La migliore offerta

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La migliore offerta **

C’è stato un tempo, tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90, in cui molte delle speranze cinematografiche italiane erano riposte in due giovani registi, che Hollywood aveva prematuramente laureato maestri: Gabriele Salvatores e Giuseppe Tornatore.

Il successo mondiale di Nuovo Cinema Paradiso e Mediterraneo, segnava un revival del cinema italiano negli Stati Uniti, che sarebbe poi culminato con i successi clamorosi de Il postino e La vita è bella.

Il filo conduttore di tutti questi film era senz’altro la memoria di un tempo passato, la nostalgia per anni lontani e difficili in cui però la bellezza, l’amore per la vita e per il cinema riuscivano ad alleviare persino le atrocità della guerra.

L’immagine dell’Italia perpetuata da quei film era ancora quella di un paese poverissimo, costretto a fare i conti con la realtà solo attraverso il genio individuale, la passione, la poesia delle sue bellezze artistiche e del suo paesaggio naturale.

Come se il nostro paese fosse eternamente bloccato in un dopoguerra infinito, nel clichè dei “poveri, ma belli“.

L’equivoco però si è presto svelato: mano a mano che gli autori del nostro cinema hanno cominciato a raccontare la  storia più recente, a mettere in scena il presente corrotto nella degenerazione ideale e morale, gli americani (e non solo loro) si sono spesso voltati dall’altra parte, incapaci di aggiornare quello stereotipo in cui volevano crogiolarsi e che è durissimo a morire, basti pensare a To Rome with love ed a Love is all you need, gli ultimi due film girati nel nostro paese da registi come Allen e la Bier.

Eppure nè Salvatores, nè Tornatore (nè tantomeno Troisi o Benigni) hanno inteso rimanere bloccati in quella mummificazione della memoria italiana in cui erano stati prontamente confinati.

Giuseppe Tornatore è tornato alla sua Sicilia più volte, con risultati alterni (L’uomo delle stelleMalena, Baaria), ma le sue opere più interessanti sono certamente quelle che hanno affrontato con piglio autoriale e mitteleuropeo, i recessi dell’animo e l’ambiguità del thriller surreale e psicologico, di cui Roman Polanski è stato un maestro.

Una pura formalità e La sconosciuta sono stati senz’altro i suoi film più riusciti e spiazzanti. Così nell’accostarci a questo suo ultimo La migliore offerta, ci era sembrato di risentire gli stessi sapori: una produzione internazionale, un cast di primo livello, una storia misteriosa di proprietà e solitudini, l’ambientazione geograficamente indefinita.

Purtroppo invece non tutto funziona come avrebbe dovuto.

Il protagonista è Virgil Oldman, un maturo esperto d’arte, che guida una casa d’aste ed uno studio di valutazione, tra i più affermati al mondo.

Il suo piglio dittatoriale, la sua incrollabile determinazione, i suoi modi bruschi, nascondono una misantropia feroce.

Oldman mangia sempre da solo in un ristorante di lusso, in cui piatti e bicchieri riportano le sue iniziali. Usa sempre i guanti e li toglie solo per accarezzare i tanto amati quadri. Non ha moglie, nè famiglia e vive in una grande casa-museo.

Non usa il cellulare e ricopre i telefoni con panni e fazzoletti per evitare contaminazioni. L’unico suo vezzo è la tinta con cui copre i primi capelli grigi.

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Tre sembrano essere i suoi soli contatti col mondo esterno: il fidato segretario d’ufficio, un amico, che compra per suo conto all’asta i ritratti di donna che Virgil ama collezionare in un’enorme stanza segreta di casa sua, ed infine un giovane artigiano, capace di aggiustare qualsiasi congegno meccanico.

Improvvisamente la sua routine consolidata viene interrotta da una strana richiesta: la giovane Claire, erede di una ricca famiglia locale, intende mettere all’asta i beni di famiglia, depositati in una grande villa abbandonata.

Dopo i primi scontri telefonici, tra la misteriosa ereditiera e l’impaziente Virgil, quest’ultimo viene informato, dal custode della villa, che la signorina Claire soffre di agorafobia e non mette piede fuori dalla villa da oltre dieci anni. Non solo, ma nessuno l’ha mai vista in faccia: vive in una stanza segreta in un’ala della villa.

