It’s a Sin: cronache di una generazione spazzata via dall’AIDS

It’s a Sin ****

C’è una scena che ci colpisce in It’s a Sin. La giovane Jill Baxter si reca dal medico per avere informazioni su una nuova malattia che dilaga tra la popolazione gay di New York e inizia a mietere vittime anche nella sua città, Londra. Molti articoli di stampa associano questo strano morbo all’influenza, altri parlano di un’inedita forma di cancro “selettiva”, in quanto sembra colpire esclusivamente gli omosessuali. Il medico domanda a Jill per quale motivo le interessi l’argomento. Jill dice che non è per sé, ma per un amico. Il medico la guarda con astio misto a indifferenza e nega tutto ciò che può negare. Nega informazioni. Nega compassione e aiuto. Nega il fine e il senso della sua professione. Nega, in definitiva, importanza alla verità scientifica.

Gli anni Ottanta sono lontani. Eppure, considerate le peripezie attraversate dalla serie, possiamo affermare che l’AIDS è ancora una materia scottante, un argomento duro da digerire. Nella testa dei dirigenti della BBC e di ITV, che hanno rifiutato It’s a Sin, dev’essere girato un pensiero del tipo: ma chi vorrebbe vedere, oggi, una serie su omosessuali che muoiono come mosche? It’s a Sin, accorciata a seguito di pesanti tagli di produzione (da otto episodi a cinque), è infine approdata sul servizio streaming del canale Channel 4. A dispetto delle previsioni, è stato un trionfo di pubblico e di critica. Un trionfo meritato, perché la serie condensa in quattro ore di visione il dramma di una generazione. It’s a Sin copre l’arco di un decennio,concludendosi nel 1991, quando l’umanità ha imparato a convivere con un virus impossibile da debellare e l’edonismo reaganiano ha trionfato sull’Impero del Male, l’URSS ovviamente, lasciando in eredità frivolezza individuale e macerie sociali. A ciò si aggiunge il tiro mancino delle circostanze. It’s a Sin è stata terminata all’alba della diffusione mondiale del Covid. Il primo episodio è andato in onda in UK nella terribile ultima settimana di gennaio 2021, che ha fatto registrare il più elevato numero di decessi dall’inizio della pandemia.

It’s a Sin ci introduce fin da subito nella vita di tre ragazzi, Ritchie, Roscoe e Colin. Ritchie si trasferisce a Londra dall’isola di Wight. Roscoe è di origini nigeriane. Colin viene da una cittadina del profondo Galles. La metropoli multietnica e multirazziale offre loro la possibilità di esprimere in piena libertà il proprio orientamento sessuale, una possibilità che ciascuno coglie e sperimenta  come può. It’s a Sin si apre con toni da commedia, perfino comici, tonalità destinate a mutare sensibilmente episodio dopo episodio. Roscoe Babatunde è il primo a fare outing. La scena è ridicola, drammatica ed esilarante. Il suo clan familiare sta per rispedire Roscoe in Nigeria contro la sua volontà. Al termine di un rito esorcistico, Roscoe sarà affidato a uno “zio” e poi, una volta a Lagos, a guaritori specializzati in grado di estirpare il demone interiore che lo tormenta e lo induce a “peccare” (sin, appunto). Il peccato, chiaramente, è la sodomia. Mentre la convention di famiglia è ancora in corso, Roscoe indossa minigonna e tacchi alti, piomba nel mezzo della riunione, manda a quel paese, per usare un eufemismo, il clan e si allontana di casa in una notte di pioggia.

Inghilterra 1981 significa anche Margaret Thatcher. Ritchie Tozer proviene da una famiglia conservatrice, imbevuta di valori tipici della piccola borghesia di provincia. Per suo padre, un uomo rude, Ritchie non può che diventare avvocato. Per sua madre, incapace di venire a patti con la realtà, l’orizzonte esistenziale del figlio è il matrimonio. Ritchie però non ama le donne e detesta la giurisprudenza. Il suo sogno è diventare attore di teatro. Il suo obiettivo, centrato, è andare a letto con quanti più uomini possibile. La sfrenatezza sessuale va di pari passo con la vergogna, il sentimento dominante di It’s a Sin. Così, Ritchie trova una copertura, l’amica e compagna di scene Jill Baxter, un’ipotesi di coppia sufficiente ad acquietare l’ansia della madre.

