Mereghetti su Lo hobbit – Un viaggio inaspettato

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Seduto proprio davanti a noi alla proiezione stampa milanese del primo capitolo de Lo hobbit, Paolo Mereghetti non ha molto apprezzato il nuovo capitolo della lunga saga di Peter Jackson nella Terra di mezzo.

Con due stelle su quattro la sua recensione sul Corriere di questa mattina è piuttosto critica:  “[…]il successo planetario della prima saga cinematografica, era (quasi) inevitabile che anche questo Hobbit desse origine a tre film che hanno tenuto impegnato Jackson e l’industria cinematografica neozelandese per quasi sette anni, tra polemiche finanziarie, litigi produttivi, scelte autoriali (all’inizio avrebbe dovuto girarlo il regista spagnolo Guillermo Del Toro) e inconvenienti vari. Alla fine le riprese, iniziate a gennaio 2011, daranno origine a tre film la cui uscita avverrà (come era già successo per Il Signore degli Anelli) a un anno di distanza l’uno dall’altro: domani Un viaggio inaspettato, a Natale 2013 La desolazione di Smaug e nel 2014 Andata e ritorno.

E qui cominciano i primi problemi, almeno per lo spettatore, perché la materia romanzesca dà l’impressione di non reggere una dilatazione cinematografica così grande (il film dura ben 173 minuti).

[…] il film stenta decisamente a coinvolgere lo spettatore. Invece di mostrare i protagonisti e far conoscere le loro caratteristiche per come reagiscono di fronte ai colpi di scena della storia, Jackson utilizza praticamente un’ora di spettacolo per presentarceli mentre invadono la casa di Bilbo, spingendo il pedale su un umorismo piuttosto stantio… e rimandando continuamente l’azione.

[…]  Solo quando entrano in scena gli Orchi pallidi guidati da Azog (Manu Bennett) e poi Gollum (geniale creazione digitale a partire dal corpo di Andy Serkis) ti sembra di ritrovare l’atmosfera del Signore degli Anelli, quello scontro epico tra Bene e Male che reggeva le invenzioni fantastiche e l’eclettismo culturale che insieme formavano il segno distintivo della prosa di Tolkien.

L’altro grande «ostacolo» al piacere della visione è l’eccessivo spazio lasciato ai prodigi delle tecnologie digitali. Se il lavoro della Weta Digital è ammirevole sugli attori – i Nani, Gollum – l’eccesso di «carrellate» aeree, con l’obiettivo che si muove continuamente tra cielo e terra, senza limiti ma anche senza una vera necessità, finisce per annullare ancora di più la dimensione epica.

Cancellando ogni intima credibilità (di chi è quell’occhio? Sicuramente né di dio né dello spettatore…).

[…] Resta così il rimpianto per un film che avrebbe potuto essere e non è stato, soprattutto se confrontato con la trilogia precedente, di cui non trova per prima cosa la forza epica (la sceneggiatura è sempre uguale: incontro con l’ostacolo e superamento, incontro con un nuovo ostacolo e nuovo superamento…) e poi quella varietà di toni e di sfumature che avevano conquistato a Tolkien anche chi non aveva letto i romanzi.

E’ indubbio che molti degli argomenti usati da Mereghetti rappresentano limiti oggettivi del nuovo racconto di Jackson: dalla farraginosità della prima parte, all’uso eccessivo della computer grafica che suona sempre un po’ falsa, quasi ci trovassimo in un’animazione.

E’ anche evidente che il meccanismo narrativo è sempre lo stesso, continuamente ripetuto: ma non è certo una novità.

I tre infiniti adattamenti dal Signore degli Anelli procedono di battaglia in battaglia per lunghissime ore, senza che uno dei protagonisti sia neanche ferito…

I limiti e i difetti di questo Lo hobbit erano già quelli presenti allora. In questo non ci vedo una significativa involuzione.

E pure l’accusa di trattare in termini più leggeri la storia di Bilbo Baggins, in realtà Jackson ha fatto di tutto per rendere seria ed epica una storia nata come un romanzo per bambini.

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