La fobia di Claire – così vicina a quella di Virgil – finisce per incuriosire sempre di più il protagonista, che la considera forse una degenerazione patologica della sua stessa misantropia e se ne sente attratto.

La scoperta dell’amore metterà in crisi le certezze del protagonista e lo travolgerà…

Il film poggia interamente sulle spalle di Geoffrey Rush, a cui Tornatore affida il ruolo di Virgil Oldman.

Il regista adotta uno stile invisibile e tiene a freno il più possibile la sua tendenza melodrammatica, mettendo la sordina persino alla colonna sonora di Morricone, come sempre sopra le righe, per non disturbare troppo il crescendo del suo personaggio.

La migliore offerta soffre però di una sceneggiatura troppo lunga nella parte centrale e che lascia molti interrogativi al momento della sua conclusione, richiedendo una sospensione dell’incredulità francamente esagerata.

Il protagonista stesso è un concentrato di stranezze ed modi fuori dal comune, eppure, nonostante la sua diffidenza, cede subito al fascino dell’ignoto e non si avvede delle troppe coincidenze che lo inseguono. Il personaggio dell’orologiaio è completamente fuori parte e ancor meno credibile, così come l’amico di una vita, interpretato da Donald Sutherland.

Quanto alla misteriosa Claire, che vive isolata dal mondo da 10 anni, chiusa in una stanza e che si rivela improvvisamente bellissima, giovane e disponibile alla corte del ben più anziano protagonista, stendiamo un velo pietoso…

La storia si chiude con un colpo di scena telefonato, proprio in extremis, ma Tornatore preferisce ancora una volta descriverne gli effetti sul protagonista, piuttosto che spiegarne coerentemente i motivi e gli sviluppi.

Chiamato ad interpretare un personaggio solitario e lontano dagli affanni della vita, l’attore australiano è certamente efficace, ma Tornatore non riesce ad arginarne la sua naturale tendenza all’overacting, che già era il punto debole de Il discorso del Re.

Anzi, il modo così puntiglioso con cui Oldman è tratteggiato non fa che appesantirne l’interpretazione, chiarendo sin da subito allo spettatore che proprio quelle caratteristiche così uniche saranno usate contro di lui nell’intrigo che pian piano prende corpo, un po’ come avveniva ne La donna che visse due volte.

Ma il film non abbandona mai il punto di vista di Virgil Oldman, infrangendo così platealmente la regola hitchcockiana della suspense, secondo la quale lo spettatore deve saperne di più del protagonista.

Gli altri personaggi, pure così importanti nell’economia del racconto, finiscono per avere invece pochissimo spazio, tanto l’amico Billy, quanto il giovane orologiaio, i cui contributi sono assai stereotipati in ragione di dialoghi inverosimili e fiacchi.

Perché l’amico di una vita, complice fidato e molto ben ricompensato, avrebbe dovuto tradire così macchinosamente Virgil?

E il giovane a cui il protagonista si confida: sembra un collaboratore di lunga data. In effetti si scopre nel finale che si conoscevano forse da qualche settimana: perché allora un misantropo gelosissimo della sua privacy finisce per confidare i suoi pensieri più intimi, praticamente ad un giovane sconosciuto?

E che ruolo ha davvero la ragazza? Per non parlare della proprietaria della villa, personaggio dipinto in modo quanto mai sgradevole, che sembra uscito da qualche vecchio film di Dario Argento.

E’ proprio il lavoro sui comprimari – tanto trascurati in sceneggiatura quanto fondamentali per il meccanismo narrativo – che rende faticosa e poco riuscita la parte centrale e fa risuonare l’espediente finale come un semplice trucco da scuola di sceneggiatura.

Avrebbe inoltre giovato al film una bella sforbiciata – soprattutto nelle lunghe schermaglie tra Virgil e la misteriosa Claire – che contenesse l’esile trama in una durata decisamente meno punitiva.

Le tanto pretenziose premesse poste da La migliore offerta, avrebbero meritato una conclusione forse meno ad effetto: alla fine l’ossessione e la follia si sostituiscono al rigido controllo iniziale.

Un’occasione perduta.

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