Cannes 2021. Benedetta

Benedetta *1/2

Il nuovo film di Paul Verhoeven, che ha trovato in Francia la sua ultima patria cinematografica, è l’adattamento di un libro di Judith C. Brown, Immodest Acts: The Life of a Lesbian Nun in Renaissance Italy, scritto una trentina di anni fa e ambientato a Pescia all’inizio del diciassettesimo secolo, ispirato ad una storia realmente accaduta in quegli anni, segnati dalla peste.

Verhoeven ha tentato di adattarlo una prima volta con Gerard Soeteman, suo collaboratore di fiducia olandese, ma le differenze tra due erano così grandi, da spingerlo a coinvolgere invece David Birke, lo scrittore americano con cui aveva lavorato per Elle.

Ma è stato decisivo l’incontro a Firenze con la stessa Brown, che gli ha mostrato le minute del processo originale, il primo e unico in cui l’amore saffico fa capolino in documenti ufficiali della Chiesa di Roma.

Ovviamente a Verhoeven interessava anche il ruolo di potere che la protagonista Benedetta aveva assunto, non solo all’interno del convento delle suore teatine, ma anche nella città che lo ospitava, dove era venerata come una santa.

Il film si apre proprio con il viaggio verso Pescia della giovanissima Benedetta, ancora una bambina, accompagnata dai genitori. Dei banditi bloccano il cammino minacciosi, ma la Fede determinata della bambina li convince a desistere e a lasciarli passare.

In convento la madre badessa, Suor Felicita, sembra subito assai meno fervente nella sua devozione al Signore, ma più attentata alla sopravvivenza economica del convento, condizionando l’entrata della bambina alla donazione della sua dote e ad un omaggio permanente del ricco padre.

Dopo diciotto anni, Benedetta spinge la madre badessa ad accogliere in convento una povera pastorella, Bartolomea, vessata da un genitore abusivo e violento. Ovviamente, anche questa volta, sarà suo padre a pagare anche la dote della sconosciuta.

L’ingresso della giovane novizia tuttavia scatena in Benedetta una tempesta dei sensi assai poco platonica: la protagonista sembra trasfigurare l’amore per Gesù in quello carnale per Bartolomea.

Il Salvatore le appare in continuazione, durante delle visioni che contrappuntano l’intero film.

A Benedetta compaiono stigmate sulle mani e sui piedi, il prevosto locale la nomina nuova badessa, provocando un sommovimento all’interno del convento che travolge sia Suor Felicita, sia la figlia, Suor Cristina, che accusa Benedetta di fingere il suo martirio.

Il nuovo film di Verhoeven è francamente un disastro kitch, che vorrebbe forse essere provocatorio e audace, raccontando una storia di ambizione e lussuria all’interno di un convento, ma che strappa solo qualche risata di ironia involontaria, per la superficialità di tutto l’impianto.

Fin dall’incipit, il film si muove in una dimensione in cui la plausibilità drammatica è revocata del tutto, in ragione dell’eccezionalità del miracolo della Fede.

La sospensione dell’incredulità tuttavia non basta a dare un senso alle visioni febbrili di Benedetta: Gesù che sembra il modello della pubblicità di un profumo, serpenti tentatori, ladroni che attentano alla sua virtù, che viene invece colta da Bartolomea, con statuette della Madonna, opportunamente levigate.

E’ tutto troppo grossolano, anche solo per dare scandalo. Il risultato strappa qualche risata involontaria, ma non muove certo gli animi.

Il cinema della carne e del desiderio di Verhoeven qui ne esce piuttosto ammaccato: il racconto di Benedetta e Bartolomea resta una storia singolare di inganni, sete di potere, spirito di sopravvivenza e passione lesbica. Non diventa mai nulla di più: la prospettiva femminile e femminista è poco più di una burla. La dimensione spirituale è del tutto assente, il tema della sessualità di coloro che affidano la propria vita alla Fede, giocato al ribasso.

Il regista non chiarisce mai se le visioni e i segni di Benedetta siano effettivamente manifestazioni della purezza della sua Fede o banali contraffazioni di una truffatrice. Persino Bartolomea dubita di lei e il finale lascia presumere che sia tutta una questione di opportunità. Ma allora perchè assecondare, per tutto il film, le visioni di fantasia della protagonista?

Il film invece non prende posizione, sfrutta ogni suggestione per un divertissement da studentello spinto da furore anticlericale.

Mancano l’estasi, il trasporto, la passione, il peccato e la colpa. Manca tutto in realtà, in questo film fatta di nulla fotografato con toni caldi da Jeanne Lapoirie.

Le riflessioni di Verhoeven sono di una banalità deludente e persino le scene di sesso tra le due suore sono così mal girate che sembrano uscire da un film erotico di quart’ordine: Kechiche è davvero lontanissimo.

Ma tutto sembra tirato via: il cielo virato di rosso dai presagi nefasti, la peste uscita da uno sceneggiato anni ’80, la recitazione sopra le righe, il trucco esagerato.

La scelta di Virginie Efira come protagonista è tutta sbagliata. E’ vero, ha un viso dai tratti gentili, ma sembra sempre appena tornata dalla spiaggia, in questo film.

La Rampling ha il ruolo della villain, ma appare spaesata, sempre sul punto di chiedersi perchè abbia accettato di comparire in questo disastro.

Le altre sono poco più che comparse e la presenza maschile non è meno buffa, come dimostra il Nunzio di Firenze interpretato da Lambert Wilson, con toni talmente alti da sfiorare la parodia involontaria.

Non c’è molto altro da dire di questo film modesto nelle intenzioni e tragicomico nei suoi esiti.

Benedetta non si prende mai sul serio. Dovremmo farlo noi?

Una delusione.

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