Insieme alla vergogna, si affaccia, inesorabile, il senso di colpa. Il virus dell’HIV, di cui inizialmente nessuno sa nulla (no one knows anything), sembra corrispondere, secondo la mentalità puritana, ai canoni della perfetta piaga biblica, una punizione per i fornicatori contronatura. Perbenismo, ipocrisia e ignoranza trovano nel negazionismo un ottimo collante. Si nega ciò di cui si ha paura. Si sopprime la vergogna perché il giudizio altrui è insostenibile. Il talentuoso Ritchie usa male la sua intelligenza. Strozzato dal pensiero della famiglia, minimizza il pericolo e declassa il virus a morbo “degli americani”. In una magistrale sequenza, elenca tutte le strambe congetture fiorite in quegli anni attorno all’HIV. Non va ai funerali dei membri della comunità gay morti di AIDS. Non fa il test per scoprire la sieropositività. E si ammala, facendo ammalare molti altri.

La serialità televisiva sa essere impertinente e spietata. It’s a Sin richiama un imbarazzo recente. Certo, il Primo Ministro Boris Johnson, almeno fino all’arrivo della variante delta, può vantarsi di aver appiattito la curva dei contagi più velocemente di ogni altra nazione al mondo attraverso un’eccellente campagna vaccinale (uno sforzo peraltro sostenuto, con riferimento al britannico Oxford / Astra Zeneca, da investimenti pubblici nella misura del 97%, alla faccia dell’egoismo vincente del mercato…). Tuttavia, non si può facilmente cancellare dalla memoria, salvo voler rimuovere la verità storica per ragioni di parte, il disastroso approccio del Premier alla pandemia in fase di espansione. Convinzioni non supportate da dati oggettivi, valutazioni errate, reticenze ideologiche… nell’evocare vecchi fantasmi, It’s a Sin provoca un singolare déjà vu: il passato rimesta un presente che si vorrebbe già dimenticare.

Il terzo protagonista è il gallese Colin “Gladys Pugh” Morris-Jones, un ragazzo molto distante per temperamento da Roscoe e Ritchie. Timido, riservato, timoroso di esprimere la propria diversità, Colin è apprendista presso una ditta di alta sartoria maschile. Approfittando di un viaggio di lavoro (che gli costerà il posto) nella Grande Mela sconvolta dalla malattia, Colin fa incetta di pubblicazioni riguardanti l’HIV. Un elemento non banale da considerare: negli anni Ottanta internet non esisteva. Attraverso un certosino passaparola e incontri finalizzati al mutuo aiuto, la comunità gay matura una nuova consapevolezza, imponendo all’opinione pubblica la necessità di affrontare le evidenze sanitarie e sociali del problema. In It’s a Sin esplode il brutto carattere della vecchia Inghilterra, razzista, omofoba, classista, imperialista, intrinsecamente vittoriana. Durante un colloquio per la concessione di un mutuo bancario, Ritchie deve rispondere a domande di questo tenore: ha mai diviso il letto con uomo? L’amante altolocato di Roscoe, un parlamentare conservatore di mezza età con il pallino per i ragazzi di colore, dice di sé: non sono gay, solo bisogna affondare il naso nella merda per sentire l’odore delle rose. Le manifestazioni degli attivisti LGBT sono represse con inusitata violenza dalla polizia, mentre la gente “normale” che assiste alle scene incita le manganellate al grido di “Pervertiti!”.

In It’s a Sin la famiglia “tradizionale” non è un porto sicuro. Dopo aver firmato l’agognato contratto, Ritchie apprende che il suo ex amante, pure lui attore, ha mollato le scene. “Molti ragazzi tornano a casa ultimamente”, dice la direttrice della compagnia teatrale a Ritchie. Tornano a casa perché malati e senza speranza. Tornano, a forza, nel recinto d’infelicità da cui sono scappati anni prima, requisiti da padri e madri che maledicono il malcostume di una società marcia, corruttrice, immorale. Tornano per morire in solitudine, tra i parenti che non li perdoneranno mai e bruceranno tutto, lettere, fotografie, perfino oggetti e mobili “contagiati” dal male, non appena il figlio reietto avrà lasciato questo mondo, come accade al povero Gregory Finch, di professione tranviere, nome d’arte “Gloria”. Si impone un rifugio alternativo. In It’s a Sin il Palazzo Rosa, Pink Palace, è una sorta di comune. Per un pugno di sterline, sono garantite una stanza, un pasto, un tetto sopra la testa e soprattutto comprensione. Lo abbiamo visto anche nella serie Pose: casa è dove il rifugiato (termine usato non a caso, perché le peggiori guerre scoppiano spesso nel silenzio omertoso delle mura domestiche) ha la sua vera, unica, autentica famiglia. Casa indica comunità, condivisione, reciprocità, ascolto, amicizia.

