Titane

Titane *1/2

Il secondo film di Julia Docourneau, dopo il successo di Raw alla Semaine del 2016, arriva prematuramente al concorso principale di Cannes 74, con le stigmate dello scandalo annunciato.

Nel frattempo ha diretto anche qualche episodio per la serie Apple The Servant per Shyamalan ed è evidentemente entrata nel novero dei registi da tenere d’occhio.

Il risultato però è un guazzabuglio camp di carne, fuoco, maternità e macchine, che si prende così dannatamente sul serio da sembrare la parodia involontaria di Crash.

Alla piccola Alexia, dopo un incidente d’auto con il padre, viene impiantata una placca di titanio dietro ad un orecchio.

Anni dopo la ritroviamo sensuale e provocante in surreali convention automobilistiche, mentre balla  su una Cadillac con le fiamme dipinte sulle fiancate.

Quando uno dei fans la rincorre per chiederle l’autografo e poi un bacio, lei lo uccide brutalmente con il punteruolo, che usa per legarsi i capelli.

Dopo aver fatto letteralmente l’amore con la Cadillac, Alexia continua la sua strage a casa di una delle altre ballerine, che sembra attratta da lei.

In fuga dalla polizia, dà fuoco alla casa dei genitori e, sul punto di essere catturata, si rasa i capelli, si fascia il petto, si rompe il naso e si fa passare per un bambino scomparso dieci anni prima.

Il padre, un capitano dei pompieri, gonfio di steroidi, non ha dubbi e la riabbraccia commosso dopo tanti anni.

Solo che Alexia è incinta – della Cadillac? – invece del sangue perde olio motore e si trova costretta a fingere una mascolinità, che non possiede.

Sarà l’androgina Alexa, che non parla mai, a riempire il vuoto nell’esistenza del pompiere dolente?

La Ducourneau riesce a infilare nel suo film quasi tutto: relazioni tossiche, culto della performance, rapporti familiari incestuosi, omosessualità represse, rapporto feticistico uomo-macchina, neo-femminismo, maternità consapevole e senza interventi maschili, libertà sessuale.

Il collante, almeno nella prima parte è costituito da una violenza parossistica, che esplode in continuazione, senza più alcun argine: Crash e Tsukamoto si incontrano con Nikita, con il Carax di Holy Motors e con Drive, ma Cronenberg, Besson e persino Refn sono tutti molto distanti, qui c’è solo una grande ansia di voler dire tutto e subito, con un aria da bad girl maledetta, che non ha timore di infilare atrocità in serie.

Le suggestioni sono troppe, anche un po’ datate e lo sguardo si fa confuso e contundente.

Dal punto di vista drammaturgico il film è diviso in due parti distinte, che non dialogano per nulla e sembrano entrambe estemporanee e assai poco definite.

Motivi, moventi, identità: tutto buttato nel calderone narrativo.

Ci sarebbero spazi di riflessione su una visione della maternità come puro strumento per donare la vita, su una dimensione maschile letteralmente mostruosa nel suo machismo anni ’80 gonfiato da steroidi, in una spirale, che non ha via d’uscita apparente se non la distruzione fisica, attraverso la sua esaltazione massima. Una distruzione che forse solo la paternità riesce ad arginare?

Ma sono tutte ipotesi che la Ducourneau non coltiva per nulla. Le basta lasciarle in sospeso: nel suo film non c’è nessuna riposta, nessuna complessità, ma solo tanto maledettismo, superficialità, sangue nero e la faccia tosta di chi pensa ancora di épater le bourgeois.

Peccato perchè Raw invece vibrava di ansie reali e sia pure sconvolgendo le strutture di genere, le lasciava visibili pur in una scelta autoriale forte e senza compromessi.

Il risultato questa volta mi pare invece modestissimo, insignificante, pretestuoso. Una sciagura così piena di sè da lasciare sconcertati e in cui lo scandalo è tutto nell’occhio di chi inquadra. Nel campionario di efferatezze gratuite, di nichilismo senza pensiero, passa tutto, completamente anestetizzato. E una scelta vale quanto l’altra.

Del tutto incomprensibile invece l’inserimento in concorso.

Vuoto pneumatico.

Palma d’Oro a Cannes 74.

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