Raw – Una cruda verità

Raw – Una cruda verità **1/2

Il film d’esordio di Julia Ducournau, Palma d’Oro con il successivo Titane, nasce dal suo primo cortometraggio, Junior.

La regista, allora trentaduenne, porta il suo Raw alla Semaine a Cannes nel 2016, dove divide e vince il premio FIPRESCI.

Il film diventa un piccolo culto nell’universo francese dell’horror, si fa strada nei festival internazionali e trova modo di approdare anche negli Stati Uniti, uscendo in Italia solo in homevideo nell’estate del 2017.

Il film si apre con un incidente stradale, ripreso in campo lungo, provocato da un donna i cui motivi rimangono oscuri.

Lo stacco ci porta a conoscere la protagonista, Justine, che i genitori stanno accompagnando alla scuola di veterinaria, che entrambi hanno frequentato in passato.

Lì Justine ritroverà Alexia, la sorella più grande.

Tutta la famiglia è rigorosamente vegetariana: un incidente con il purè all’autogrill ce lo racconta in modo subito traumatico. E la timida e minuta Justine sembra anche succube di un’educazione familiare particolarmente rigida e opprimente.

La prima notte delle matricole è un incubo fatto di letti rovesciati in strada, nonnismo violento e si chiude in una enorme festa che si prolunga sino all’alba e si conclude con i nuovi iscritti inondati da una pioggia di sangue e costretti a tenerselo addosso tutta la giornata.

L’ultima prova però è la più difficile per Justine, visto che bisogna ingoiare un rene crudo di coniglio: spinta a farlo dalla sorella, che pare perfettamente integrata nella nuova dimensione scolastica, la scelta avrà conseguenze imprevedibili sul corpo della ragazza, risvegliando un appetito che l’educazione familiare borghese aveva solo sopito.

Nella lunga prima settimana delle matricole, l’unico alleato di Justine sembra essere Adrien, il suo compagno di stanza omosessuale, un altro emarginato a cui si legherà in modo particolare, nonostante tra lui e la sorella Alexia vi sia qualcosa che rimane indecifrabile fino all’ultimo.

Raw funziona piuttosto bene come body horror e si insinua nella recente tradizione francese in modo assolutamente personale, senza mai usare davvero gli strumenti di genere, ma sfruttando una grammatica originale, fatta di campi medi e lunghi, in cui i momenti gore non cercano mai l’effetto sorpresa, ma si integrano prepotentemente nel racconto in modo molto consapevole.

Il film è disturbante, crudo come il suo titolo internazionale, assai più centrato rispetto all’originale Grave, e recupera una dimensione primordiale, che ben si sposa con la scuola di veterinaria.

La costruzione psicologica di Justine è indovinata, la progressiva agnizione del suo particolarissimo desiderio è riuscita e inquietante, trasformandosi in una sorta di dipendenza che trova il modo di manifestarsi non solo nella sfera della volontà, ma anche in quella fisica.

La Ducournau evita derive voyeristiche, raffredda una materia incandescente, elide qualsiasi esibizione non necessaria al racconto.

Il suo film funziona altrettanto bene nella sua dimensione esplicita di racconto di formazione, che guarda a Carrie, come punto di riferimento obbligato, sin dalla doccia di sangue a cui è costretta la protagonista in un ambiente scolastico che le appare osptile, più di quanto questa volta non sia: eppure in Raw non c’è la dimensione catartica del fuoco e delle fiamme di vendetta, ma rimane invece quella intima, familiare e quella educativa: “Troverai una soluzione” dice il padre a Justine, rivelando un destino già conosciuto.

Dove invece il film della Ducournau invece non funziona per nulla è nella volontà di caricare il racconto di una dimensione metaforica sessuale e femminile, che lo appesantisce ogni limite, rimanendo peraltro assai sfuocata e confusa.

La componente ideologica risulta troppo programmatica, l’enfasi sul corpo delle donne, letteralmente straziato, dalle cerette integrali, dai morsi propri e altrui, dal sesso molesto: tutto giusto, ma Raw non necessitava di altre sottolineature, avrebbe funzionato meglio nella sua dimensione ancestrale e misteriosa.

Questo ha finito per influire anche sulla costruzione dei personaggi: il povero Adrien esplicitamente omosessuale, diventa incomprensibilmente l’oggetto del desiderio delle due sorelle. E il film ad un certo punto non riesce a decidersi se essere il racconto di Justine e della scoperta della sua identità cannibale o quello del rapporto tra lei e la sorella Alexia.

Nonostante qualche evidente sfocatura, Raw, così come Titane, è il racconto di un’altra donna mostruosa, che tuttavia non è ancora consapevole della sua alterità: capovolgendo la logica horror, Justine non è la final girl, che sopravvive, ma il villain di questa storia.

E il corpo maschile da dispensatore di morte, diventa oggetto sacrificale, letteralmente mangiato vivo, sull’altare di questa nuova mostruosità femminile, con cui si può solo venire a patti, anche in una dimensione familiare ribaltata

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