It’s a Sin nasce dall’intuito di Russell T Davies, tra i maggiori sceneggiatori e produttori televisivi britannici contemporanei, animatore del revival di Doctor Who tra il 2005 e il 2010 e, più di recente, autore dello splendido Years and Years, in cui Davies si è esercitato a guardare nella palla di vetro del futuro prossimo venturo che ci attende. Per It’s a Sin, Davies ha dichiarato di aver speso moltissimo tempo nello studio e nella ricerca dei materiali, con l’obiettivo di ottenere una resa assai fedele degli anni Ottanta londinesi. Il risultato, complessivamente eccellente, deve molto anche alla bravura dei giovani attori, Olly Alexander (Ritchie), Omari Douglas (Roscoe), Callum Scott Howells (Colin), Lydia West (Jill). A questi si aggiunge il tocco di classe garantito da alcuni veterani del cinema british, a partire dall’eccezionale Stephen Fry (Arthur Garrison), senza scordare Neil Patrick Harris (Hebry Coltrane) e Keeley Hawes (Valerie Tozer). Personaggi principali e secondari si incastrano a meraviglia e partecipano con pari convinzione alla tessitura del doloroso affresco. La tracklist, imbastita su classici brani anni Ottanta caratterizzati da un’aura elettropop e new wave, è un commento agli avvenimenti, un coro tragico che va da Who wants to live forever dei Queen a Everybody hurts dei R.E.M, passando per la celebre canzone dei Pet Shop Boys che dà il titolo alla serie. Tragico, sì, è l’unico aggettivo che si adatta al destino crudele di Colin e alla fine struggente di Ritchie, figli sfortunati di una generazione perduta.

I sieropositivi con AIDS conclamato terminavano i propri giorni in stanze d’ospedale isolate, a volte ermeticamente chiuse. Trattati da appestati. Il grande regista Derek Jarman descrisse in un diario (Modern Nature, pubblicato in Italia da Ubulibri) la sua vita da eremita nel deserto della malattia. Cediamo volentieri a lui la conclusione. “Martedì 24 Luglio 1990. Ora che abbiamo attraversato un uragano di pillole, una pioggia color arcobaleno di veleni di serpenti dai denti aguzzi come quelli di una vipera, onde di sulfadiazina ghiacciata si infrangono sulle coste lontane. Le parole, non più allineate sui fili della narrazione, scappano via e si aggirano agli angoli in attesa di saltar fuori dal dizionario, ristabiliscono il disordine originario. La mela di smeraldo siede sul mio comodino, mentre la perfezione si trasforma in disordine nel mio occhio mentale, un pulsante anemone di mare in fondo a un campo, un verde visionario sul legno… All’ora del tè l’emicrania ha il sopravvento. Suonano il motivo da Morte a Venezia mentre mi preparo per l’elettroencefalogramma”.

Titolo originale: It’s a Sin
Numero degli episodi:5
Durata ad episodio: 45 minuti l’uno
Distribuzione in Italia: Starzplay
Data di uscita: 1° Giugno 2021 a cadenza settimanale
Genere: Drama

Consigliata a chi: pensa che ogni tanto sia salutare rinunciare al caffè, ha letto tutte le pubblicazioni oscene della biblioteca della scuola.

Sconsigliata a chi: ha un datore di lavoro fissato con la pulizia delle unghie, perde la pazienza quando si blocca il traffico.

Visioni e letture parallele: 

– Attivisti LGBT e minatori uniti contro la politica di Margaret Thatcher: Pride di Matthew Warchus (2014), disponibile sulla piattaforma MUBI.

– L’impossibilità dell’amore, lo spettro del contagio, la concretezza del male nel bellissimo romanzo di Rafael Chirbes Paris-Austerlitz (Feltrinelli, 2017)

Un’immagine: Roscoe nudo nell’appartamento del deputato Harrison, davanti alla vetrata che dà sul Parlamento di Londra.

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