Se n’è andato Philip Seymour Hoffman, in una mattina fredda di febbraio, in un appartamento di Manatthan, mentre stava preparando il suo secondo film da regista Ezekiel Moss.
Su Stanze di Cinema ci occupiamo raramente di necrologi. Il cinema, come scriveva Cocteau, è la morte al lavoro sul viso dell’attore.
Il cinema impone un patto faustiano ai suoi interpreti: per questo non ci è mai piaciuto soffermarci troppo sugli addii.
Ma la morte di Hoffman colpisce e lascia inquieti.
E’ stato un grande caratterista che aveva cominciato a farsi notare nei panni del ricco studente di Scent of a woman e poi aveva lavorato con tutti i più brillanti registi indipendenti americani: dai fratelli Coen a Spike Lee, da Todd Solondz a Mike Nichols, da Cameron Crowe a Charlie Kauffman fino a Bennett Miller che gli aveva regalato il ruolo di Truman Capote, con cui erano arrivati tutti i premi più importanti, compreso l’Oscar.
Indimenticabile anche nell’ultimo film di Sidney Lumet, Onora il padre e la madre, riusciva quasi sempre a rendere migliori i film in cui recitava.
Il suo viso bonario, i capelli biondo rossastri, il fisico da antieroe, uniti al talento smisurato ne facevano il deuteragonista ideale.
Ma il sodalizio più importante per la sua carriera è stato quello con Paul Thomas Anderson, forse il più grande regista della sua generazione. Hoffman è stato protagonista di cinque dei suoi sette film, da Sydney sino all’ultimo straordinario The Master, passando per Magnolia, Boogie Nights e Ubriaco d’amore.
E proprio nei panni del leader della “causa” ci piace ricordarlo: febbrile, determinato, affabulatorio nel suo duello con il sulfureo e animalesco Joaquin Phoenix.
Solo l’ultima grande interpretazione di una carriera troppo breve.


