Living

Living ***

L’idea di confrontarsi con uno dei film più amati di Akira Kurosawa è un’impresa per coraggiosi.

Quando Kurosawa dirige Vivere, ispirandosi all’Ivan Ilic di Tolstoj è in un momento chiave della sua carriera, dopo il Leone d’Oro e l’Oscar vinti con Rashomon e appena prima dei Sette samurai.

Il sudafricano Olivier Hermanus (The Endless River, Moffie) ha due alleati formidabili: Bill Nighy, che presta il suo undestratement da gentleman al protagonista Mr. Williams e uno sceneggiatore d’eccezione, il premio nobel Kazuo ishiguro, che il cinema ha frequentato con successo e che ha scelto di spostare a Londra il racconto originale, lasciando l’ambientazione nei primi anni ’50.

Qui Mr. Williams è un impiegato del consiglio della contea. Arriva a Londra dalla provincia col treno del mattino e assieme ai suoi cinque impiegati passa le sue giornate nel minuscolo ufficio scansando e rimandando le pratiche, in un formalismo che lascia a distanza ogni coinvolgimento.

Una sera esce prima e il giorno dopo non si presenta al suo posto.

Il medico gli ha diagnosticato un tumore che gli lascia solo pochi mesi di vita. Incapace di dirlo al figlio che ha già perso la madre da diversi anni, Mr. Williams non riesce neppure a farla finita con le pillole. Si ritrova in una località di mare dove uno scrittore dissoluto lo invita a godersi la vita. Ma tra una bevuta, qualche gioco e il cambio della sua bombetta con un cappello meno formale, al protagonista non resta molto.

Tornando a Londra s’imbatte in Mrs. Harris la più giovane dei suoi colleghi, che invita a pranzo in un grande ristorante e poi a cinema, mettendola in imbarazzo, prima di confessarle il suo segreto.

Tornato in ufficio dopo molte settimane, decide di realizzare il progetto di un parco giochi per bambini a lungo rimandato.

Il film di Hermanus è una meditazione commossa e disincantata sulla vita e sulle sue amarezze.

“Come mi sono ridotto così?” si chiede retoricamente Mr. Williams di fronte alla giovane collega: “Sin da bambino sognavo di diventare un gentleman, uno di quelli che vedevo alla stazione dei treni in partenza per Londra”.

La solitudine e la routine del lavoro l’ha trasformato in un uomo privo di affetti, silenzioso, incapace di manifestare i propri sentimenti nè di provarne per gli altri. Uno di quelli che è diventato bravissimo a non farsi toccare da nulla a scansare ogni curva e ogni imprevisto.

Ora che la fine si avvicina, Mr. Williams si accorge degli errori commessi, cerca di riscattarsi facendo qualcosa per gli altri, qualcosa che resti davvero, prima che sia impossibile.

Hermanus sceglie un formato stretto, assolutamente perfetto per questa storia, che si apre con le immagini sgranate della Londra degli anni ’50, una città in bianco e nero, anche se ripresa a colori.

Una città in cui Mr. Williams ha il suo spazio e il suo ruolo, che tuttavia non significano più nulla non solo per gli altri, ma anche per se stesso. Il riscatto avviene tardi, proprio alla fine, ma non è meno decisivo.

Con meno amarezza e pessimismo rispetto all’originale, Hermanus lascia intendere che l’esempio di Mr. Williams non cambierà davvero le cose, se non per un breve istante, tuttavia in un questo splendido studio di caratteri, la forza dell’apologo vale tanto per gli altri personaggi quanto per noi spettatori.

Bill Nighy, assistito da un cast di comprimari, perfettamente assortito e vestito con gli abiti impeccabili di Sandy Powell, ci regala un personaggio complesso, tormentato, silenzioso, capace di poche parole decisive. La sua grazia, il suo sguardo sempre malinconico, il suo fisico sottile sembrano accomodarsi come un vestito su misura sulla sceneggiatura di Ishiguro, in un ruolo che segna una carriera.

La messa in scena è essenziale, molto tradizionale, fin troppo invisibile sfruttando alla perfezione le scenografie di Adam Marshall e le musiche di Emilie Levienaise-Farrouch.

Peccato che il film sia fuori concorso. Diversamente Nighy sarebbe già un serio candidato ai premi maggiori.

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