fronte al mistero del reale e al silenzio di Dio.

Il film prende spunto dal romanzo di Shusaku Endo, scritto nel 1966 e da una sceneggiatura che Scorsese scrisse con Jay Cocks già nel 1991.

Come molti progetti a lungo rimandati, Silence sembra soffrire in maniera evidente dello scarto temporale tra la scintilla primigenia e la sua tardiva realizzazione.

Non solo il mondo e la realtà non sono più quelli dei primi anni ’90, ma persino Scorsese non è più quell’uomo e quell’artista, allora contestato e vilipeso per L’ultima tentazione di Cristo, assediato dall’ansia di scavare nelle ragioni di una spiritualità, che non aveva mai abbandonato, pur lasciando il seminario, per iscriversi ai corsi di cinema della New York University.

Le suggestioni che avevano colpito l’animo di Scorsese, leggendo il libro di Endo non sono probabilmente più quelle che l’hanno spinto venticinque anni dopo a metterne in scena i conflitti, nè tantomeno sono assimilabili alle riflessioni di Endo, pure ampiamente condivise, con ben altra lucidità, nel cinema europeo di quegli anni.

Come spesso succede Silence supera le intenzioni dei suoi autori e una volta approdato sul grande schermo comincia a vivere di vita propria.

Difficile infatti non notare che il trattamento riservato alle spoglie del cristiano Mokichi dall’inquisitore giapponese è simile a quello riservato ad Osama Bin Laden, e che il tentativo di esportare il cristianesimo laddove non ci sono neppure le parole per comprenderlo, appare come una forzatura simile a quelle che, da sempre, hanno contrapposto indigeni e colonizzatori di ogni tempo, sino alle campagne in medioriente dei giorni nostri.

E non c’è dubbio che il pozzo e le altre torture psicologiche subite dai cristiani del XVII secolo evocano immediatamente quelle di Abu Ghraib e Guantanamo, le tecniche di enhanced interrogation messe a punto dalla CIA.

Ma naturalmente non è questo che sembra stare a cuore a Scorsese.

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Il film comincia nel 1633, quando il portoghese padre Ferreira, gesuita realmente esistito, per molti anni a capo della missione in Giappone, interrompe le comunicazioni con l’Ordine in patria: si sospetta abbia abiurato la propria religione, mettendosi al servizio dell’inquisitore Inoue di Nagasaki.

Due suoi fervidi allievi, padre Rodrigues e padre Garupe, increduli del destino del loro mentore, chiedono a padre Valignano di potersi imbarcare per il Giappone, per mettersi sulle tracce di Ferreira.

A Macao trovano un interprete, il disperato Kichijiro, un pescatore sempre ubriaco, un cristiano che ha forse rinnegato la sua fede, desideroso di ritornare in patria.

Sbarcati su un isola, vengono accolti nel villaggio di Tomogi, dove vengono accolti dalla piccola comunità locale di fedeli, guidata da Ichizo e Mokichi, che vive sotto il giogo dell’inquisitore. I due preti sono costretti a nascondersi e celebrano i sacramenti solo di notte.

Anche nel villaggio vicino di Goto, dove vive Kichijiro, c’è una comunità cristiana desiderosa di accogliere i due padres.

L’inquisizione giapponese, informata della presenza dei due portoghesi, pretende la consegna di Rodrigues e Garupe o l’abiura della religione cristiana da parte del capo del villaggio e di tre volontari. Se non lo faranno, il villaggio sarà messo a ferro e fuoco.

Solo Kichijiro supera la prova, rinnegando la sua fede. Ichizo, Mokichi e un terzo volontario sono torturati proprio su una croce di legno, esposta alle onde impetuose della marea, in un martirio che sembra dividere Rodrigues e Garupe.

Se il primo è più aperto ad accettare le prove dell’inquisizione, il secondo invece è saldo nel respingere ogni cedimento e ogni abiura, sia pure solo formale.

I due padri si separano anche fisicamente. Rodrigues scappa a Goto, Garupe si mette in cerca di Ferreira.

Solo che Goto è stata rasa al suolo dai giapponesi e l’unico superstite è proprio Kichijiro, che continua a sovrapporre il proprio destino a quello di Rodrigues. Quest’ultimo viene infine catturato dall’inquisitore e rinchiuso in una cella in un campo di tortura, assieme ad un gruppo di cristiani giapponesi…

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Se nella prima parte, il tono maestoso e ieratico scelto da Scorsese sembra accompagnare solennemente l’inizio del viaggio dei due giovani missionari verso la verità, il film pian piano si sfalda e perde compattezza nella lunga parte centrale, chiuso nella superbia e nell’arroganza dei due padri, che l’inquisitore usa e manipola, per piegare la resistenza dei suoi compatrioti convertiti.

Inspiegabilmente poi Garupe esce presto di scena, lasciando il campo al solo Rodrigues, che non riesce a comprendere, se non alla fine, il senso del proprio destino: le continue apparizioni del volto di Gesù, in un dipinto di El Greco, sembrano spingere il gesuita verso un consapevole martirio, ma l’inquisitore ha scelto per lui una tortura molto più crudele, che è quella del dubbio.

Un dubbio che si alimenta col dolore degli altri, col silenzio di Dio e con le continue apparizioni della sua nemesi, del suo doppio – Kichijiro – che mette in discussione i confini della propria fede.

Cosa farebbe davvero Gesù nella sua situazione? Lascerebbe morire i suoi compagni o si piegherebbe all’abiura formale, richiesta dall’inquisitore?

Ferreira ha fatto una scelta. Rodrigues è chiamato a compiere la propria.

Il cuore del film è tutto nei due lunghi dialoghi che contrappongono il protagonista al suo mentore e all’inquisitore. E’ in quelle parole che il silenzio si fa più assordante, per padre Rodrigues (e forse anche per Scorsese): il cristianesimo è davvero una donna brutta e sterile, che non si rassegna a sedurre un uomo che non la vuole, come nella metafora scelta dall’inquisitore?

E’ vero che il paese del Sol Levante non ha neppure le parole, per comprendere appieno il messaggio di Cristo e che l’evangelizzazione coatta, indifferente alla cultura e alle tradizioni locali, ha finito per creare un culto nuovo, diverso da quello professato dai due padri?

Sono gli interrogativi che affollano la mente di Rodrigues e quelli che verosimilmente avevano spinto il regista a immaginare un adattamento del romanzo di Endo.

Tuttavia Scorsese non sembra avere una risposta sola: l’ex seminarista si interroga sul senso della propria missione e della propria fede, spinto forse da un’ansia ancora presente, e probabilmente si immedesima più nel grottesco umanissimo Kichijiro, che non nell’ottusità dei padres;  il regista invece sembra più interessato alla cultura giapponese e ai motivi della sua resistenza alla conversione, alle dinamiche storiche ed economiche, alla violenza che si fa strumento di repressione, alla tortura che diventa martirio, al senso stesso delle immagini e al loro valore.

Nell’ultima parte, il film è capace di una straordinaria riflessione sul commercio e la censura delle icone, che mostra le ragioni più profonde, oltre a quelle culturali e religiose, che animano la persecuzione.

Il problema è che la complessità e la lucidità di Scorsese nell’analisi non sono sempre accompagnate da una sceneggiatura e da una storia, all’altezza delle sue ambizioni.

Ad allontanare ancora di più il film da un pubblico non strettamente religioso, ci pensano poi due scelte davvero discutibili: un’incomprensibile ‘voce di Dio’ che si palesa nel momento più drammatico del film e un finale che risolve tutta la complessità che Scorsese aveva costruito, nel modo più deludente e ortodosso: sarebbe bastato fermarsi un attimo prima, a quel gesto silenzioso e sublime della donna, che improvvisamente esce dalla marginalità narrativa a cui il film l’aveva costretta, per offrirci un’altra possibilità interpretativa, un altro dubbio, un’altra prospettiva.

Il film invece prosegue e cerca una conclusione di troppo, finendo per apparire contemporaneamente retorico e distaccato, tutto preso dal conflitto delle idee e poco interessato alla costruzione dei personaggi e del racconto, affidati ad una voce off ingombrante e didascalica.

Silence lascia alla fine un’impressione di freddezza, di solennità un po’ superflua e persino il suo messaggio suona di maniera, chiuso com’è nelle storie assai poco coinvolgenti di due gesuiti apostati del XVII secolo.

Nella confusione culturale, prim’ancora che spirituale, dei due gesuiti, è inevitabile allora che siano proprio i personaggi giapponesi ad uscirne meglio: il martire irriducibile Mokichi che sogna il ‘paraiso’, straordinariamente interpretato dal regista Tsukamoto; il mellifluo inquisitore, interpretato da Issey Ogata, e il suo assistente-traduttore; l’apostolo traditore costantemente bisognoso di confessione, Kichijiro, rappresentazione perfetta della dimensione del cattolicesimo, tra peccato, pentimento ed espiazione.

Il cast originale prevedeva nei panni dei tre protagonisti Gael Garcia Bernal, Benicio Del Toro e Daniel Day Lewis: ritrovarci ora Andrew Garfield, Adam Driver e Liam Neeson è stato un passo indietro evidente, che ha fortemente compromesso, un film che tuttavia ha nella costruzione drammatica dei personaggi il suo limite più grande.

Straordinaria invece la fotografia di Rodrigo Prieto, non così distante da suggestioni malickiane, nel riprendere la vastità di paesaggi ancestrali e l’indifferenza della natura.

Come spesso accade ai progetti troppo desiderati e a lungo rimandati, quello che resta, alla fine, è la sensazione di trovarsi di fronte ad un’occasione in parte mancata.

Sensazione che il pessimo finale, e la dedica che lo accompagna, non fanno che amplificare.

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